’Ndrangheta, impunito il delitto dell’avvocato Ciriaco: ecco perché la Cassazione ha scagionato il clan Anello di Filadelfia
Dopo un annullamento con rinvio delle tre condanne e una nuova assoluzione in appello, la Procura Generale di Catanzaro aveva fatto ricorso nei confronti del solo collaboratore di giustizia Francesco Michienzi
Sono state depositate dalla quinta sezione penale della Cassazione le motivazioni della sentenza con la quale il 12 gennaio scorso è stato respinto il ricorso della Procura Generale di Catanzaro avverso l’assoluzione di Francesco Michienzi, 46 anni, di Acconia di Curinga, attualmente collaboratore di giustizia ed all’epoca dei fatti ritenuto affiliato alla cosca Anello di Filadelfia. Francesco Michienzi era accusato di aver preso parte all’omicidio dell’avvocato lametino Torquato Ciriaco, ucciso in un agguato l’1 aprile del 2002 all’altezza del bivio “Due Mari” di Maida, quando un commando affiancò il fuoristrada a bordo del quale viaggiava la vittima predestinata crivellandolo a colpi di fucile caricato a pallettoni. Un iter giudiziario travagliato che aveva fatto registrare assoluzioni in primo grado ad opera del gup – al termine di un processo celebrato con rito abbreviato – e il ribaltamento del verdetto con la condanna il 22 giugno 2021 (ad opera della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro presieduta dal giudice Gabriella Reillo) nei confronti di tre imputati: i fratelli Giuseppe e Vincenzino Fruci (rispettivamente di 56 e 49 anni) condannati a 30 di reclusione a testa, mentre per il collaboratore di giustizia Francesco Michienzi la pena ammontava a 7 anni e 4 mesi. Assolto, così come in primo grado, Tommaso Anello, 62 anni, ritenuto insieme al fratello Rocco il boss di Filadelfia. Per i due fratelli Fruci e per Anello la Procura aveva chiesto la condanna all’ergastolo. Tale verdetto di secondo grado era stato annullato con rinvio dalla Cassazione e nel nuovo processo d’Appello si erano registrate – in data 28 marzo 2025 – le assoluzioni per i tre imputati.
La prospettazione dell’accusa
Secondo la prospettazione accusatoria, la genesi del delitto dell’avvocato Torquato Ciriaco doveva essere ricondotta agli interessi della vittima sul complesso industriale Edil Lorusso, oggetto di fallimento; in tal senso deponevano le dichiarazioni rese dall’imputato Francesco Michienzi, dopo l’inizio del suo percorso di collaborazione con la giustizia, e dalla teste Angela Donato, i quali riferivano delle “mire della vittima all’acquisizione della suindicata ditta, per conto di Salvatore Mazzei, in contrasto con gli interessi della cosca Anello, parimenti interessata alla medesima società”.
Il verdetto di primo grado
Il gup, all'esito del vaglio degli atti utilizzabili, tra cui le dichiarazioni del medesimo Francesco Michienzi, collaboratore di giustizia, ha ritenuto, “insussistenti gli elementi di reità a carico degli imputati, compreso lo stesso Michienzi, rilevando, in particolare, che l’accusa risultava fondata solo sulle dichiarazioni del medesimo, non riscontrate da elementi individualizzanti in grado di dimostrare la riferibilità del fatto agli altri imputati: era esclusa, in particolare, valenza di riscontro alle dichiarazioni rese da Angela Donato, madre del giovane Santino Panzarella, ritenuto organico alla cosca Anello e con il quale il Michienzi aveva avuto contatti anche nella fase immediatamente successiva all’esecuzione del delitto”. Santino Panzarella è poi rimasto vittima di “lupara bianca” e anche il suo delitto è ad oggi impunito.
Il ribaltamento in appello
La Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, previa rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale, mediante l'escussione di Francesco Michienzi e di Angela Donato, oltre che di altri collaboratori, ha ribaltato il verdetto assolutorio, affermando la penale responsabilità di Giuseppe Fruci, Vincenzino Fruci e Francesco Michienzi. In particolare, i fratelli Fruci sono stati ritenuti responsabili dell’omicidio, quali organizzatori e mandanti, mentre Francesco Michienzi è stato ritenuto un concorrente materiale in quanto incaricato di effettuare degli appostamenti, nella fase precedente il delitto, e di preparare le armi necessarie all’esecuzione. La Corte ha poi ritenuto che le dichiarazioni di Francesco Michienzi fossero state riscontrate da quelle rese da Donato Angela, e che quest’ultima fosse un teste del tutto attendibile. Sono state poi valorizzate una serie di circostanze emerse all'esito della rinnovata istruttoria dibattimentale, anch'esse in riscontro alle dichiarazioni rese dalla donna.
L’annullamento con rinvio della Cassazione
Il 9 dicembre 2022 la Cassazione ha annullato la sentenza di secondo grado rinviando ad altra sezione della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro per un nuovo giudizio, ravvisando l’omessa rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale in relazione al collaboratore Giovanni Governa, le cui dichiarazioni erano state, comunque, diversamente valutate dal giudice d'appello; inoltre, la Corte d'Assise d’Appello aveva del tutto omesso di valutare le “deduzioni difensive svolte con le memorie ritualmente depositate, e la motivazione resa in merito alle dichiarazioni del collaboratore Michienzi, ritenute riscontrate dal dichiarato di Angela Donato, non era considerata esaustiva”.
L’assoluzione nel nuovo processo e la conferma in Cassazione
La Corte, giudicando in sede di rinvio, ha confermato l’assoluzione di Francesco Michienzi ritenendo le sue dichiarazioni auto accusatorie “incerte e generiche – anche relativamente al suo personale coinvolgimento nell’organizzazione dell’agguato – per non avere saputo riferire circostanze precise in proposito. Ha evidenziato, anche rispetto all’esecuzione materiale del delitto, che Michienzi si era semplicemente limitato a riferire che all'esecuzione dell’omicidio aveva partecipato il suo amico Santo Panzarella”. Lo stesso imputato Michienzi, divenuto collaboratore di giustizia, aveva ammesso di “avere acquisito la consapevolezza di aver apportato un suo contributo al progetto omicidiario soltanto dopo la consumazione del delitto”. Avverso l’assoluzione di Francesco Michienzi, la Procura Generale di Catanzaro aveva proposto ricorso in Cassazione.
La quinta sezione penale della Suprema Corte ha ritenuto però tale ricorso inammissibile. “Il ricorso del pubblico ministero – si legge nella sentenza della Cassazione – è innervato su doglianze di merito in quanto finalizzato ad una rimodulazione del quadro fattuale definitivamente accertato, realizzata attraverso un’operazione selettiva sul materiale dichiarativo che oltrepassa il limite del giudizio di legittimità e risulta, peraltro, disancorata da una critica argomentata delle valutazioni poste a base della decisione impugnata. Le deduzioni poste a fondamento del ricorso della pubblica accusa – sostiene la Suprema Corte – sono volte a ottenere un non consentito sindacato sulla congruità di scelte valutative del compendio storico-fattuale, adeguatamente motivate e giustificate dalla Corte di rinvio”. E’ rimasto inoltre “non dimostrato che l'imputato Michienzi avrebbe maturato la piena consapevolezza che gli appostamenti fossero prodromici all’uccisione dell'avvocato Ciriaco Torquato, ben prima dell'esecuzione dello stesso agguato. In mancanza della prova di una consapevolezza della volontà omicidiaria degli altri complici, antecedente o comunque contestuale all'esecuzione degli appostamenti, non sussiste la possibilità di configurare una responsabilità per concorso in omicidio a carico del Michienzi”. Da qui l’inammissibilità e la conferma delle assoluzioni. A 24 anni dal fatto di sangue, l’omicidio dell’avvocato Torquato Ciriaco resta impunito.