Omicidio Chindamo, il poliziotto amato da Maria e i (troppi) «non ricordo» sugli ultimi giorni dell’imprenditrice
La frequentazione nel 2014 con Tagliafierro nel periodo della crisi tra la donna e il marito. L’sms ignorato il giorno del suicidio del coniuge. I sospetti di Ferdinando Punturiero e il registratore nello studio della moglie. Una testimonianza difficile ricostruita grazie ai verbali firmati dall’ispettore di polizia
Tanti «non ricordo» ammantati di sospiri. Giovanni Tagliafierro, ispettore di polizia, 55 anni, ha giustificato i grossi vuoti di memoria, in aula di Corte d’assise a Catanzaro affermando di essersi «buttato nel lavoro per sopravvivere al ricordo» dopo la scomparsa di Maria Chindamo avvenuta a Limbadi il sei maggio 2016. Eppure lui aveva, in quel periodo, una relazione sentimentale con l’imprenditrice di Laureana di Borrello che era divenuta ormai pubblica. Con lui Maria parlava e si confidava.
La ricostruzione (parziale) di quanto avvenuto tra il 2014 e il 2016 è stata possibile soprattutto grazie a tre verbali, redatti tra il 2016 e il 2018 dai carabinieri e ai quali il pm Annamaria Frustaci si è dovuta più volte agganciare in aiuto alla memoria del teste. L’udienza è andata avanti in gran parte così, tra non ricordo, letture delle deposizioni e conferme di quelle letture.
La frequentazione nel 2014
La conoscenza tra Maria Chindamo e Giovanni Tagliafierro è avvenuta nel 2014 e si è trasformata, col trascorrere dei mesi, in una relazione vera e propria. Inizialmente clandestina visto che lei era sposata con Ferdinando Punturiero e lui si stava separando dalla moglie. Si conoscevano di vista, si incontravano in Tribunale dove lei faceva da consulente. Si salutavano e niente più. Poi Tagliafierro era partito per un corso di formazione a Cesena e al ritorno l’aveva cercata su Facebook. È iniziata così: qualche messaggio – che lui afferma leggesse anche il marito di lei perché aveva la password del suo profilo social – poi l’iscrizione di Maria Chindamo alla facoltà di legge per prendere la seconda laurea, dopo quella in economia e commercio, e Tagliafierro che la segue per poter avere maggiori titoli per accedere a concorsi interni alla Polizia. Studiano nell’ufficio da commercialista di Maria Chindamo, a Rossano, al piano di sotto a quello in cui lei viveva con marito e figli. Nello stesso palazzo in cui vivevano anche i suoceri Punturiero. Tagliafierro era stato una sera a cena a casa di Maria Chindamo e avevano mangiato una pizza insieme al marito. Marito col quale il poliziotto parlava, col quale scambiava telefonate.
Nel frattempo, emerge dal racconto, il sentimento di Maria Chindamo per Ferdinando Punturiero va in crisi. Lei lo confida a Tagliafierro che, inizialmente, le consiglia di «non fare fesserie, guarda io come sto messo», dice riferendosi alla propria separazione.
In quel frangente, però, «la nostra relazione – dice il teste – era diventata qualcosa in più di una semplice amicizia».
I sospetti di Ferdinando Punturiero e il registratore nello studio di Maria
Tagliafierro all’inizio afferma: «Ferdinando Punturiero, che io sappia, non aveva sospetti» sulla relazione. Dice che il marito di Maria Chindamo aveva piazzato un registratore nello studio della moglie e aveva intercettato una telefonata tra loro nella quale si parlava di un prossimo trasferimento del poliziotto a Milano. Interrogata, Maria Chindamo avrebbe risposto che si trattava di un proprio amico del nord, sviando i sospetti su Tagliafierro. Ma il pm fa notare che Tagliafierro, dopo la scomparsa di Maria, ha dichiarato ai carabinieri che Ferdinando Punturiero lo aveva chiamato per chiedergli se per caso lo avessero trasferito. Lui aveva negato, sviando così sospetti che in realtà c’erano.
Vincenzo Chindamo in aula: «Mia sorella Maria frequentava un poliziotto e voleva prendere il porto d’armi»Un situazione «insostenibile»
Giovanni Tagliafierro e Maria Chindamo ogni tanto veicolavano dei messaggi tra loro attraverso un’amica di lei, Maria Bencivenga, che viveva a Bologna. È stata lei a fare due drammatiche telefonate al poliziotto. La prima per comunicargli il suicidio di Ferdinando Punturiero, l’otto maggio 2015.
Maria Chindamo aveva parlato con Tagliafierro – il quale in quel periodo era in servizio a Milano – della situazione «insostenibile» che viveva a casa e del fatto di essere tornata a vivere a Laureana di Borrello.
Aveva raccontato di un precedente tentativo di suicidio del Ferdinando Punturiero che – come sappiamo dalla testimonianza di Vincenzo Chindamo – era stato fermato dall’intervento dello stesso Vincenzo, fratello di Maria, e di un amico, allertati dalla stessa imprenditrice che aveva ricevuto un sms dal marito.
L’sms ignorato
Qualche tempo dopo, il giorno del suicidio, Maria riceve un nuovo sms dal marito. Lo ignorò, dice Tagliafierro, considerandolo l’ennesimo «tentativo di attirare l’attenzione». Quel giorno, però, finì in tragedia. I familiari di Punturiero, ispezionando il telefono di Ferdinando, avevano trovato l’sms e avevano «addebitato a Maria» la colpa di quella morte. Eppure, racconta il teste, nell’ultima telefonata avuta con Ferdinando Punturiero questi gli era sembrato propositivo. Parlava di una donna di Messina con la quale avrebbe dovuto fare una crociera.
L’ostilità
L’ostilità dei parenti era diventata palese durante i funerali di Ferdinando Punturiero. Tra l’altro, già da tempo Vincenzino Punturiero, classe ’29, padre di Ferdinando, «diciamo che non mi trovava simpatico», racconta Tagliafierro. L’uomo in una occasione aveva fatto storie a causa della presenza di Tagliafierro nello studio della nuora. «Da allora non mi sono più recato allo studio», dice il poliziotto.
I precedenti di Vincenzino Chindamo
Il poliziotto racconta di non aver mai fatto accertamenti sulla famiglia di Maria Chindamo. «Ho solo verificato che né Maria, né Ferdinando avessero pregiudizi di polizia. Dalla stessa Maria - dice - ero venuto a conoscenza che suo suocero aveva precedenti di polizia per aver portato via la moglie con la forza».
L’unica uscita pubblica
Il poliziotto e l’imprenditrice continuano e frequentarsi in privato. Una settimana prima della scomparsa c’è la prima e unica uscita pubblica: una cena a casa di Maria a Laureana di Borrello e poi una passeggiata di 300 metri fino al bar del fratello a prendere un caffè.
Il testamento del suocero
Maria gli aveva confidato la rabbia che le faceva il suocero: aveva fatto fare un testamento nel quale si riservava un usufrutto su una parte del terreno del quale aveva mantenuto le chiavi. Su questo stesso terreno lavorava e viveva un operaio bulgaro che aveva un rapporto di sudditanza col suocero di Maria.
La scomparsa
Lo stesso terreno davanti al quale Tagliafierro ricorda di aver visto la macchina della compagna davanti al cancello chiuso, le chiazze di sangue, le impronte di Maria sul terreno, i capelli di Maria appiccicati allo sportello. Quel giorno, il sei maggio 2016, stava ancora dormendo quando riceve la telefonata dell’amica comune, Maria Bencivenga che lo avvisava della scomparsa di Maria e del ritrovamento dell’auto davanti alla proprietà di Limbadi che l’imprenditrice aveva preso a gestire dopo la morte del marito. Giovanni Tagliafierro chiede il numero del fratello di Maria e raggiunge il posto. «Il resto, – dice – è storia».
L’imputato
Di Maria Chindamo, da quel momento, si sono perse le tracce. Non si sa che fine abbia fatto il suo corpo. La Dda ha un imputato, per concorso in omicidio: Salvatore Ascone, allevatore con un cancello proprio difronte a quello di Maria. Avrebbe agito, per conto della cosca Mancuso, e in concorso con altri ancora ignoti, a far sparire la donna. Se non altro, dice l’accusa, manomettendo le telecamere di sorveglianza che aveva poste davanti al cancello.
«Non ricordo»
Per quanto riguarda Tagliafierro, la sua testimonianza è terminata così com’è cominciata: non ricordo. Non ricorda la telefonata del 20 ottobre 2017 fatta a Vincenzo Chindamo. Il racconto che gli fece sulle paure di Maria che voleva prendere il porto d’armi per difendersi. Le offerte che le avevano fatto di comprare il terreno a poco prezzo, il rifiuto sdegnato dell’imprenditrice. «Non ricordo». Si congeda così il poliziotto che aveva catturato il cuore di Maria Chindamo.