Notte ai presidi di Sibari, Francavilla e Cerchiara: «Non si può vivere così». E ai camionisti fermi si offre un panino caldo
Tra gasolio alle stelle, costi insostenibili e accuse alle istituzioni, chiedono risposte entro il 20 ottobre: «Non riusciamo più a mantenere le nostre attività e ad arrivare fine mese»
Anche di notte la protesta contro il caro vita resta in piedi. Al presidio di Sibari e a quello nel tratto tra Francavilla Marittima e Cerchiara di Calabria, autotrasportatori e agricoltori si danno il cambio fino all’alba, con i mezzi pesanti parcheggiati ai margini della carreggiata e gruppi di manifestanti che restano svegli accanto ai camion. Li abbiamo raggiunti nella notte, quando tanti restano a casa al riparo dal venticello di tramontana, quando il traffico cala e sul ciglio della strada restano soprattutto loro, lasciando la famiglia e preparandosi a una notte che sarà lunga. In entrambi i presidi sono state allestite zone di fortuna per mangiare, con tavoli improvvisati e attrezzature portate da casa. Lì si cucina per chi protesta e per i camionisti in transito, rimasti fermi o rallentati dal blocco, ai quali viene offerto un panino caldo durante la sosta.
Tra gli autisti che si fermano a mangiare c’erano anche quelli di due cisterne di carburante che cercavano di tornare a casa, nel napoletano, dopo aver riempito le stazioni di rifornimento di Rossano. Uno di essi, solidale con i manifestanti si lascia andare a uno sfogo che parte dalle bollette di casa e arriva fino alle responsabilità politiche: «Non si può vivere più. È lo Stato che ci ha portato a fare questo. Acqua, luce, il caro vita. È un sistema che ci ha portato a stare in mezzo alla strada». Per questo si dice vicino a chi ha aderito al blocco: «Il mio pensiero è che fanno bene». Poi spiega perché lui, invece, non ha potuto unirsi alla protesta: «Pure per noi è la stessa cosa. A noi hanno detto che se non scendi (con la cisterna dal napoletano verso la Calabria ndr) perdi il lavoro. Perciò ci troviamo in questa condizione». La minaccia, racconta, è arrivata dall’azienda per cui lavora. Così condivide le ragioni di chi protesta ma è costretto ad attraversare il presidio per non perdere il posto.
La mobilitazione nasce dal fermo di quattro giorni dell’autotrasporto in Calabria che si è aggiunto alla protesta degli agricoltori in corso da settimane. Nella mappa diffusa dagli organizzatori i presidi in regione sono diciassette, cinque dei quali in provincia di Cosenza. Nella Sibaritide i punti principali sono lo svincolo autostradale di Firmo Sibari e la 106 nei pressi del Motel Sybaris, nel territorio di Cassano allo Ionio, dove sono fermi oltre una trentina di mezzi pesanti. La strada resta percorribile, ma il restringimento delle carreggiate rallenta parecchio la circolazione. A Sibari i manifestanti sono alla prima notte di presidio e spiegano così la scelta di scendere in strada: «Stiamo facendo questa manifestazione per farci sentire, perché ci siamo pure noi autotrasportatori. Con il caro gasolio e il caro tutto non riusciamo più a mantenere le nostre piccole attività».
Contano di restare a oltranza almeno fino al 20 ottobre, in attesa di un incontro con le istituzioni. Alla domanda a quali istituzioni si riferiscono, rispondono: «Il governo è troppo largo. Almeno la Regione, che ci venga incontro per trovare degli accordi». Le richieste partono dal prezzo del carburante e arrivano fino agli scaffali dei supermercati: «Il gasolio è arrivato a 2,35 euro, che noi trasportatori paghiamo senza lo sconto delle colonnine. I pomodori sono a 7 euro al chilo nei supermercati, quando un povero contadino li vende a 50 centesimi. Non arriviamo più a fine mese, nessuno, dal grande al piccolo».
Damiano Aiello, titolare da 35 anni di un’azienda di trasporti, punta il dito sul peso fiscale. «Se lo Stato ci togliesse Iva e accise, invece di spendere 3.000 euro per un pieno per andare a Trento e tornare ne spenderemmo 1.500, perché gli altri 1.500 vanno allo Stato» spiega, aggiungendo le spese per leasing, assicurazioni, gomme e officine. Il suo lavoro, ricorda, dipende da quello degli agricoltori, perché con i camion frigoriferi trasporta insalata, clementine e gli altri prodotti della piana.
Carburanti, la protesta in Calabria continua: a rischio le consegne di cibo e i salari. «Andremo con i Tir a Roma»Nelle ultime ore al presidio è cresciuto il malumore per le regole sul transito dei mezzi pesanti. I manifestanti riferiscono di aver ricevuto l’indicazione di non bloccare nessuno e raccontano un episodio della notte: «È passata una cisterna di gasolio vuota, (quella successivamente bloccata a Francavilla ndr), l’abbiamo rallentata ed è arrivata una telefonata per dirci che doveva passare, perché doveva andare a caricare». Un episodio che a Sibari ha fatto discutere, perché i distributori della zona sono rimasti senza carburante e molti camion sono a secco. Un altro manifestante commenta così: «Ci hanno detto che non possiamo bloccare nessuno dopo una certa ora, domani mattina dalle 6 e mezza. “Fate andare via i camion, non bloccate nessuno perché a noi serve il gasolio per andare a lavorare”. E noi qui facciamo i pagliacci?».
Chi presidia la statale lamenta anche di sentirsi solo. I manifestanti parlano della lontananza delle istituzioni e delle associazioni di categoria, e della scarsa partecipazione della gente comune, che a loro avviso non ha ancora capito la portata del problema. Se si fermano agricoltura e trasporti, sostengono, le conseguenze ricadono su tutti, qualunque lavoro si faccia. Aiello è netto: «Il popolo non ha capito nulla. Tutti dicono che non ce la fanno più, ma nessuno si impegna a fare un presidio, a fare qualcosa. Noi trasportatori, se il gasolio resta così, alziamo le tariffe e siamo a posto. Ci stiamo impegnando per il popolo, ma il popolo è totalmente assente».
Altrettanto dura la sua posizione sulla politica e sulle sigle di rappresentanza, che secondo lui devono restare fuori dai presidi: «La politica ci ha rovinato. Le associazioni di categoria hanno pensato ai fatti loro e noi siamo rimasti abbandonati in mezzo alle strade». Ricorda le proteste degli anni scorsi: «Ci hanno promesso questo e quello, ci hanno fatto togliere i presidi e il giorno dopo stavamo peggio di prima». Racconta di aver strappato la tessera elettorale e di non voler più votare.
Il governo ha convocato un tavolo per il 27 ottobre, ma ai manifestanti è stato detto che qualche risposta potrebbe arrivare già il 20, la data fino alla quale hanno deciso di restare. Fino ad allora i presidi resteranno attivi, così come le cucine allestite a bordo strada per chi protesta e per i camionisti di passaggio.