’Ndrangheta, il “bancomat segreto” delle banche: così i clan compravano liquidità e potere al Nord
Il collaboratore di giustizia Angelo Cortese svela il cuore finanziario dell’espansione mafiosa al Nord: contanti su richiesta, direttori compiacenti e un sistema che ha trasformato l’Emilia in un Eldorado criminale. L’audizione nella Commissione d’inchiesta sulla morte di David Rossi
«Gli diceva: mi servono 100mila euro. E quelli preparavano i soldi». Non c’è enfasi nel racconto del collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese. Solo la normalità di un meccanismo che normale non è. Siamo a Viadana, nel Mantovano, metà anni Duemila. Dentro una filiale bancaria – il pentito non ricorda il nome – si consuma una delle scene più rivelatrici del potere economico della ’ndrangheta al Nord. Non si tratta di prestiti, né di operazioni formalizzate. È contante: immediato e disponibile.
«Sì, sì, in contanti. Ma anche di più, anche 150mila».
Cifre che, in un sistema bancario ordinario, attiverebbero segnalazioni automatiche. Qui no. Qui la relazione tra clienti e direttori è un’altra cosa. È complicità: «Talmente erano intimi… riuscivano ad avere queste cifre. Era una cosa impensabile».
Breve digressione: Cortese è stato sentito dalla Commissione parlamentare che indaga sulla morte di David Rossi, capo della comunicazione della Banca Monte dei Paschi di Siena morto precipitando dalla finestra del proprio ufficio. Una fine attorno alla quale si addensano dubbi e misteri: anche un’ombra legata alle attività della ’ndrangheta al Nord. Cortese dice di non sapere nulla della faccenda ma racconta molto altro.
Il “bancomat”: la finanza piegata al sistema criminale
Cortese usa un’espressione che resta impressa: «Un bancomat vivente». Non è solo un’immagine efficace, è una definizione operativa.
Le banche, o almeno alcune, smettono di essere un filtro e diventano un acceleratore. Il denaro entra, esce, rientra. Senza attriti né tempi morti.
«Con questi direttori loro potevano fare quello che volevano: riciclare, depositare, prelevare».
È qui che il sistema cambia scala. Perché la ’ndrangheta non ha difficoltà a fare soldi – droga, estorsioni, traffici – ma ha bisogno di qualcosa di più sofisticato: trasformarli, muoverli, reinvestirli. Senza questo passaggio, l’economia criminale resta confinata. Con questo passaggio, diventa sistema. Cortese lo sottolinea: a “loro” serve gente che li aiuti a riciclare.
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Il cuore operativo di questa domanda di liquidità è il movimento terra. Un settore apparentemente tecnico, ma perfetto per assorbire e moltiplicare denaro non tracciato.
«Pagavano tutto in nero… gli serviva liquidità», dice Cortese.
Il contante serve a comprare materiali, pagare fornitori, muovere merci senza lasciare tracce. E soprattutto serve a costruire un vantaggio competitivo devastante.
Le imprese legate ai clan possono permettersi prezzi impossibili per chi opera nella legalità. Non pagano Iva, non rispettano regole, hanno costi inferiori: «Una persona regolare non poteva fare mai i prezzi che avevano loro».
È così che interi settori vengono progressivamente occupati. Non con la violenza esplicita, ma con la forza silenziosa del prezzo.
Le fatture false: il motore invisibile dei capitali
Accanto al contante, scorre un altro fiume di denaro: quello delle fatture false. Cortese lo descrive come un meccanismo quasi banale, tanto è consolidato.
Un lavoro che non esiste viene fatturato. Il pagamento passa attraverso un assegno, quindi entra formalmente nel circuito legale. Poi il denaro viene ritirato e restituito in contanti, meno una percentuale: «Ti trattenevi il 4% e il 5%».
Una percentuale minima rispetto ai volumi. Perché le cifre, racconta, sono enormi: centinaia di migliaia di euro per operazione. E anche quando il sistema viene scoperto, il rischio penale resta contenuto rispetto ai guadagni accumulati negli anni.
È un equilibrio perverso, ma stabile. Ed è durato decenni. Quelli che hanno portato all’inchiesta Aemilia, architrave della moderna espansione dei clan calabresi al Nord. Ci sono dentro tutti i cognomi che contano nel Crotonese: Arena e Grande Aracri su tutti.
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Il passaggio più impressionante del racconto non riguarda una singola operazione, ma una trasformazione.
«Nel ’90 puzzavano di fame… nel 2005 avevano un impero». In mezzo, c’è il Nord. C’è l’Emilia. C’è un territorio capace di assorbire capitali e restituire opportunità.
Cortese descrive aziende – quella legata ai Muto – con decine di camion, terreni acquistati, cantieri aperti, immobili costruiti e venduti. Una crescita che non è solo economica, ma strutturale. «Avevano monopolizzato il movimento terra… erano loro i padroni».
La criminalità marginale si è fatta impresa, parte essenziale del sistema produttivo nella locomotiva d’Italia.
L’Eldorado emiliano e la strategia dell’infiltrazione
La parola che usa è semplice, quasi ingenua: Eldorado. Ma dentro c’è tutta la strategia della ’ndrangheta. «Per le cosche… l’Emilia Romagna era un’America».
Non solo per fare soldi, ma per farli diventare qualcos’altro. Investimenti immobiliari, attività commerciali, presenza nel tessuto economico: «Il problema della ’ndrangheta non è fare soldi… è riciclarli». E quando trova i canali giusti, il salto è immediato.
La zona grigia: professionisti, relazioni, consenso
Il sistema non si regge da solo. Ha bisogno di competenze, di connessioni, di coperture. Di colletti bianchi, insomma. Cortese lo spiega ai parlamentari: «Avevano in mano un sacco di commercialisti».
Professionisti che gestiscono contabilità, costruiscono architetture fiscali, rendono plausibili operazioni che altrimenti non lo sarebbero. Accanto a loro, una rete di relazioni fatta di cene, regali, viaggi, serate nei locali.
Quei colletti bianchi e i direttori di banca che rimangono senza nome «li portavano ai ristoranti… nei locali».
E poi ci sono gli investimenti nel sociale: sponsorizzazioni sportive, ingressi nelle società, tentativi di penetrare la politica e l’economia locale. «Loro parlavano di infilarsi nella società bene emiliane, nella politica e nel tessuto socio-economico emiliano». Il consenso si costruisce anche così, rendendo la presenza mafiosa non solo tollerata, ma conveniente.
Il punto di rottura: senza le banche, il sistema non esiste
Alla fine, però, tutto torna lì. Alla banca. Al direttore. Ai soldi e alla telefonata per ottenerli: «Senza questo appoggio… non riuscivano a costruire quello che hanno costruito». È forse la frase più pesante dell’intera audizione. Perché sposta la responsabilità e racconta che il sistema non è chiuso, non è isolato. È permeabile. E in quella permeabilità si inserisce la ’ndrangheta, trasformando strumenti legali in leve di potere criminale. È una storia che c’entra con la mafia fino a un certo punto: è una storia di connivenze. E del confine, sempre più sottile, tra economia legale e capitale criminale.