Omicidio Chindamo, il fratello: «Ascone nervoso il giorno della scomparsa, disse di non collegare il suo nome a “quella vicenda”»
La mattina del sei maggio 2016, mentre i carabinieri cercano (invano) di visionare le telecamere dell’imputato, questi – dice il fratello dell’imprenditrice in udienza – «era irrequieto». La fine del matrimonio e il suicidio di Ferdinando Punturiero
Il giorno in cui Maria Chindamo è scomparsa, il 6 maggio 2016, il primo ad arrivare a Limbadi, davanti ai cancelli dell’azienda agricola dell’imprenditrice, è stato suo fratello, Vincenzo Chindamo. Lì è stata trovata l’auto della donna col motore ancora acceso, il cancello socchiuso, tracce di sangue e di capelli sull’auto e sul suolo. Anche ieri, nell’aula di Corte d’Assise di Catanzaro, Vincenzo Chindamo ha ricostruito tutto quello che ricorda di quella drammatica giornata.
Terminate le domande del pm Annamaria Frustaci, nel corso dell’udienza-fiume dello scorso sette gennaio, il teste, parte civile nel processo, ha risposto ai quesiti del proprio difensore, l’avvocato Antonio Cozza.
È emerso che alle 8:08 del mattino del sei maggio 2016 Vincenzo Chindamo si trovava davanti ai cancelli della proprietà di sua sorella in compagnia dell’operaio di origini bulgare Alessandro Dimitrov. I carabinieri non erano ancora arrivati, tanto che, alle 8:08, Vincenzo Chindamo decise di telefonare a Giovanni Tagliafierro, poliziotto che in quel periodo frequentava Maria Chindamo. Davanti allo spettacolo allarmante che aveva di fronte, il teste racconta di aver telefonato a Tagliafierro per chiedere come fare per sollecitare l’intervento dei militari. Il poliziotto gli suggerisce di recarsi in caserma. Chindamo si avvia ma, poco dopo, incrocia la gazzella dei carabinieri e li conduce sul posto dove giungono intorno alle 8:20.
Le telecamere e l’irrequietezza di Ascone
Vincenzo Chindamo racconta di aver visto Salvatore Ascone, quel giorno, intorno alle nove. Ricorda che i carabinieri avevano notato le telecamere che l’uomo, dirimpettaio dei terreni di Maria Chindamo, aveva poste proprio difronte al luogo della scomparsa. I militari ebbero difficoltà ad interrogare il sistema di videosorveglianza. Vincenzo Chindamo, sempre rispondendo alle domande dell’avvocato Cozza, aggiunge che Ascone – oggi imputato per concorso nell’omicidio dell’imprenditrice – quella mattina era «nervoso e irrequieto» e disse che non voleva che il suo nome fosse legato «a quella vicenda».
«Quale vicenda?», chiede l’avvocato Cozza.
«Appunto – risponde il fratello di Maria – non si sapeva ancora nulla».
I terreni
Nel corso del controesame condotto dall’avvocato di Ascone, Francesco Sabatino, il teste ha spiegato di non aver raccontato ai carabinieri che l’atteggiamento di Ascone era «nervoso e irrequieto» però, riferisce «me lo ricordo bene».
Per quando riguarda, poi, i terreni di Maria Chindamo, il fratello ha ricordato che il patrimonio agrario era composto da terreni di proprietà di Maria Chindamo e da altri appezzamenti intestati al suocero – Vincenzino Punturiero, classe 1929 – ma in comodato d’uso a Maria. Poco prima della scomparsa dell’imprenditrice questi terreni erano stati intestati ai figli di Maria. Nel terreno di Limbadi, davanti al quale l’imprenditrice è scomparsa, c’era un ricovero attrezzi di pertinenza del suocero. Molto spesso Maria Chindamo, dice il fratello, non riusciva ad accedere a questi attrezzi che erano importanti per i lavori in azienda. Proprio il sei maggio 2016, Maria e l’operaio Dimitrov dovevano effettuare dei trattamenti su alcuni kiwi con un atomizzatore che era riposto, inaccessibile, nel ricovero attrezzi, tanto che l’imprenditrice era stata costretta a rivolgersi a una ditta che facesse un lavoro conto terzi.
La fine del matrimonio
Maria Chindamo, lo ricordiamo, era sposata con Ferdinando Punturiero. Nel 2015 lei sente di non amare più suo marito e decide di separarsi. Ferdinando Punturiero non accetta quella separazione e, prima, tenta il suicidio venendo fermato in tempo da da un amico e dallo stesso Vincenzo Chindamo, allertato da sua sorella (che aveva ricevuto un sms dal marito).
Ma pochi giorni dopo, l’otto maggio 2015, Ferdinando Punturiero preme il grilletto e si uccide.
Ad un anno da quella tragedia, il sei maggio 2016, Maria Chindamo scompare nel nulla.
La mattina della scomparsa, Vincenzo Chindamo – rispondendo alle domande dell’avvocato Sabatino – racconta che mentre si recava, col cuore in gola, a Limbadi, riceve una telefonata da parte di Giovanni Tagliafierro, compagno di Maria. Non si erano mai scambiati i numeri prima ma Tagliafierro è preoccupato. La seconda telefonata la fa lo stesso Chindamo al poliziotto alle 8:08 per sapere come fare a incentivare l’arrivo dei carabinieri.
Quel sei maggio 2016, Vincenzo non parla di Tagliafierro coi carabinieri. Perché?, chiede Sabatino.
«Perché – risponde, in sintesi Chindamo – collegavo la scomparsa di Maria ai momenti drammatici, non a quelli felici».
Il tentativo di Punturiero di registrare la moglie
Ferdinando Punturiero aveva in animo il fatto che Maria avesse una relazione sentimentale e ne aveva parlato con Vincenzo Chindamo segnalando anche il nome di Tagliafierro quale responsabile della crisi coniugale.
Tra l’altro Punturiero aveva anche tentato di registrare sua moglie la quale si era accorta di quella mossa, aveva trovato un registratore, e lo aveva raccontato a suo fratello.
«Dopo il tentativo di suicidio mi sono occupato di Maria che era da sola»
Dopo il tentativo di suicidio, chiede la difesa di Ascone, perché Vincenzo Chindamo non ha avvertito i carabinieri? Perché non si è occupato del cognato?
«Dopo il tentativo di suicidio, finito il momento e tolta l’arma di mano a Ferdinando, ho considerato il problema risolto e mi sono dedicato a Maria. In più – aggiunge Vincenzo Chindamo – pensavo che erano i familiari di Ferdinando, che abitavano sul suo pianerottolo, nel suo stesso palazzo, che si dovevano occupare di lui. Io mi sono occupato di Maria che era da sola e mi sono occupato anche dei miei nipoti».
Poche le domande del primo difensore di Ascone, l’avvocato Salvatore Staiano, il quale ha chiesto se all’arrivo di Vincenzo Chindamo sul luogo della scomparsa il cancello fosse spalancato o socchiuso (socchiuso) e chi fosse presente (l’operaio Alessandro Dimitrov).