’Ndrangheta, i segreti dei clan del Crotonese raccontati da 11 pentiti: ecco chi sono, dall’Avvocato al figlio del boss
I verbali dei collaboratori di giustizia hanno aiutato la Dda di Catanzaro a ricostruire dinamiche interne, omicidi e le strategie di espansione al Nord delle cosche Grande Aracri, Arena-Nicoscia, Vrenna. Un progetto criminale che ha lasciato tracce nell’ultimo mezzo secolo
Libeccio è soltanto l’ultima inchiesta della serie ma sono tante le inchieste della Dda di Catanzaro che hanno messo nel mirino gli affari della ‘ndrangheta crotonese. E ne hanno svelato il radicamento anche nel Nord del Paese.
Negli ultimi trent’anni una parte rilevante delle indagini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sugli equilibri criminali in quest’area del territorio (e sulle proiezioni fuori regione) si è fondata sulle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia. Alcuni erano uomini d’onore di lungo corso, altri imprenditori o figure di contorno che hanno gravitato attorno alle cosche. Le loro parole hanno consentito di ricostruire dinamiche interne, omicidi, traffici illeciti e soprattutto le strategie di espansione della ’ndrangheta dal territorio calabrese verso il Settentrione.
Tra questi collaboratori figurano Giuseppe Giglio, Angelo Salvatore Cortese, Luigi Bonaventura, Giuseppe Vrenna, Salvatore Muto, Giuseppe Liperoti, Nicola Toffanin, Domenico Mercurio, Antonio Valerio, Antonio Sestito e Dante Mannolo.
I lavori all’aeroporto di Crotone nel mirino della ’ndrangheta di Isola Capo Rizzuto: «Una milionata ce la deve versare»Giuseppe Giglio: l’imprenditore delle false fatture
Originario del Crotonese, Giuseppe Giglio si trasferì in Emilia già nei primi anni Novanta. Nel settore edilizio sviluppò una competenza specifica nei meccanismi delle sovrafatturazioni e delle fatturazioni per operazioni inesistenti, attività che inizialmente gestì in proprio e successivamente al servizio delle cosche.
Pur non risultando formalmente affiliato alla ’ndrangheta, Giglio divenne negli anni un imprenditore di riferimento per la cosca Arena di Isola Capo Rizzuto – in particolare per Giuseppe Arena detto “Tropeano” – fino al 2009. Dal 2010 si avvicinò invece alla proiezione emiliana della famiglia Grande Aracri di Cutro.
Il suo percorso di collaborazione iniziò il 9 febbraio 2016, dopo l’arresto nell’ambito della maxi-inchiesta Aemilia, uno dei procedimenti più importanti contro la ’ndrangheta al Nord. In primo grado fu condannato a dodici anni e sei mesi di reclusione, pena poi ridotta a sei anni in appello grazie ai benefici previsti per i collaboratori.
Il gip di Bologna, nella ricostruzione giudiziaria, gli ha attribuito il ruolo di organizzatore di un sistema criminale finalizzato alla produzione di false fatturazioni, alla gestione illecita di appalti e al riciclaggio, attività svolte per conto del gruppo facente capo a Nicolino Grande Aracri, operativo in diversi comuni dell’Emilia.
«Dal carcere gestivano estorsioni e narcotraffico»: i dettagli dell’operazione Libeccio che ha portato a 19 arrestiAngelo Salvatore Cortese: il braccio destro di Nicolino Grande Aracri
Tra i collaboratori più rilevanti figura Angelo Salvatore Cortese, per anni uno degli uomini di vertice della ’ndrangheta cutrese.
La sua carriera criminale iniziò nel 1985, quando venne “battezzato” con il grado di picciotto. Nel tempo scalò l’intera gerarchia dell’organizzazione, ottenendo le doti di camorra, sgarro, santa, vangelo, tre quartino e infine crimine, quest’ultima conferita direttamente da Nicolino Grande Aracri insieme ad altri esponenti di vertice della ’ndrangheta.
Per lungo tempo Cortese fu considerato il più fidato collaboratore del boss, al punto da rappresentarlo in numerosi incontri con altre cosche. I suoi rapporti si estendevano anche alla famiglia Pesce di Rosarno e ai clan di Crotone.
Quando iniziò a collaborare con la giustizia, il 17 febbraio 2008, confessò la propria partecipazione diretta a numerosi delitti: oltre dieci omicidi, uno dei quali commesso personalmente, e diversi tentati omicidi, oltre a estorsioni e danneggiamenti.
Tra le confessioni più rilevanti vi fu quella relativa all’omicidio di Rosario Ruggiero, detto “Tre dita”, avvenuto nel giugno del 1992 nell’ambito delle tensioni tra le famiglie criminali della zona.
L’attendibilità delle sue dichiarazioni è stata riconosciuta in diversi procedimenti. Il gip di Bologna ha sottolineato come Cortese si sia autoaccusato anche di fatti per i quali era stato precedentemente assolto, dimostrando così la genuinità della scelta collaborativa.
Luigi Bonaventura: il capo clan diventato pentito
Luigi Bonaventura (foto sopra), noto con i soprannomi “Lucas” e “Gne gne”, ha iniziato a collaborare nel febbraio 2007 ed è stato ascoltato in numerosi processi, tra cui quelli celebrati davanti alla Corte d’Assise di Catanzaro per gli omicidi di Antonio Dragone e Salvatore Blasco.
La sua affiliazione alla ’ndrangheta risale al 1992, quando fu formalmente “battezzato” a Isola Capo Rizzuto alla presenza di importanti esponenti mafiosi.
Dopo la morte dello zio Giovanni Bonaventura, nel 2003 assunse insieme al padre la reggenza della cosca Vrenna-Corigliano-Bonaventura, gestendo traffici di armi e stupefacenti e mantenendo rapporti con altre cosche del territorio.
Le sue dichiarazioni hanno toccato anche episodi di estrema gravità. Bonaventura ha infatti confessato il proprio ruolo nell’organizzazione degli omicidi di Dino Covelli e Giuseppe Villirillo, oltre alla partecipazione alla cosiddetta strage di piazza Pitagora a Crotone del 1990, nella quale svolse il ruolo di sentinella con il compito di far fuoco sugli eventuali scampati all’agguato.
Secondo il gip di Catanzaro, il racconto del collaboratore si è rivelato coerente e articolato, risultando attendibile sia sotto il profilo della credibilità personale sia per la consistenza delle dichiarazioni.
Giuseppe Vrenna: mezzo secolo dentro la ’ndrangheta
Una delle figure più longeve tra i collaboratori è Giuseppe Vrenna, nipote del noto esponente mafioso Luigi Vrenna detto “u Zirru”.
Secondo il suo stesso racconto, fu affiliato alla ’ndrangheta nel 1969, a soli sedici anni. Nel corso della sua carriera criminale ricevette numerose doti, fino al grado di tre quartino, ottenuto durante la detenzione nel carcere di Trani negli anni Novanta grazie ai boss Umberto Bellocco di Rosarno, Franco Muto di Cetraro e Domenico Pompeo di Isola Capo Rizzuto.
Nel 2008 fu coinvolto nell’operazione Eracles della Dda di Catanzaro per associazione mafiosa, omicidio, traffico di droga, estorsioni e detenzione di armi. Dopo un periodo di latitanza fu arrestato nel marzo 2009 a Montalto Uffugo e sottoposto al regime del 41-bis.
La decisione di collaborare arrivò poco dopo, nel dicembre 2010. Le sue dichiarazioni sono state utilizzate in diversi procedimenti penali e ritenute attendibili dai magistrati.
Salvatore Muto: il collegamento con l’Emilia
Un altro tassello dell’espansione al Nord è rappresentato da Salvatore Muto, originario di Crotone ma trasferitosi in Lombardia nei primi anni Duemila.
Attraverso la propria impresa edile entrò in contatto con ambienti della ’ndrangheta coinvolti nel sistema delle false fatturazioni. Nel 2006 conobbe Francesco Lamanna, braccio destro di Nicolino Grande Aracri (foto sopra), con il quale instaurò un rapporto di fiducia diventando uno dei principali interlocutori dell’organizzazione nelle province di Mantova, Piacenza e nel nord dell’Emilia.
Arrestato nel 2015 nell’ambito dell’inchiesta Aemilia, iniziò a collaborare con la giustizia il 2 ottobre 2017. In sede processuale confessò la propria appartenenza alla ’ndrangheta e il ruolo svolto al fianco di Lamanna.
Le sue dichiarazioni sono state ritenute attendibili dal Tribunale di Reggio Emilia e hanno fornito elementi probatori significativi, tra cui informazioni relative al cosiddetto “Affare Oppido” e alla figura di Paolo Grande Aracri.
Giuseppe Liperoti: il genero dei Grande Aracri
Giuseppe Liperoti rappresenta un caso emblematico di infiltrazione mafiosa attraverso i legami familiari. Sposato con Rosanna Grande Aracri, figlia di Antonio – fratello del boss Nicolino – entrò stabilmente nell’orbita della cosca cutrese.
Ha iniziato a collaborare con la giustizia il 4 maggio 2017, quando si trovava detenuto nel carcere di Crotone.
Nel corso degli interrogatori ha confessato la propria affiliazione alla ’ndrangheta sin dalla metà degli anni Novanta e ha ammesso il coinvolgimento in diversi omicidi, tra cui quello di Raffaele Dragone, avvenuto il 31 agosto 1999 su mandato di Nicolino Grande Aracri.
La sua posizione familiare all’interno del clan ha consentito agli investigatori di ottenere uno sguardo interno sugli assetti e sull’organigramma della cosca, circostanza che ha reso particolarmente preziose le sue dichiarazioni.
Nicola Toffanin: “l’avvocato” del locale veronese
Diverso il profilo di Nicola Toffanin, soprannominato “l’avvocato”, arrestato nel 2020 nell’ambito dell’operazione Isola Scaligera della Dda di Venezia.
Secondo gli inquirenti faceva parte della ’ndrangheta legata alla cosca Arena-Nicoscia, con il ruolo di organizzatore della locale di Verona. Si occupava di pianificare le attività criminali – dalle estorsioni al gioco d’azzardo, fino al riciclaggio – e di individuare obiettivi e vittime.
Dopo l’arresto e la condanna in primo grado, poi ridotta in appello, ha intrapreso il percorso di collaborazione confessando la propria appartenenza alla ’ndrangheta e indicando come suo referente Michele Pugliese “il commercialista”, braccio destro di Antonio Giardino “Totareddu”, considerato il vertice del gruppo veronese.
Le sue dichiarazioni hanno portato anche alla riapertura delle indagini sull’omicidio di Fiore Gentile, avvenuto nel 2015 a Isola Capo Rizzuto.
Toffanin ha raccontato di essere stato incaricato di mantenere i rapporti tra ’ndrangheta, politica, massoneria e forze dell’ordine, svolgendo il ruolo di collegamento in quello che ha definito un “mondo di mezzo”, cioè – parole del collaboratore – «la maglia che connette la ‘ndrangheta con la politica, le forze dell’ordine e la massoneria. Diamo la possibilità all’organizzazione dì crescere e infiltrarsi nel tessuto economico, imprenditoriale e delle amministrazioni pubbliche. Anche dalla Procura di Verona venivo a conoscenza di tante cose. È proprio per questo che mi hanno dato il soprannome di “Avvocato”».
Domenico Mercurio: l’imprenditore della locale veronese
Anche Domenico Mercurio, originario di Isola Capo Rizzuto ma residente nel Veronese, ha collaborato con la magistratura dopo essere stato arrestato nel 2020 nell’operazione Isola Scaligera.
Imprenditore a San Martino Buonalbergo, secondo l’accusa era uno dei capo-organizzatori della locale di Verona, occupandosi soprattutto della gestione finanziaria e del reimpiego dei proventi illeciti per conto della cosca Arena-Nicoscia.
Durante la detenzione ha deciso di intraprendere il percorso collaborativo, avviato nel luglio 2020.
Antonio Valerio: il “quartino” dei Grande Aracri
Antonio Valerio, detto “Pulitino”, ha iniziato a collaborare nel luglio 2017 durante il processo Aemilia, nel quale era imputato per associazione mafiosa come esponente della cosca Grande Aracri.
Affiliato nel 2000, nel tempo ha ottenuto diverse doti fino a raggiungere il grado di quartino, diventando uno dei collaboratori più fidati di Nicolino Grande Aracri e gestendo in particolare le attività criminali in Emilia.
Nel corso della collaborazione ha confessato, tra gli altri reati, la partecipazione all’omicidio di Rosario Ruggiero, collegato alla vendetta per l’uccisione di Luigi Valerio.
Le sue dichiarazioni sono state riscontrate nel procedimento della Dda di Milano a carico di Nicolino Grande Aracri e altri esponenti del clan.
Antonio Sestito: uno dei primi pentiti
Tra i collaboratori più risalenti nel tempo vi è Antonio Sestito, che decise di parlare con i magistrati nel febbraio 1994, quando era detenuto nel carcere di Ancona.
Condannato a ventuno anni per traffico di stupefacenti, era stato affiliato alla cosca Arena di Isola Capo Rizzuto ma, durante la faida con il clan Maesano, si schierò con quest’ultimo contribuendo a rafforzarne il peso criminale nel Crotonese.
Le sue dichiarazioni permisero agli investigatori di ricostruire struttura e rapporti interni delle cosche della zona, oltre a individuare i responsabili di diversi episodi di sangue.
Dante Mannolo: il figlio del boss che rompe il silenzio
Dante Mannolo è figlio di Alfonso Mannolo, considerato il vertice della locale di San Leonardo di Cutro.
Arrestato insieme al padre nell’operazione Malapianta della Dda di Catanzaro per associazione mafiosa, usura ed estorsione, era ritenuto il custode delle provviste finanziarie del clan.
Dopo l’arresto decise di collaborare con la giustizia, fornendo informazioni anche sui propri familiari. Tra i passaggi più rilevanti delle sue dichiarazioni vi è il racconto dell’affiliazione dei cugini Giuliano, Rocco, Fabio e Ivan Mannolo, appartenenti al gruppo dei cosiddetti “Pecorari”, avvenuta nel 2009 attraverso un rituale officiato dal padre.
Mannolo ha inoltre illustrato il funzionamento delle attività di traffico di droga tra Crotone, Catanzaro Lido e Isola Capo Rizzuto, gestite proprio da quel gruppo familiare.
Il mosaico delle dichiarazioni
Le testimonianze di questi collaboratori – provenienti da ruoli diversi all’interno dell’organizzazione – hanno permesso agli investigatori di ricostruire oltre mezzo secolo di storia criminale della ’ndrangheta crotonese.
Dai rituali di affiliazione agli equilibri tra le cosche, dalle faide sanguinose degli anni Novanta fino all’espansione economica nel Nord Italia, i loro racconti hanno contribuito a delineare la struttura di un sistema criminale capace di adattarsi e rigenerarsi nel tempo.
Un mosaico complesso, fatto di omicidi, traffici e alleanze, che le dichiarazioni dei pentiti hanno progressivamente portato alla luce.