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08/08/2026 ore 16.00
Cronaca

’Ndrangheta, il figlio del boss Anello un ingranaggio del clan: le motivazioni della condanna a 12 anni in Imponimento

La sentenza del processo d’appello descrive Francescantonio Anello come figura consapevole e operativa: l’impresa usata per gli affari del sodalizio, collegamenti tra affiliati, intimidazioni e coinvolgimento nello smaltimento illecito di rifiuti

di Alessia Truzzolillo

La Corte d'Appello di Catanzaro, nell'ambito del maxiprocesso Imponimento, ha attestato la pervasività e il potere della consorteria mafiosa degli Anello-Fruci, confermando anche la centralità della figura di Francescantonio Anello. Figlio del boss indiscusso Rocco Anello, il giovane è stato condannato alla pena di 12 anni e 20 giorni di reclusione, un verdetto che, seppur ridimensionato rispetto al primo grado (15 anni e 8 mesi) certifica una piena appartenenza all'organizzazione criminale radicata nel Vibonese. La sentenza d'appello svela un ritratto complesso dell'imputato, diviso tra un apparente disinteresse per gli affari paterni e un ruolo operativo indispensabile per la sopravvivenza economica e militare del clan.

Rocco Anello (condannato a 20 anni) nelle intercettazioni lamenta, in qualche caso, l'inettitudine professionale del giovane, definendolo sprezzantemente in privato "questo scemo di mio figlio" e criticando il suo disimpegno e la sua scarsa presenza fisica sui cantieri caldi del clan.

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«… a me interessava cercare di sistemare sto scemo di mio figlio», rivela al sodale Antonio Nicola Monteleone lamentando il fatto che il giovane «fosse stato presente sporadicamente sul cantiere interessato dai lavori di movimento terra assegnati alla sua ditta (di Francescantonio, ndr) ma gestiti in via esclusiva, sin dalla fase genetica, dal padre», è scritto nella sentenza d’appello.
Altro elemento è «la presenza passiva» del 37enne alle riunioni d’affari del genitore. La difesa ha puntato su un comportamento di connivenza non punibile più che su una vera e propria partecipazione.

Secondo la difesa anche i collaboratori di giustizia individuano Francescantonio Anello come generico latore dei voleri paterni.

I giudici d'appello hanno accolto solo in parte la linea difensiva. La ditta individuale di movimento terra, formalmente intestata a Francescantonio Anello, era in realtà lo strumento primario attraverso cui il padre Rocco monopolizzava i lavori più importanti del territorio. In una intercettazione si evince il fatto che «era Rocco Anello a decidere anche in ordine ad intonaci e tamponature».
Ma secondo i giudici d’appello Francescantonio prestava consapevolmente il suo nome e la sua impresa per schermare le attività della cosca, intascando i profitti e legittimando con la sua sola presenza l'autorità mafiosa nei confronti dei committenti intimoriti.
Dagli atti emergerebbe «come l'imputato abbia fornito al padre la propria impresa, quale strumento per affermare il potere anche economico della cosca».
In più «l'imputato ha manifestato consapevolezza delle dinamiche criminali caratterizzate da accordi di spartizione degli affari secondo un criterio di competenza territoriale», «ha esercitato con violenza e minaccia un ruolo tipicamente mafioso, imponendo la pacificazione tra un suo protetto cd un altro giovane che si era permesso di andargli contro, cosi attribuendo al suo autorevole dictum il potere risolutorio derivante dall'appartenenza al sodalizio e rafforzando la supremazia della cosca sul territorio».
Infine «quanto al compito di veicolare messaggi tra gli associati ovvero nei rapporti con le altre consorterie, deve osservarsi – scrivono i giudici nella sentenza – che molteplici sono le occasioni in cui i sodali, per relazionarsi con Rocco Anello, privo di telefono, hanno utilizzato l'utenza telefonica dell’imputato (Francescantonio, ndr) e che particolarmente rilevanti risultano le occasioni in cui lo stesso ha accompagnato accoliti e terzi a fare visita al padre sottoposto agli arresti domiciliari».

La sua operatività all'interno del clan spaziava dal settore economico a quello più strettamente militare e logistico. Francescantonio fungeva da fondamentale "veicolo di messaggi" per conto del padre, soprattutto nei periodi in cui il boss era sottoposto a restrizioni o privo di utenze telefoniche, garantendo il collegamento costante tra i vertici e gli altri associati o le consorterie alleate. Ma il suo non era un compito puramente diplomatico: i giudici gli attribuiscono la pianificazione e la delega di spedizioni punitive volte a mantenere il ferreo controllo del territorio.

Di particolare gravità è poi il capitolo dei reati ambientali: Francescantonio ha partecipato, stando alla sentenza della Corte, attivamente allo smaltimento abusivo e incontrollato di ingenti quantitativi di rifiuti pericolosi, tra cui tonnellate di amianto ed eternit frantumato, sversati in aree protette e parchi regionali con il solo scopo di abbattere i costi di impresa e massimizzare i profitti della cosca.

La condanna a 12 anni e 20 giorni di reclusione sancisce che il giovane non era passivo all’interno della propria dinastia, ma un ingranaggio consapevole, capace di alternare la gestione silenziosa di imprese edili alla violenza di strada e agli affari sporchi.
Toccherà ora alla Cassazione determinare questo giudizio in via definitiva o rideterminarlo.