Sezioni
Edizioni locali
01/06/2026 ore 07.02
Cronaca

’Ndrangheta, la sentenza che conferma l’infiltrazione in Liguria: il dominio delle famiglie di Seminara a Diano Castello

Nelle motivazioni della sentenza d’appello del processo sul traffico di droga in provincia di Imperia, i giudici di Genova riconoscono la presenza di una locale. I legami con le famiglie della Piana di Gioia Tauro e le minacce: «Ti dico che lo ammazzo, parli con un calabrese»

di Redazione Cronaca

La Corte d’Appello di Genova mette nero su bianco un passaggio destinato a pesare nel quadro delle infiltrazioni della criminalità organizzata calabrese in Liguria: «A Diano Castello è localizzata una locale di ’ndrangheta».

L’affermazione compare nelle motivazioni – anticipate nei giorni scorsi da La Stampa – della sentenza del processo che ha portato alla condanna di 21 imputati, per un totale di oltre 160 anni di carcere, nell’ambito di un’inchiesta su un’associazione criminale dedita all’acquisto, alla coltivazione, al trasporto e alla distribuzione di cocaina, hashish e marijuana, riconducibile alla famiglia De Marte-Gioffrè.

I giudici di secondo grado hanno confermato anche l’aggravante del metodo mafioso, respingendo le tesi difensive che contestavano l’esistenza di un radicamento mafioso nell’area del Dianese.

I legami con Seminara e le famiglie della Piana di Gioia Tauro

Nelle motivazioni viene ricostruita la rete familiare e territoriale che lega alcuni degli imputati alla Calabria e, in particolare, a Seminara, comune della Piana di Gioia Tauro storicamente interessato dalla presenza della criminalità organizzata.

La Corte evidenzia come Domenico Gioffrè si fosse trasferito in Liguria pochi anni prima dei fatti contestati provenendo proprio da Seminara, territorio che i giudici descrivono come dominato dalla cosca Santaiti-Gioffrè. Viene inoltre ricordato che il padre di Gioffrè aveva riportato una condanna per associazione mafiosa.

La sentenza ricostruisce anche i rapporti di parentela tra i Gioffrè, i De Marte e la famiglia Pellegrino, altra articolazione familiare originaria di Seminara. Un passaggio che i magistrati ritengono rilevante per comprendere il contesto criminale nel quale si sviluppavano le attività dell’organizzazione.

«Diano Castello è nella mappa della criminalità organizzata»

Particolarmente significativo il passaggio con cui la Corte respinge l’argomento difensivo secondo cui nel comune di Diano Castello non sarebbe stata presente alcuna articolazione della ’ndrangheta.

Secondo i giudici, infatti, tale ricostruzione è smentita dagli elementi investigativi raccolti e dalla documentazione della Direzione Investigativa Antimafia.

«La circostanza, dedotta da alcune difese, che in Diano Castello, luogo di residenza di Gioffrè, non fosse localizzata una locale di ’ndrangheta è erronea poiché proprio quella località, in cui ha la residenza la famiglia De Marte-Gioffrè, è inserita nella mappa della criminalità organizzata relativa alla provincia di Imperia della Dia», si legge nelle motivazioni.

Perché è stata confermata l’aggravante del metodo mafioso

La Corte d’Appello spiega in maniera dettagliata le ragioni che hanno portato alla conferma dell’aggravante mafiosa.

Secondo i magistrati, il gruppo criminale godeva di una consolidata fama derivante dalla vicinanza a storiche consorterie della ’ndrangheta e sfruttava costantemente tale reputazione per rafforzare il proprio potere intimidatorio.

«I vertici del gruppo criminale hanno una propria fama, derivante dalla contiguità a consorterie di mafia storiche che hanno trasfuso nella associazione sia evocando il nome Antonio De Marte, legato indissolubilmente a quello dei Pellegrino, sia dalla provenienza geografica, la Calabria, indicata al fine di palesare l’appartenenza al crimine organizzato».

Per i giudici, il richiamo alle origini calabresi e alle famiglie mafiose di riferimento non rappresentava un elemento marginale, ma uno strumento funzionale a intimidire concorrenti e clienti senza dover necessariamente ricorrere alla violenza armata.

Minacce, paura e controllo del mercato della droga

Nelle motivazioni viene descritto un sistema di controllo della piazza di spaccio fondato sulla forza intimidatrice del gruppo e sulla paura diffusa tra clienti, debitori e concorrenti.

Secondo la Corte, «il ricorso abituale ad atti intimidatori e violenti nei confronti degli acquirenti morosi e dei concorrenti ha garantito alla associazione un vero e proprio monopolio nel settore».

Un controllo che avrebbe generato una condizione di assoggettamento non solo tra le vittime esterne, ma anche tra gli stessi affiliati, consapevoli delle possibili ritorsioni in caso di dissenso.

I giudici sottolineano inoltre come fosse sufficiente un semplice contatto telefonico o la richiesta di un incontro per far comprendere alle vittime con chi avessero a che fare.

«Era sufficiente che uno dei concorrenti sulla piazza di spaccio o un cliente venisse contattato al fine di chiedergli un appuntamento, perché questo si dileguasse, capendo subito con chi avesse a che fare».

Le intercettazioni: «Parli con un calabrese»

A sostegno della contestazione del metodo mafioso, la sentenza richiama anche alcune conversazioni intercettate dagli investigatori, ritenute emblematiche del clima intimidatorio creato dall’organizzazione.

Tra le frasi riportate nelle motivazioni compare un chiaro riferimento all’appartenenza criminale evocata come elemento di minaccia:

«I calabresi ne hanno le palle piene, non scherzano. Non vengono con le mani. Ti sparano addosso».

In un altro dialogo, riportato dalla Corte come esempio della forza intimidatrice utilizzata dal gruppo, si legge: «Hai sbagliato con me, questo se ne deve andare perché lo ammazzo, lo sfondo. Perché non parli con un milanese, parli con un calabrese».

Secondo i magistrati, proprio il ricorso sistematico a queste modalità avrebbe consentito all’associazione di imporre il proprio controllo sul territorio, alimentando quel clima di paura e omertà che costituisce uno degli elementi caratterizzanti del metodo mafioso.