’Ndrangheta, la diplomazia mafiosa nella Piana di Gioia Tauro: i summit con Bellocco e Piromalli e il patto con Platì
La rete del clan Costa dalla conquista dello scettro che fu del vecchio patriarca Filippone all’asse strategico con la “serie A” del potere criminale in Calabria. Un asse strategico per la conservazione dell’egemonia
Nella geografia criminale della Piana di Gioia Tauro, il potere non si misura soltanto con la capacità di sopraffazione locale. C’è un altro fattore decisivo: la statura diplomatica nei consessi della 'ndrangheta. L'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Reggio Calabria che ha portato a 12 arresti nei giorni scorsi restituisce la radiografia di un sodalizio - la cosca Costa, nota come "i Palmisani" - capace di muoversi tra le pieghe di alleanze criminali delicatissime.
I vertici dell'organizzazione, secondo i magistrati antimafia di Reggio Calabria, hanno intessuto e mantenuto per decenni relazioni bilaterali con la “serie A” del crimine organizzato (i Bellocco e i Pesce di Rosarno, i Piromalli di Gioia Tauro, i Mancuso di Limbadi, fino ai Barbaro di Platì).
Lo scettro di San Fili: l'investitura dei Bellocco e la caduta del "trono"
Il punto di svolta storico nei panorama criminale di Melicucco risale alla prima metà degli anni 90. Come emerge dalle ricostruzioni investigative e dai racconti interni intercettati tra i sodali, la transizione del potere dal vecchio patriarca Rocco Santo Filippone (figura storica legata ai Piromalli e già condannata in appello nel processo 'Ndrangheta Stragista) ai fratelli Rosario detto "Angelo" e Carmelo Costa non è avvenuta a seguito di una guerra di sangue, ma attraverso un'autoritaria investitura diplomatica.
A sancire il passaggio di consegne sarebbe stato Carmelo Bellocco (classe '56), vertice dell'omonimo casato mafioso di Rosarno. Nel corso di un summit riservato, fu proprio il boss rosarnese a togliere la carica formale di "Capo Società" a Filippone per conferirla al giovane Rosario "Angelo" Costa, che all'epoca aveva appena vent'anni.
"Siamo andati là sopra... in quattro colpi... ha detto due parole... tam, tam... eh... gliel'ha tolto... ed il Capo Società gliel'ha passato a lui..."
In quella stessa riunione, Bellocco avrebbe spiegato i "patti" per evitare tensioni: ai Filippone sarebbe comunque spettata una quota sui proventi estorsivi del territorio (come le mazzette sui lavori del cimitero e delle opere pubbliche). Ma il comando politico e strategico del "Locale" passava definitivamente nelle mani dei “Palmisani”. Un legame, quello con la famiglia Bellocco, descritto nelle intercettazioni come totale: i figli di Carmelo Bellocco, secondo i racconti del luogotenente Dario Varamo, avrebbero messo "Melicucco sottosopra in 12 ore" pur di tutelare i fratelli Costa.
L'ambasciata a Gioia Tauro e l'asse strategico con i Piromalli
I canali d'interlocuzione dei Costa con il mandamento tirrenico vedono al centro un'altra alleanza di primissimo piano: quella con la consorteria Piromalli di Gioia Tauro.
L'uomo di raccordo tra Melicucco e il clan gioiese era Antonio Zito, detto "u Palisi", considerato dagli inquirenti il braccio destro e l'uomo di massima fiducia dello storico boss Giuseppe Piromalli cl. '45, inteso "Facciazza". Le cimici degli investigatori hanno documentato frequenti incontri e "udienze" tenutesi proprio presso la masseria e i locali aziendali dei Costa in contrada San Fili.
In queste occasioni non si discuteva soltanto di dinamiche interne — come l'individuazione e il disprezzo nei confronti di presunti confidenti delle forze dell'ordine o la gestione di riti di affiliazione — ma di vera e propria mutua assistenza mafiosa.
Quando la famiglia Piromalli subiva il furto di mezzi di valore (come due quadricicli), si rivolgeva ai Costa per setacciare il territorio di Melicucco;
Allo stesso modo, quando i Costa avevano bisogno di appoggi su Gioia Tauro — persino per sponsorizzare l'assunzione di un parente all'interno del centro di distribuzione merci Amazon — il capocosca Rosario Costa si interfacciava direttamente con Zito "u Palisi", consapevole del ruolo di primo piano che costui rivestiva a fianco di Piromalli appena scarcerato.
La medesima corsia preferenziale veniva attivata con i vertici della cosca Pesce di Rosarno. Quando il ragioniere del caseificio Costa subiva un'aggressione verbale e fisica da parte di alcuni soggetti di Rosarno, Pasquale Costa (figlio di Angelo) non esitava ad attivare i propri contatti con con il figlio di Vincenzo Pesce "u pacciu" per individuare immediatamente i responsabili ed esigere riparazione dell'affronto subito.
Il vertice segreto con "Peppe Mbrogghia" e i narcotrafficanti di Platì
La caratura criminale dei fratelli Carmelo e Rosario Costa è confermata anche dalla loro capacità di interfacciarsi da pari a pari con i vertici del mandamento ionico e del Vibonese.
Uno dei rilievi investigativi riguarda i rapporti con la cosca Mancuso di Limbadi (ce ne occupiamo in un approfondimento a parte). Carmelo Costa avrebbe infatti incontrato di persona il boss Giuseppe Mancuso, detto "Peppe Mbrogghia", figura di vertice dell'organizzazione vibonese, poco dopo la sua scarcerazione avvenuta il 25 novembre 2021 a seguito di una detenzione ultraventennale. Nel corso di lunghi colloqui riservati con la propria consorte, Carmelo Costa commentava le confidenze ricevute direttamente da "Mbrogghia" riguardo alle spaccature interne alla famiglia Mancuso e ai contrasti con Pantaleone Mancuso, detto "Scarpuni".
Parallelamente, sul fronte dei grandi affari illeciti, i Costa mettevano a disposizione il proprio peso mafioso come garanzia. Nelle carte dell'inchiesta emerge l'intermediazione di Carmelo Costa in favore di esponenti della cosca Barbaro di Platì. In quell'occasione, Costa si sarebbe fatto garante per un finanziamento da 125mila euro destinato all'importazione di un ingente carico di cocaina dall'estero, spendendo la propria caratura di "Capo Società" rafforzata dalla storica "copiata" di famiglia.