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04/06/2026 ore 08.48
Cronaca

Movente, dinamica dell’incendio, complici e violenza illogica: i misteri che restano sulla strage di Amendolara

Ancora molte domande aperte dopo la conferenza stampa a Cosenza. Il procuratore D’Alessio non ha escluso altre cause per l’eccidio: spunta l’ombra di uno scontro tra etnie per il “governo” dei campi. Dubbi sulla trappola di fuoco scattata sotto le telecamere

di Pablo Petrasso

Le indagini sulla strage di Amendolara continuano: il video con i due presunti caporali pachistani che danno fuoco al minivan in cui hanno trovato la morte i braccianti Waseem Khan, 29 anni, Safi Iayjad, 27 anni; Ullah Ismat Qiemi, 19, e Amin Fazal Khogjani, 28, è la pietra miliare di un’inchiesta non ancora conclusa.

Sono diversi, infatti, gli aspetti ancora da chiarire. Il procuratore di Castrovillari Alessandro D’Alessio non si è sbilanciato neanche sul movente, spiegando che il caporalato è una delle ipotesi tenute in considerazione ma non l’unica. Insomma, i dubbi sull’eccidio alla stazione di servizio non sono pochi.

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Il movente specifico: caporalato o scontro tra etnie?

Nonostante la gravità dell'evento, le ragioni precise che hanno scatenato una tale furia omicida rimangono da accertare. Sebbene l'ipotesi principale riguardi il caporalato e la ribellione delle vittime per il mancato pagamento di un mese di lavoro e per i costi del trasporto (5 euro al giorno pretese dai presunti caporali fermati a Villapiana), la Procura la considera solo una delle piste possibili. Resta inoltre da verificare se il massacro sia scaturito da uno scontro tra diverse nazionalità per il controllo del lavoro nei campi della zona.

La dinamica dell'incendio al minivan

Nella conferenza stampa a Cosenza, le domande di alcuni cronisti si sono concentrate sulle modalità dell’esecuzione. E non è stato ancora chiarito se per appiccare il fuoco sia stato utilizzato il carburante del distributore o se gli aggressori avessero portato con sé delle taniche già predisposte, dettaglio fondamentale per determinare il grado di premeditazione dell’eccidio. Questo aiuterebbe a comprendere quanto profondi e datati nel tempo fossero i contrasti sorti tra le vittime e i presunti esecutori della strage.

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Il ruolo degli indagati

Gli inquirenti devono stabilire se i due pachistani fermati fossero semplici braccianti, caporali o se ricoprissero entrambi i ruoli all'interno del sistema di sfruttamento. Per approfondire questo aspetto della ricostruzione potrebbe essere necessario l’aiuto delle ditte agricole della zona, spesso a conoscenza dei reali rapporti tra i migranti impiegati nelle raccolte stagionali.

Gli eventuali complici e la fuga

Sebbene i due sospettati siano stati ripresi mentre si allontanavano a piedi, non è escluso che vi fossero complici ad attenderli o che abbiano utilizzato mezzi di fortuna nella vegetazione per sparire inizialmente. In particolare, resta da chiarire la posizione di un terzo uomo, un pachistano di nome Kassan, descritto dall’unico sopravvissuto alla strage come un individuo violento e in rapporti con le organizzazioni criminali dell’area. Ieri si era diffusa la notizia, poi smentita, di un terzo fermo per la strage.

Identificazione formale delle vittime

Nonostante i documenti siano stati rinvenuti nell'abitazione dei migranti e i nomi delle vittime siano stati divulgati dagli organi di stampa sulla base delle carte presenti nell’appartamento abitato dalle vittime, i corpi carbonizzati non sono ancora stati formalmente identificati.

L'illogicità della violenza

Resta anche il mistero sul perché gli aggressori abbiano agito con una «barbarie inspiegabile» e una «crudeltà inenarrabile» (i virgolettati sono degli inquirenti) in pieno giorno, in un luogo pubblico e davanti alle telecamere di sorveglianza. Per giunta dopo che al minivan si era avvicinato un carabiniere forestale che probabilmente si era accorto che il clima nel veicolo era teso. Appena si è allontanato, i due pachistani fermati avrebbero fatto scattare la trappola mortale. Apparentemente incuranti di tutto.