Omicidio Chindamo, il ritardo fatale: sentito in aula l’operaio che doveva incontrare Maria il giorno della sua scomparsa
Sentito nel processo Domenico Lombardo, l’operaio che doveva incontrare l’imprenditrice il giorno in cui è scomparsa: «Sono arrivato dopo 20 minuti perché ho incontrato una persona. Non mi sono accorto che la sua auto fosse ancora accesa»
La mattina del sei maggio 2016 Maria Chindamo aveva appuntamento con un agricoltore, Domenico Lombardo, di Rosarno, che avrebbe dovuto eseguire trattamenti su alcune piante nella proprietà di Limbadi, in località Montalto. Quando, però, Lombardo è arrivato davanti al cancello della proprietà di Maria Chindamo, con circa 20 minuti di ritardo, l’imprenditrice non c’era più. Nessuno, da quel momento, l’avrebbe più rivista. L’avevano portata via e il suo corpo non è stato più ritrovato.
«Ho conosciuto Maria Chindamo tramite un suo vicino di proprietà – dice l’agricoltore di Rosarno nel corso dell’ultima udienza sull’omicidio Chindamo –, il signor Figliuzzi. Il 16 maggio 2016 dovevo fare dei trattamenti ad alcune piante, degli agrumi mi pare, le medicine le aveva comprate la signora. L’appuntamento era alle sette del mattino. Il giorno prima era venuto da me un suo operaio, per prendere la botte per fare i trattamenti».
L’operaio in questione è Dimitrov, detto Alessandro, un dipendente di Chindamo di origini bulgare, il primo a dare l’allarme sulla sua scomparsa. L’uomo attualmente è irreperibile.
C’era qualcun altro che sapeva dell’appuntamento?, chiede il pm Annamaria Frustaci.
«Dimitrov era l’unico a conoscenza dell’appuntamento», afferma Lombardo.
Quella mattina il teste dice di essere arrivato in ritardo perché lungo il tragitto ha incontrato una persona, il professore Naso, e si è fermato a parlare di alcuni lavori che avrebbe dovuto eseguire sulla sua proprietà ma che avrebbe dovuto rimandare in virtù dell’impegno preso con Maria Chindamo.
Lombardo – è il riassunto delle domande del pm Frustaci – avrebbe incontrato Naso lungo la strada, lo avrebbe raggiunto e si sarebbe fermato a parlare con lui. Ma perché rinunciare ai lavori per Naso se l’appuntamento era già preso?, chiede la pm. Lombardo dice che Maria Chindamo gli aveva promesso che avrebbe eseguito lavori anche su altre sue proprietà. Quello del 16 maggio 2016 era il primo lavoro che avrebbe dovuto eseguire e che non avrà mai nemmeno inizio.
Omicidio Chindamo, «l’ossessione» di Ascone per le telecamere che però non funzionavano quando Maria scomparveUna volta giunto in località Montalto Domenico Lombardo ricorda di avere visto un’auto bianca davanti al cancello e di essersi fermato ad aspettare senza scendere dalla propria Panda. Dice di non ricordare affatto che l’auto (era quella di Maria Chindamo) avesse il motore acceso e anche l’autoradio col volume alto.
Ricorda di aver aspettato un po’ prima che arrivasse Dimitrov: «Ho visto l’operaio che arrivava a piedi dalla casetta che aveva nella proprietà – racconta Lombardo –. L’auto di Maria Chindamo era davanti al cancello e la mia era dietro, sulla strada». Lombardo afferma che è stato Dimitrov ad avergli fatto notare che il motore era acceso e che c’erano tracce di sangue. «Mi ha detto: “Guarda cos’è successo qua? C’è del sangue. È successo qualcosa».
Poi Lombardo dice che, «morto di paura», ha detto a Dimitrov di chiamare qualcuno ed è andato a chiamare Figliuzzi.
Rispondendo alle domande dell’avvocato di parte civile, Nicodemo Gentile, Domenico Lombardo ha insistito nel dire di non essere sceso dalla sua macchina fino all’arrivo di Dimitrov e di non essersi accorto che il motore e la radio fossero accesi. Di avere visto dopo «qualche macchiolina di sangue». Dice di aver conosciuto Vincenzino Punturiero, suocero di Maria, ma di non aver mai lavorato per lui e di non aver mai lavorato per Salvatore Ascone, allevatore accusato di aver partecipato al delitto, né per gli Arcieri, cugini del marito di Maria, Ferdinando Punturiero, morto suicida un anno prima della scomparsa dell’imprenditrice. Un suicidio, quello di Punturiero, che avrebbe scatenato una reazione a catena, narra l’accusa, accesa proprio dal padre Vincenzino Punturiero. Una reazione a catena che avrebbe tirato dentro a questa tragedia anche la cosca Mancuso – della quale Salvatore Ascone sarebbe stato latore – e gli appetiti della famiglia di ‘ndrangheta sui terreni di Maria.