Morte di Bergamini, l’affondo dell’accusa: «Denis ucciso per questioni d’onore. Isabella Internò non è mai cambiata»
Due ore di requisitoria per il pm Luca Primicerio. L’accusa ha sostenuto «il contributo morale e materiale dell’imputata» al delitto. Le confessioni all’amica: «Se non torna con me lo faccio ammazzare». L’avvocato di parte civile: «I Bergamini e le infamie subite». La difesa: «Ostinazione su un caso di suicidio»
«L’onore violato della famiglia». È questa, secondo il pm di Castrovillari, applicato come sostituto procuratore generale in Corte d’assise d’appello a Catanzaro, Luca Primicerio, l’unica pista plausibile sull’omicidio di Denis Bergamini, calciatore del Cosenza, morto in circostanze rimaste oscure per 35 anni. Unica imputata per quello che l’accusa ritiene un omicidio volontario, in concorso con persone allo stato ignote, è Isabella Internò, ex fidanzata di Denis Bergamini, condannata in primo grado a 16 anni di reclusione. In appello l’accusa ha chiesto, al termine di una requisitoria di quasi due ore, di rideterminare la condanna, considerando l’aggravante della premeditazione e le circostanze aggravanti equivalenti alle attenuanti generiche. Il pm Primicerio, davanti alla Corte presieduta dal giudice Piero Santese, ha invocato 23 anni di reclusione. Una richiesta alla quale si è associato l’avvocato di parte civile, Fabio Anselmo, il quale al termine della propria discussione ha chiesto l’accoglimento dell’appello della Procura o, in via subordinata, la conferma della sentenza di primo grado.
«Il contributo morale e materiale di Isabella Internò»
L’accusa ritiene che il contributo dell’imputata per la morte del giocatore del Cosenza sia stato sia morale che materiale: Internò avrebbe sia incitato al presunto delitto che contribuito a organizzarlo materialmente.
Il pm, in replica alle tesi d’appello della difesa di Internò, sottolinea come non vi sia stata nel corso del procedimento «nessuna lesione del diritto di difesa» e che «la prova indiziaria non significa che non sia prova certa esattamente come la prova diretta». Questo perché, dice l’accusa, «la prova logica ha la stessa importanza di quella diretta».
Secondo il magistrato Primicerio la sentenza della emessa in primo grado dalla Corte d’Assise di Cosenza risponde a tre domande: cos’è accaduto la sera del 18 novembre 1989; se il fatto può essere attribuito a Isabella Internò e qual è l’elemento psicologico che ha accompagnato la Internò nella commissione del reato.
La sera del 18 novembre 1989
Il pm parte dal giorno della morte di Denis Bergamini avvenuto a Roseto Capo Spulico lungo un tratto impervio e buio della statale 106 jonica. Isabella Internò era giunta in quel luogo con l’ex fidanzato, che avrebbe dovuto trovarsi in ritiro con la squadra, e ha raccontato – ricorda Primicerio – che Denis scese dall’auto e si pose nell’atteggiamento di fare l’autostop. Lei gli avrebbe detto di portare con sé almeno il giubbino e lui avrebbe risposto «il giubbino non mi serve, tra poco vedrai perché non mi serve». Denis Bergamini si sarebbe poi tuffato sotto a un camion di passaggio.
Ma quanto era distante, Bergamini, dall’auto sulla quale era rimasta Isabella Internò? L’ex fidanzata avrebbe fatto in tempo a osservare tutti i passaggi che hanno condotto alla morte ma – fa notare l’accusa – per raggiungere il camion ha dovuto mettersi in macchina.
L’autopsia del 2017
Nel 2017 è stata eseguita una nuova autopsia sul corpo di Denis Bergamini. Luca Primicerio ricorda che lo stato di conservazione del corpo del calciatore «era straordinario» e questo ha permesso di fare tutta una serie di analisi le quali, sostiene l’accusa, hanno accertato che Bergamini «è stato vittima di asfissia per mano di terzi prima dell’impatto con il camion». E le analisi, dice il pm, non consistono solo nell’esame della glicoforina ma anche l’esame macroscopico dei polmoni e l’esame istopatologico. Gli assassini avrebbero usato un mezzo soft per soffocare Bergamini «tipo una busta di plastica».
«La versione di Isabella Internò – sostiene l’accusa – non corrisponde a quella medico-legale»: il corpo di Bergamini è stato sormontato dal camion quando era già a terra e al momento dell’impatto il calciatore era già morto o comunque sul punto di spirare.
Alla perizia medico- legale si sommerebbero i rilievi planimetrici, le dimostrazioni che l’ipotesi del tuffo non è plausibile e le analisi del Ris di Messina secondo le quali, afferma Primicerio, il corpo di Bergamini era già a terra quando fu impattato dal camion guidato da Raffaele Pisano. «Non fu suicidio – alza il tono Primicerio – fu un omicidio»
La versione del camionista
Il camionista, oggi ottuagenario, ha sempre sostenuto la tesi del suicidio ma l’accusa afferma che «Pisano ha detto cose in contrasto col materiale probatorio». Il camionista, ricorda l’accusa, è stato assolto per la morte di Bergamini nel 1991 e fino al 2019, da quando è stato riaperto il caso, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Castrovillari che ha poi archiviato la sua posizione. Dunque Pisano avrebbe mantenuto la versione dei fatti «che gli conviene di più».
Teste chiave
Altro personaggio chiave di questa vicenda è Francesco Forte, un camionista che il giorno della morte di Bergamini si trovava in coda sulla 106 jonica col proprio camion. Dopo essere rimasto fermo diversi minuti, Forte è sceso dal mezzo ed è andato a vedere cosa fosse accaduto. La sua testimonianza in questo caso arriva a parecchi anni di distanza, su istanza di un’avvocatessa sua parente. Francesco Forte, deceduto nel 2024, si è palesato tardi perché, dice Primicerio «aveva paura di dire quello che sapeva». Una paura che emerge anche dalle sue stesse parole quando dice alla sorella del calciatore, Donata Bergamini, che in Calabria, «si fa fatica a sopravvivere». E anche quando chiede di avere una scorta.
La paura rende Forte «un teste credibile».
E la versione del testimone è che, sceso dal proprio mezzo, camminò fino a inciampare nelle gambe di Denis Bergamini. Pisano era fermo nel suo camion e gli avrebbe detto che il corpo di Bergamini «era già a terra» quando lo aveva investito. In più Forte ha dichiarato di aver visto due uomini che caricavano su un’auto scura un’Isabella Internò urlante.
Il movente
Il pm Luca Primicerio afferma che tanti sono i moventi, sottesi alla morte di Bergamini, che sono stati esclusi: droga, calcio scommesse, criminalità organizzata. L’unico movente rimasto in piedi è quello passionale: Isabella Internò si aspettava che Bergamini la sposasse dopo che lei aveva abortito. «Non ci sono altri moventi», aggiunge il pm.
Un teste che l’accusa chiama a pilastro di questa tesi è Tiziana Rota, moglie del calciatore Maurizio Lucchetti e amica di Internò all’epoca dei fatti. Anche quella di Rota è stata una testimonianza caratterizzata dalla paura. La donna ha testimoniato che Internò le avrebbe confidato che dopo l’aborto si aspettava che Bergamini la sposasse. «Se non torna con me lo faccio ammazzare – avrebbe detto –. Lui mi ha disonorata, lui mi deve sposare». Il giorno di queste rivelazioni, mentre le due donne erano sedute davanti alla gelateria Garden, sono arrivati due ragazzi. La Internò avrebbe smesso di parlare: erano due suoi cugini. «Se io a loro racconto la verità, che Denis non è più con me e dell’aborto lo ammazzano», avrebbe rivelato più tardi.
La premeditazione
Il pm ritiene che alla base del delitto vi sia la premeditazione dimostrata dalle rivelazioni che Internò fa a Tiziana Rota, dal fatto che l’incontro con Bergamini sia avvenuto quando questi era in ritiro e quindi non poteva portare nessuno con sé, dal luogo buio in cui è avvenuto il fatto e, infine, dall’uso del mezzo soft per soffocarlo (forse una busta di plastica) e il possibile uso di narcotico.
«Isabella Internò non è cambiata»
Nella sentenza di primo grado i giudici hanno riconosciuto le attenuati generiche e deciso una condanna a 16 anni perché il tempo avrebbe cambiato la Internò che oggi non sarebbe più la persona che era 35 anni fa. Un tesi che l’accusa non sostiene affatto quando chiede che la condanna venga aggravata poiché, dice Primicerio: «Internò non è cambiata: ha fornito una versione falsa per anni».
La parte civile: «I Bergamini e le infamie subite»
Di «fatti certi e non elucubrazioni e ipotesi» parla l’avvocato di parte civile Fabio Anselmo il quale sostiene che la famiglia di Denis Bergamini abbia «subito infamie, insulti, accuse sia sui media che nelle aule di giustizia» e che se una caccia alla strega vi è stata, la strega additata non era Isabella Internò ma Donata Bergamini, sorella del calciatore. La parte civile sostiene, inoltre, che è stato Denis Bergamini a essere «chiamato a rapporto» dalla famiglia di Isabella e non il contrario, come sostiene la difesa: che sia stato Denis a telefonare all’ex fidanzata.
La difesa: «È un evidente caso di suicidio»
«Nessuna sorpresa: da 15 anni la Procura di Castrovillari è occupata ostinatamente a dimostrare la responsabilità della nostra assistita in un evidente caso di suicidio. Allo stesso modo sono evidenti i macroscopici errori in fatto ed in diritto contenuti nella sentenza di primo grado che giudici dell’appello all’altezza del loro ruolo non potranno fare a meno di rilevare, siamo assolutamente certi dell’assoluzione», affermano infine gli avvocati di Isabella Internò Cataldo Intrieri e Angelo Pugliese. La loro discussione è prevista per il 9 luglio prossimo.