«Mio fratello mi vuole morta»: la storia di Giuseppina Pesce, la figlia del clan che ha fatto arrestare la sua famiglia
Dalla vita dentro una delle cosche più potenti della ’ndrangheta alla scelta di collaborare con la giustizia: una parabola fatta di violenze, carcere e rinascita nel libro di Danilo Chirico. La pentita si racconta: «Se fossi tornata mi avrebbero ammazzata, vivo nel terrore di essere scoperta»
Vive sotto falsa identità, in una località segreta, lontana dalla Calabria e da quella rete familiare che per anni ha rappresentato insieme protezione e condanna. Giuseppina Pesce, 46 anni, è nata e cresciuta all’interno di uno dei clan più influenti della ’ndrangheta, i Pesce di Rosarno. Figlia, nipote, sorella e moglie di uomini di vertice dell’organizzazione, è oggi una collaboratrice di giustizia che con le sue dichiarazioni ha contribuito all’arresto e alla condanna di numerosi familiari.
Nel libro scritto con il giornalista Danilo Chirico, La figlia del clan, ripercorre una vita segnata da violenza, silenzi e dinamiche familiari opache, in cui il confine tra normalità e criminalità organizzata è rimasto a lungo invisibile. La sua intervista al Corriere della Sera abbraccia tutti gli aspetti di una vita difficile. «Da bambina non mi rendevo conto di nulla. Ricordo una famiglia numerosa, i pranzi della domenica in campagna, tavolate da 50 o 60 persone, una perenna atmosfera di festa».
L’infanzia tra lutti e primi segnali della violenza mafiosa
La consapevolezza arriva presto, attraverso la morte e il non detto. «Avevo cinque anni quando mio nonno… sparì nel nulla… Fu allora che cominciai a respirare aria di morte». Da quel momento la dimensione familiare si incrina, lasciando emergere una realtà fatta di vendette e omicidi.
Un altro trauma segna definitivamente la sua crescita: l’uccisione dello zio diciottenne avvenuta dopo la vendetta consumata per la morte del nonno. «Zio Pasquale aveva solo diciotto anni… Gli sparò il panettiere che stava rapinando, ma quello non chiamò
subito i soccorsi, forse aveva paura, rimase lì a guardarlo agonizzare… quando arrivò l’ambulanza era troppo tardi». Episodi che, pur nella loro drammaticità, si inseriscono in un contesto dove tutto appare, paradossalmente, normale.
La fuga, il matrimonio e la spirale della violenza
A quattordici anni sceglie la fuga con un uomo più grande, in quella che diventa rapidamente una relazione segnata da droga e violenza. «In dieci giorni viene fuori il suo carattere… mi dà uno schiaffo. Da lì in poi fu un incubo». La maternità arriva presto, insieme a una condizione di isolamento e fragilità crescente.
Il contesto familiare resta dominante, mentre la sua vita personale si intreccia con quella criminale del clan, anche senza una piena consapevolezza del ruolo che sta svolgendo.
Il peso del potere: privilegi e distorsioni
Accanto alla violenza, emerge anche il lato meno visibile del potere mafioso: quello dei privilegi. «Feci un incidente d’auto. Correvo un po’ troppo, una signora anziana mi tagliò la strada, la scaraventai a terra, avevo paura di averla uccisa; eppure la gente del paese veniva a soccorrere me, che non mi ero fatta niente, “Cosa fate, andate da lei!” gridavo». Un sistema di relazioni distorte in cui l’appartenenza al clan altera la percezione della realtà e delle responsabilità.
«Prenotavo una visita medica… scoprivano chi ero, e mi facevano passare subito». Un meccanismo radicato, che rende evidente il controllo sociale esercitato dalla ’ndrangheta sul territorio.
L’arresto e il carcere: il crollo psicologico
Nel 2010 arriva l’arresto, vissuto inizialmente come incomprensibile. «In realtà non avevo fatto niente… per me essere moglie e figlia… non era reato». Il carcere segna una frattura profonda, culminata in tentativi di suicidio e in un lungo percorso di sofferenza psicologica.
«Con un lenzuolo feci una corda per impiccarmi… ero disperata». Il trasferimento nel reparto psichiatrico del carcere di Opera rappresenta uno dei momenti più duri: «Un inferno vero e proprio… una situazione disumana».
La svolta: l’incontro con i magistrati e la collaborazione
La decisione di collaborare nasce lentamente, tra disperazione e bisogno di uscire da una condizione senza via d’uscita. «Vabbé, forse è meglio collaborare, trovare un modo». L’incontro con il magistrato segna l’inizio di un percorso decisivo.
«Posso pure collaborare, ma io non so niente». Una frase che rivela quanto fosse sottile il confine tra normalità e illegalità nella sua esperienza. Le sue dichiarazioni, però, si rivelano determinanti: «Le raccontai che mio zio aveva il bunker in casa».
Da lì partono indagini e processi, tra cui “All Inside”, che portano alla condanna di numerosi membri del clan.
Il programma di protezione e il rischio di tornare indietro
Uscita dal carcere nel 2011, entra nel programma di protezione. Una nuova vita, segnata però da isolamento e difficoltà. «Hai una nuova identità… non conosci nessuno». Il peso della scelta e il legame con la famiglia la spingono a un passo indietro.
«Pensai di tornare in Calabria». Una decisione che, secondo il suo racconto, avrebbe potuto costarle la vita. «Sono certa che mi avrebbero ammazzata». Un arresto per evasione, paradossalmente, la salva.
La paura e il prezzo della verità
Oggi la distanza dal passato non cancella il rischio. «Mio fratello mi ucciderebbe». Le intercettazioni confermano una condanna familiare che non lascia spazio a perdono.
Nonostante tutto, la scelta di collaborare resta legata ai figli. «L’ho fatto per i miei tre figli». Una decisione che ha cambiato il corso della sua vita e contribuito a colpire uno dei clan storici della ’ndrangheta.
’Ndrangheta e nuove generazioni: un sistema che si rigenera
La sua testimonianza si chiude con una riflessione amara sulla capacità della criminalità organizzata di adattarsi. «No». È la risposta alla domanda se la ’ndrangheta potrà essere sconfitta. «Perché arriva sempre una nuova generazione, che diventa sempre più furba».
Un sistema che evolve, capace di mimetizzarsi e di operare lontano dagli stereotipi. «Non dovete immaginare i boss come delinquenti… Riuscivano ad avere il potere… sottraendosi sempre agli occhi dello Stato».
E mentre il suo contributo è stato decisivo per la giustizia, il prezzo resta altissimo. «Da allora vivo con la paura di essere scoperta».