«Ogni due anni gli apro un’azienda», la ragnatela di prestanome per blindare il patrimonio dei Lerose: c'è anche un operaio indiano
Dopo una condanna per estorsione continuata l’imprenditore, con l’aiuto dell’avvocato Mellea, avrebbe cercato di sottrarre patrimoni e cantieri da possibili sequestri. La cessione delle quote ai familiari e il dipendente straniero che diventa amministratore unico
Un reticolo societario pianificato a tavolino con il solo scopo di sottrarre patrimoni e cantieri a possibili sequestri dello Stato. È il quadro delineato nell'ordinanza cautelare emessa dal gip del Tribunale di Catanzaro, Andrea Odierno – in seguito alla richiesta formulata dalla Dda di Catanzaro che ha portato ieri a cinque misure cautelari –, focalizzato sulle manovre di spoliazione patrimoniale orchestrate attorno alle storiche aziende edili della famiglia Lerose, nello specifico la "Costruzioni Calcestruzzi e Inerti F.L.G. S.r.l." e la "F.L. GI. S.r.l.".
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La ricostruzione investigativa posiziona al vertice di questo disegno Leonardo Gaetano Lerose, imprenditore già condannato in via definitiva nel 2015 dalla Corte di Appello di Catanzaro a due anni e otto mesi di reclusione per estorsione continuata. Proprio per evitare l'applicazione delle misure di prevenzione patrimoniale conseguenti alla condanna per reati a scopo di lucro, Lerose avrebbe pianificato l'uscita formale dalle proprie aziende.
Inizialmente socio e amministratore unico della F.L.G., l'imprenditore si spoglia delle proprie quote e cariche a beneficio di una fitta rete di familiari stretti e fiduciari. Nonostante queste repentine cessioni di quote, Leonardo Gaetano Lerose, è l’accusa, manteneva la signoria assoluta sulle aziende, conservando un potere di rappresentanza generale, incassando gli utili ed esercitando l'effettiva gestione strategica e operativa in veste di vero e proprio dominus.
La "testa di legno" indiana e le intercettazioni dell'avvocato
Il piano di occultamento si spinge oltre la cerchia familiare mediante l'interposizione di una "testa di legno" esterna. Le quote della "Costruzioni Calcestruzzi" vengono infatti fittiziamente intestate a un dipendente di origini indiane della ditta edile, che assume formalmente la carica di amministratore unico pur essendo privo di reali poteri decisionali.
Il ruolo dell’avvocato Mellea
La regia tecnica dell'intera operazione viene attribuita all'avvocato Gennaro Pierino Mellea (noto anche come "Piero" o "Pierino"). Gli inquirenti hanno intercettato una conversazione ambientale del 2 ottobre 2021 registrata nell'abitazione del legale a Castelnuovo di Val di Cecina (PI), nella quale Mellea si parla dell'artificio architettato: «Ho preso le aziende dei Lerose e gliele ho date al socio, all’indiano... l’indiano è l'amministratore!».
Mellea, risulta nei brogliacci, illustrava nei dettagli come tutti i beni materiali delle aziende (cantieri, case, terreni) fossero stati girati alla madre dell'imprenditore, per poi essere concessi in comodato gratuito alla srl, blindandoli da eventuali sequestri. Il legale, emerge dalle intercettazioni, sintetizzava la propria strategia: «… tutti i beni dei Lerose ...tutto! cantieri, case, terreni tutto! li ho presi e li ho girati alla madre con un atto ...spettacolare! […] La roba resta alla madre... chiudo la srl e ne apro un’altra. Ogni due anni gli apro un’azienda!».
Il verdetto del gip e la scure della prescrizione
Il giudice ha ritenuto pienamente sussistente la gravità indiziaria per il delitto di trasferimento fraudolento di valori. Secondo la ricostruzione riportata nell’ordinanza, l'avvocato Gennaro Pierino Mellea, oltre ad essere socio in affari dei Lerose, era perfettamente a conoscenza della biografia giudiziaria del cliente ed ha messo a disposizione le proprie competenze legali per schermarne il patrimonio.
Tuttavia, l'ordinanza ha escluso la sussistenza dell'aggravante mafiosa (il presunto collegamento o agevolazione della cosca Grande Aracri di Cutro), ritenendola non supportata da sufficienti riscontri fattuali o dichiarativi.
«Non si radica, invece, l’aggravante “mafìosa” – scrive il gip –, giacché non emerge la consapevolezza e la direzione teleologica di agevolare l’intera cosca, nel caso di specie rappresentata secondo l’accusa dalla cosca Grande Aracri, di cui i Lerose costituirebbero propaggine, in quanto tale tesi non è peraltro supportata dal propalato dei collaboratori di giustizia – in disparte il propalato del collaboratore Liperoti Giuseppe in ordine alla vicinanza del Lerose al clan Grande Aracri, cui non si adducono elementi di riscontro di carattere dichiarativo e/o fattuale - né risulta da altre emergenze giudiziarie», oltre al fatto che Lerose non risulta condannato per reati di stampo mafioso.
L'esclusione dell'aggravante mafiosa ha provocato un impatto procedurale decisivo: per la maggior parte dei compartecipi, inclusi i familiari prestanome e la "testa di legno" ovvero l’operaio indiano, il reato è caduto in prescrizione.
Il quadro cautelare e processuale rimane invece intatto e pienamente operante per l'ideatore Gennaro Pierino Mellea e per il beneficiario Leonardo Gaetano Lerose, a carico dei quali è stata contestata la recidiva a effetto speciale, circostanza che allunga i termini di prescrizione salvando l'azione penale dall'estinzione.