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24/09/2026 ore 06.45
Cronaca

’Ndrangheta, il pentito Bellusci al processo Hydra: «Volevo sparare a un carabiniere, il boss mi disse di no»

Nel processo sull'alleanza tra clan calabresi Cosa Nostra e camorra in Lombardia, Francesco Bellusci racconta incendi, armi, affiliazioni e rapporti con la politica: «La mafia è venuta da me, non il contrario. Prima di affiliarmi fatturavo 1,3 milioni all’anno»

di P. P. P.

«Volevo sparare a un carabiniere che mi dava sempre fastidio». A fermare Francesco Bellusci, secondo il suo stesso racconto, sarebbe stato il suo capo, Giacomo Cristello, che gli avrebbe ordinato di lasciar perdere per evitare conseguenze ancora più gravi.

È uno dei passaggi della lunga testimonianza resa a Milano dal collaboratore di giustizia nel processo Hydra, il maxi procedimento sull'ipotesi di un'alleanza tra esponenti di Cosa Nostra, 'ndrangheta e camorra per fare affari in Lombardia. Bellusci, già condannato a 4 anni e 6 mesi nel filone abbreviato, ha risposto per tutta la giornata alle domande dei pm della Dda Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane davanti ai giudici dell'ottava sezione penale.

Il procedimento ordinario conta 45 imputati, mentre nel filone con rito abbreviato sono state emesse oltre 60 condanne. Bellusci era considerato un esponente della locale di 'ndrangheta di Lonate Pozzolo, nel Varesotto: ha raccontato di essere stato affiliato nel 2017 e di essere successivamente diventato collaboratore di giustizia.

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«Bruciai due auto della Polizia locale»

Tra gli episodi raccontati in aula c'è quello dell'incendio di due auto della Polizia locale a Robecchetto, nel Milanese, avvenuto nel 2014.

Bellusci ha riferito di aver dato fuoco ai mezzi perché, a suo dire, il comandante della Polizia locale stava indagando su di lui. La decisione, secondo il suo racconto, sarebbe stata preceduta dalla richiesta di un'autorizzazione a Cristello.

«Bruciai due auto della Polizia locale», ha raccontato il collaboratore, spiegando di aver saputo da un direttore di banca che il comandante stava facendo accertamenti sui suoi conti. In quel caso, a suo dire, avrebbe chiesto il permesso al proprio capo.

Diverso l'epilogo della vicenda del carabiniere. Bellusci ha raccontato di aver pensato di sparargli perché lo avrebbe infastidito ripetutamente, ma Cristello avrebbe bloccato il proposito: «Mi disse di non fare nulla, altrimenti creavo un casino».

Sono dichiarazioni rese da un collaboratore di giustizia e dovranno essere valutate dai giudici insieme agli eventuali riscontri investigativi.

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Il «sistema mafioso lombardo»

Nel corso della deposizione Bellusci ha ripercorso anche il funzionamento di quello che nelle carte e nelle testimonianze viene definito «consorzio» o «sistema mafioso lombardo».

Ha descritto la figura di Cristello, anch'egli condannato nel processo con rito abbreviato e recentemente scarcerato dal Riesame, attribuendogli una particolare capacità di imporsi nel contesto criminale. «Lui diceva “tutti devono tremare e capire chi sono”», ha riferito.

Bellusci ha inoltre sostenuto di essersi messo a disposizione dell'organizzazione già prima della propria affiliazione: «Io anche prima dell'affiliazione mi ero messo a disposizione e alimentavo il sistema mafioso».

Nel suo racconto compaiono anche le armi, che sarebbero state acquistate in un'armeria di Cuggiono, nel Milanese, e una sorta di contabilità interna delle affiliazioni.

«Cristello prendeva carta e penna e se le segnava su un biglietto», ha raccontato il pentito, riferendosi agli ingressi nell'organizzazione. Bellusci ha poi descritto anche le modalità con cui, secondo la sua esperienza, un affiliato poteva uscire dalla 'ndrangheta: «Dalla 'ndrangheta si esce con la morte o con la collaborazione, oppure quando uno è più anziano o malato si chiede il permesso di ritirarsi “in buon ordine” da “uomo onorato”».

I soldi per il boss detenuto

Un altro capitolo della deposizione riguarda Vincenzo Rispoli, storico esponente della 'ndrangheta in Lombardia.

Bellusci ha raccontato di aver contribuito al suo mantenimento durante la detenzione. Secondo quanto riferito in aula, a chiedere le somme sarebbe stato all'epoca il figlio di Rispoli.

«I contributi venivano richiesti all'epoca dal figlio di Rispoli, erano somme che andavano dai 500 ai 2mila euro», ha spiegato il collaboratore.

Bellusci ha però respinto l'idea di essersi avvicinato alla criminalità per necessità economiche. «È la 'ndrangheta che è venuta da me, non il contrario, io guadagnavo di più con mio lavoro, fatturavo 1,3 milioni all'anno. Non ho più guadagnato quelle cifre dopo», ha dichiarato.

I rapporti con la politica

Nella testimonianza è tornato anche il tema dei rapporti tra il presunto sistema mafioso e la politica locale, già affrontato da Bellusci nelle precedenti udienze.

Il 2 settembre il collaboratore aveva parlato di un uomo di Buscate, comune dell'hinterland milanese, descritto come componente della maggioranza in consiglio comunale e molto vicino a Giacomo Cristello.

Secondo il racconto di Bellusci, il politico avrebbe svolto il ruolo di «tramite» o «ponte» tra Cristello e alcuni esponenti della famiglia Rispoli, consentendo di evitare contatti diretti.

Anche su questo fronte, le dichiarazioni dovranno essere sottoposte alle verifiche degli investigatori. Nei prossimi giorni i pm metteranno infatti a disposizione delle difese un'informativa del 21 settembre, redatta dai carabinieri del Nucleo investigativo, contenente i riscontri agli ultimi due verbali del collaboratore, relativi alle dichiarazioni rese a luglio e settembre.

La prossima udienza il 30 settembre

La deposizione di Francesco Bellusci non si è ancora conclusa. Il collaboratore tornerà in aula il 30 settembre, per la terza udienza consecutiva, nell'aula bunker del carcere di Opera.

Sarà un altro passaggio della sua lunga ricostruzione sull'organizzazione, sui rapporti tra i diversi gruppi criminali e sui presunti collegamenti con il mondo economico e politico lombardo. A pesare, ora, saranno soprattutto i riscontri investigativi che gli inquirenti stanno raccogliendo sulle sue dichiarazioni.