’Ndrangheta, da Melicucco sulle rotte della cocaina: il summit con i cugini di "Tamunga" e quel debito da 125mila euro
Le cimici della Dda di Reggio Calabria svelano la rete del narcotraffico della cosca Costa: il ruolo di supporto nel porto di Gioia Tauro, le trattative per la coca "immacolata" e la marijuana "Rossa calabrese"
13 settembre 2022: i servizi di osservazione dei Carabinieri documentano un incontro considerato ad altissima densità criminale in un bar di Cinquefrondi. A sedersi al tavolo con il presunto capocosca Rosario "Angelo" Costa e il suo fidato luogotenente Dario Varamo sono due personaggi descritti come esponenti di primo piano della criminalità di Africo: uno dei due è Leo Mollica, che apparterrebbe – secondo gli inquirenti - «a un nucleo familiare di narcotrafficanti internazionali» - e sarebbe imparentato attraverso un cognato al celebre narcos Rocco Morabito, il famigerato "Tamunga", una vita da film tra Italia e Sud America e attività da broker internazionale di primo livello.
Prima di accomodarsi al bar, Costa ordina a Varamo di adottare la massima cautela: «I telefoni... I telefoni li lasciamo in macchina... ci parcheggiamo qua così la lasciamo dietro la nostra...».
Oggetto dell'accordo sarebbe stata l'offerta di un appoggio logistico da parte della cosca di Melicucco per l'esfiltrazione e la prima custodia di un ingente carico di cocaina in arrivo al porto di Gioia Tauro. I Mollica temevano che la merce potesse venire sottratta durante i passaggi nel porto. L'operazione, tuttavia, è fallita a causa dell'intervento delle autorità doganali che hanno bloccato il container. Un mese dopo, Varamo commenta amareggiato lo sfacelo finanziario: «E allora zio, se ce l'hanno presa che devo fare, senza soldi, senza niente era, ho avuto qua a ... hanno dormito a casa mia... è arrivata è andata in ispezione e l'hanno bloccata, noi per essere non abbiamo perso niente, diecimila euro gli abbiamo mandato a quello per andare là...».
Il debito da 125.000 euro e la garanzia del "Capo Società"
L'inserimento della famiglia Costa nei grandi circuiti del narcotraffico emerge con chiarezza anche dagli atti dell'inchiesta "Millennium" sulle cosche di Platì.
Dalle intercettazioni ambientali tra i vertici del clan Barbaro di Platì, è emerso che Salvatore Mangiaruga aveva ottenuto un prestito di 125mila euro destinato a finanziare un'importazione di droga. A fare da garante personale per la restituzione del capitale si era presentato Carmelo Costa, spendendo la propria qualifica formale di "Capo Società" di Melicucco.
Poiché Mangiaruga non aveva restituito il denaro nei tempi stabiliti, i platioti — furiosi per il mancato rispetto dei patti — pianificavano nei loro dialoghi riservati di intimare a Carmelo Costa la restituzione o di uccidere direttamente Mangiaruga.
La caccia ai 5 chili di cocaina "immacolata"
Nel febbraio 2023, le cimici registrano l'attivazione del clan per soddisfare la richiesta di un importante cliente pronto ad acquistare 5 chilogrammi di cocaina. Preoccupato di fare brutta figura e pretesa la massima purezza della merce, il boss Angelo Costa dà disposizioni tassative ai suoi emissari: «Abbiamo persone perbene, tieni e dammi, l'importante è che sia buona, altrimenti perdiamo solo tempo e facciamo brutte figure... Però questo vuole comprare a prezzo... deve essere immacolata... ah?...».
Dario Varamo e Salvatore Ammazzagatti si mettono in viaggio verso il versante jonico, raggiungendo la zona di Ciminà per sondare diversi fornitori. La trattativa si gioca sui prezzi: i fornitori chiedono tra i 29.000 e i 26.000 euro al chilo. L'obiettivo di Varamo e Ammazzagatti è quello di spuntare un prezzo favorevole per lucrare un "punto" (1.000 euro di guadagno netto al chilo) da dividere tra loro: «Ha trovato da un'altra parte a ventisei... E perché gli rimane qualche Punto in più qua... Poi li dividiamo tutti».
Tuttavia, di fronte all'incertezza sulla qualità della merce e al rischio elevato di pesanti condanne penali, Angelo Costa decide infine di desistere dall'affare: «E oggi diventano sempre più brutte queste cose, se uno cade non ne esce... Specialmente lo sventurato... Prende vent'anni».
Il business della "Rossa Calabrese"
Oltre alla cocaina, la cosca – secondo l’accusa – si muoveva con disinvoltura nel commercio della canapa indiana. In un'intercettazione del settembre 2022 tra Dario Varamo e un uomo non indagato ma definito negli atti «pregiudicato», quest'ultimo propone a Varamo di aiutarlo a piazzare sul mercato un ingente quantitativo di marijuana pregiata.
Si tratta della "Rossa Calabrese", una varietà autoctona molto ricercata sul mercato clandestino per via delle sfumature rosse dei suoi tricomi e dell'elevata concentrazione di principio attivo: «È un altro paio di maniche questo... vedi che c'è, te lo dico ma fai finta che non ti ho detto niente... se riesci a trovare qualche strada per questa... Lo so lo so, quella rossa è».
Pochi mesi dopo, nel febbraio 2023, Varamo viene intercettato mentre propone una partita di erba ad alta potenza al cognato: «Pino... la vuoi un po' di erba? Dicono che è quella forte, che sballa tutto...».
Il cognato però rifiuta spiegando che il prezzo richiesto dal fornitore è troppo alto per la piazza locale e che quel tipo di sostanza può essere piazzato solo sui mercati di Roma o Cosenza. La “Rossa Calabrese” in questo caso non è la ’nduja. E non è per tutte le tasche.