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12/03/2026 ore 09.29
Cronaca

Non partecipò all’estorsione, assolto in appello dopo la condanna a 8 anni in primo grado: la sentenza Handover – NOMI

Ribaltato il verdetto per Michele La Rosa dopo che la difesa ha portato sul banco dei testimoni la persona offesa: l’imputato avrebbe soltanto suggerito di assecondare la richiesta. Ecco tutti i verdetti per il procedimento nato dopo l’inchiesta sulla cosca Pesce

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La seconda sezione penale della Corte d’Appello di Reggio Calabria, presieduta da Elisabetta Palumbo, ha accolto l’impugnazione presentata dall’avvocato Domenico Infantino del Foro di Palmi nell’interesse di Michele Larosa. L’uomo era stato condannato in primo grado a otto anni di reclusione nell’ambito del troncone dell’inchiesta “Handover”, celebrato con rito ordinario, con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo e dall’agevolazione mafiosa.

Secondo l’impostazione accusatoria iniziale, Larosa avrebbe avuto un ruolo determinante nella realizzazione di un’estorsione ideata dalla cosca Pesce ai danni di un proprietario terriero, svolgendo la funzione di intermediario. L’ipotesi si basava principalmente sul contenuto di alcune intercettazioni ambientali raccolte nel corso delle indagini.

La svolta durante il processo d’appello

Determinante per il ribaltamento della sentenza di primo grado è stata la rinnovazione istruttoria richiesta dalla difesa, guidata dall’avvocato Domenico Infantino e coadiuvata dall’avvocato Domenico Barone. In particolare è stata ascoltata la persona offesa fino a quel momento rimasta ignota.

Nel corso della deposizione, il testimone ha ricostruito nei dettagli la vicenda estorsiva, spiegando che la richiesta di denaro — senza una cifra precisa — era nata dopo l’acquisto di un immobile da parte sua. Secondo quanto riferito, chi avanzò la richiesta sosteneva che, in occasione di simili operazioni, fosse consuetudine versare una somma alla cosca dominante sul territorio.

Nella sua ricostruzione, tuttavia, la vittima ha chiarito che Michele Larosa non avrebbe svolto alcun ruolo per conto degli estorsori. Al contrario, sarebbe stato proprio Daniele a rivolgersi a lui per un consiglio, in virtù del rapporto di amicizia nato dal fatto di possedere terreni confinanti. Larosa, secondo quanto dichiarato in aula, avrebbe semplicemente suggerito di assecondare la richiesta.

Gli altri accertamenti

L’attività istruttoria in appello è stata completata con l’audizione del consulente tecnico, il geometra Giovanni Luca Berrica, che ha illustrato gli accertamenti catastali effettuati per verificare le circostanze evidenziate dalla difesa.

Al termine della requisitoria, anche il sostituto procuratore generale Antonio Giuttari — richiamando gli esiti della nuova fase istruttoria — ha chiesto l’accoglimento dell’appello presentato per Larosa.

L’operazione contro la cosca Pesce

L’indagine “Handover-Pecunia Olet” è stata condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria attraverso una complessa attività investigativa fondata in larga parte su numerose intercettazioni ambientali. Al centro dell’inchiesta vi era la cosca mafiosa dei Pesce di Rosarno, ritenuta tra le più influenti nel panorama della ’ndrangheta.

Tra i reati contestati figurano associazione mafiosa, traffico di droga, detenzione e cessione di stupefacenti, porto e ricettazione di armi, oltre a episodi di estorsione e favoreggiamento personale aggravati dal metodo mafioso.

L’operazione, nell’aprile del 2021, aveva portato complessivamente all’arresto di 52 persone. Secondo l’accusa, tra le figure di spicco del gruppo criminale vi sarebbero stati i cugini Antonino Pesce, nati rispettivamente nel 1992 e nel 1993, entrambi già condannati in via definitiva nel troncone del procedimento celebrato con rito abbreviato.

Le dichiarazioni della difesa

Dopo la lettura del dispositivo della sentenza d’appello, l’avvocato Domenico Infantino ha rilasciato una dichiarazione: «In attesa che la Corte di Appello depositi la motivazione della assoluzione, rispettosamente, ci permettiamo di ritenere che attraverso la deposizione della persona offesa la condotta dell’imputato, sulla scorta della giurisprudenza della Cassazione, e prescindendo da ogni giudizio di natura etica, sia stata qualificata come realizzata nell’esclusivo interesse della vittima e su impulso di quest’ultima, non idonea ad integrare un contributo rilevante nel concorso nel reato estorsivo».

Le altre decisioni della Corte

La Corte d’Appello ha inoltre assolto Antonino Palaia, difeso dall’avvocato Carmelo Naso, con la formula “perché il fatto non sussiste”. In primo grado era stato condannato a un anno di reclusione per favoreggiamento.

È stata invece confermata nel resto la sentenza del Tribunale di Palmi nei confronti degli altri imputati: Francesco Pesce (14 anni), Tiberio Sorrenti (12 anni e 6 mesi), Giuseppe Seminara (12 anni), Salvatore Copelli (9 anni), Francesco Giovinazzo (9 anni), Domenico Bellocco (8 anni), Domenico Ciurleo (3 anni e 6 mesi) e Arcangelo Michele Scattarreggia (1 anno).