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07/10/2026 ore 13.13
Cronaca

Netturbini uccisi a Lamezia, svolta e nuove analisi dopo 35 anni: nel mirino anche le munizioni ritrovate dopo la strage

Ritrovate cinque mesi dopo l’eccidio di Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano, furono conservate ma non ritenute utili alle indagini. Ora la Scientifica le analizza con tecniche moderne: gli investigatori tornano a scavare nella Lamezia degli anni Novanta

di Alessia Truzzolillo

Cinque mesi dopo l’efferato omicidio dei due netturbini Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano – avvenuto in contrada Miraglia a Lamezia Terme il 24 maggio 1991 – sono state rinvenute, sullo stesso luogo del delitto, delle munizioni dello stesso calibro di quelle adoperate per l’eccidio.

Queste munizioni sono state conservate per 35 anni senza che il loro ritrovamento venisse in alcun modo ritenuto funzionale alle indagini. Indagini che – questo purtroppo è un dato certo – vennero compiute in modo disordinato e quasi distratto.
Dopo 35 anni, però, quelle munizioni potrebbero ancora parlare.
Quella che venne usata per uccidere Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano non era un’arma qualunque ma un kalashnikov, un’arma d’assalto. E quelle munizioni non erano munizioni comuni. Si tratta di un armamentario che spesso la ‘ndrangheta adopera per le azioni di fuoco più efferate, per esprimere tutto il proprio potere intimidatorio, la propria potenza bellica e ferocia.

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Nel caso dell’eccidio di contrada Miraglia l’azione fu spietata e diretta contro due innocenti netturbini che a bordo di un mezzo meccanico stavano per svuotare, alle cinque del mattino, i cassoni dei rifiuti solidi urbani.
Vennero investiti da una pioggia di fuoco che li lasciò senza vita su quel mezzo, piegati su se stessi.
Riuscì a salvarsi un terzo netturbino, Eugenio Bonaddio, seppure colpito ad un braccio.

Il 28 luglio scorso si sono svolti degli esami tecnici non ripetibili da parte della Polizia scientifica su alcuni reperti balistici sequestrati sui quali gli investigatori hanno effettuato analisi per rilevare tracce di tipo biologico, impronte e tutto quanto possa offrire un quadro più esaustivo su quanto avvenuto 35 anni fa, periodo in cui la scientifica non possedeva i mezzi e le conoscenze che possiede oggi.
Tra questi reperti balistici ci sono anche quelle munizioni ritrovate cinque mesi dopo il delitto.

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Ma alla base delle indagini non vi è solo questo. C’è anche lo studio di documenti che servono a ricostruire, questa volta in modo più preciso e scientifico, la storia di Lamezia negli anni Novanta. Sul quartiere di Sambiase a Lamezia Terme, dove avvenne il duplice omicidio, comandavano cosche come quella dei Iannazzo. Una delle domande che si pongono gli investigatori è se furono loro a ordinare quell’azione di fuoco sul proprio territorio o quell’azione rappresentava una sfida contro i clan di Sambiase?

Nessuna pista viene esclusa: il quadro politico, la gestione dei rifiuti solidi urbani che da pochi anni era stata privatizzata. I rapporti tra clan e amministratori comunali, che comportò il primo scioglimento del consiglio comunale il 30 settembre 1991.
Non sono indagini semplici e il tempo trascorso non aiuta. Ma diversi sono gli elementi ancora in piedi e sui quali la Dda di Catanzaro non molla la presa.