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23/02/2026 ore 19.13
Cronaca

‘Ndrangheta, vietati i funerali del boss Domenico Belfiore: per lui cerimonia in forma privata a Torino

La Questura vieta cortei e celebrazioni per il mafioso mai pentito e condannato per l’assassinio del procuratore Bruno Caccia. I familiari del magistrato: «Con la sua morte si spegne anche l’ultima speranza di verità»

di Redazione Cronaca

Nessun funerale pubblico, nessuna processione, nessuna cerimonia solenne. Per l’ultimo saluto a Domenico Belfiore, morto nei giorni scorsi all’età di 74 anni, la linea è stata netta: tutto dovrà svolgersi in forma strettamente privata. A stabilirlo è stata la Questura di Torino, che ha imposto una serie di prescrizioni volte a evitare qualunque manifestazione pubblica.

A Chivasso, dove il presunto boss era detenuto agli arresti domiciliari per ragioni di salute, non ci saranno cortei né rintocchi di campane. Il feretro verrà trasferito direttamente dalle camere mortuarie dell’ospedale al cimitero, senza passaggi intermedi e senza alcuna esposizione pubblica.

Sulla possibilità di una celebrazione religiosa si erano già levate voci critiche. Tra queste quella di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, che ha parlato apertamente di un errore pastorale: una messa solenne per un mafioso mai pentito, ha spiegato, rappresenterebbe un’offesa ulteriore ai familiari delle vittime e un messaggio sbagliato per la comunità.

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Sulla stessa linea si è espressa Paola Caccia, figlia del magistrato assassinato. La donna ha giudicato corretto evitare qualsiasi forma di celebrazione pubblica, preferendo non entrare nel merito della dimensione religiosa. Nessun odio, nessun desiderio di vendetta, ma un sentimento che resta intatto: quello di voler fare piena luce su una vicenda che, a oltre quarant’anni di distanza, conserva ancora molte zone d’ombra.

Il 26 giugno 1983 Bruno Caccia, procuratore capo di Torino, venne ucciso sotto casa con diversi colpi di pistola. Le sentenze hanno attribuito la decisione dell’omicidio alla ’ndrangheta, individuando in Belfiore il mandante. Una responsabilità che l’uomo ha sempre respinto, senza mai collaborare con la giustizia.

Restano però senza nome molti dei componenti del commando e, secondo la famiglia Caccia, il contesto dell’omicidio potrebbe essere più ampio di quanto ricostruito nei processi. La morte di Belfiore, in questo senso, rappresenta una cesura definitiva. Finché era in vita, spiegano i familiari del magistrato, esisteva almeno la possibilità che decidesse di parlare. Ora anche quell’ultima, fragile speranza si è spenta.

La condanna all’ergastolo per Belfiore divenne definitiva nel 1992. Anni dopo, nel 2015, la concessione dei domiciliari per gravi motivi di salute fu seguita da un’attenta attività di monitoraggio che portò all’individuazione e alla condanna di un altro presunto responsabile, Rocco Schirripa. Anche in quella fase, però, Belfiore rimase in silenzio.

Se c’erano verità ancora da raccontare, con la sua morte rischiano di essere scomparse per sempre. Un silenzio che pesa, soprattutto su chi continua a chiedere giustizia completa e verità fino in fondo.

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