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17/08/2026 ore 11.52
Cronaca

Omicidio De Tursi, le denunce che hanno fatto riaprire il caso: l’incontro con l’ex amico e le rivelazioni del commerciante

«Perché mi avete ammazzatto Gabriele?»: la madre Anna Dattoli ha raccontato ai carabinieri drammatico faccia a faccia con Michele Mercadante e le confidenze di un conoscente che puntano il dito contro il figlio del boss Salvatore Giglio

di Alessia Truzzolillo

Il 5 giugno 2013, il giovane Gabriele De Tursi, di appena 19 anni, svaniva nel nulla a Strongoli dopo essere uscito a bordo della sua moto Honda Hornet blu. Per anni, il silenzio della «lupara bianca» ha avvolto il suo destino nel tentativo di cancellarne ogni traccia. Ma la determinazione di sua madre, Anna Dattoli, ha spinto gli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Catanzaro a riaprire formalmente il caso nel 2021. Sono state infatti proprio le sue due deposizioni spontanee — la prima resa il 23 agosto 2018 e la seconda l'11 dicembre 2019 — a fornire la chiave di volta per riprendere le indagini. Solo la tenace e incrollabile insistenza della donna ha permesso di acquisire elementi inediti sul delitto, spingendo la Procura antimafia a riesumare il vecchio fascicolo (archiviato a fine 2015) e a disporre una massiccia campagna di intercettazioni telefoniche e telematiche a partire dal luglio 2021.

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Il fascicolo a Crotone

L’inchiesta ha poi disvelato reati di droga e armi per i quali è competente la Procura di Crotone. Quattro le persone implicate nei confronti delle quali l’accusa ha invocato quattro condanne: Leonardo Masucci, 3 anni (armi), Donato Giardino, 2 anni e 6 mesi (armi), Michele Mercadante (droga), 6 anni, Antonio Pettinato (droga), 6 anni. Il prossimo 11 settembre toccherà alle arringhe difensive degli avvocati Domenico Sirianni e Giovanni Mauro. Parte del fascicolo di inchiesta della Dda, con intercettazioni ed escussioni testimoniali, è quindi confluito nel processo di Crotone. Da quanto si evince dalla documentazione, la Dda aveva iscritto nel registro degli indagati, con l’accusa di omicidio in concorso aggravato dal metodo mafioso, una sola persona: Giuseppe Giglio, figlio del capo del locale di ‘ndrangheta Salvatore Giglio. Allo stato, però, non è dato sapere a che punto si trovi l’inchiesta, se vi siano ancora indagati e quanti siano. Di certo nei confronti di Giglio non è stato preso alcun provvedimento. 

L’incontro con Mercadante

Quello che sappiamo, dalle denunce sporte, è che la madre di Gabriele De Tursi la mattina del 22 agosto 2018 si trovava davanti al palazzo di un'amica a Strongoli. Mentre parlava con l’amica, affacciata dal terzo piano, ha incrociato lo sguardo di Michele Mercadante, affacciato da una finestra del primo piano. Il ragazzo conosceva e frequentava Gabriele De Tursi. Mercadante la saluta: «Buongiorno signora Anna». Anna Dattoli, risponde ironica: «Adesso ti ricordi della signora Anna?». Consumata dal dolore e dal risentimento per il totale abbandono da parte della comitiva dopo la scomparsa di Gabriele, la donna lo investe con rabbia e disperazione: «Perché mi avete ammazzato Gabriele? Cosa ha fatto di male più di voi che me lo avete ammazzato?».

«… sino dal giorno successivo alla sua scomparsa – racconta Anna Dattoli ai carabinieri –, nessuno di loro si è fatto vivo in alcun modo, anche solo per dimostrare solidarietà nei miei confronti e vicinanza alla mia sofferenza. Michele rispondeva alla mia domanda proferendo queste testuali parole: "Non tutti!". Io proseguivo infervorandomi ancor di più e dicendogli con concitazione che, se avessero avuto coscienza o carattere, avrebbero dovuto quanto meno farmi rinvenire il corpo esanime di mio figlio e lui rispondeva annuendo col capo, in atteggiamento mortificato, affranto. Contestualmente mi diceva le seguenti parole: "Avete ragione signora!". Al che chiedevo a Michele quali fossero le colpe che aveva pagato Gabriele e cosa avesse fatto in particolare di così grave tanto da dover essere ucciso. Lui rispondeva dicendo: "Non ha fatto niente di male!". Concludevo la breve conversazione, durata pochissimo, credo uno o due minuti, rappresentando a Michele che mio figlio non aveva davvero fatto nulla di male e che questa storia sarebbe andata avanti per sempre fino all'ultimo dei miei giorni. Perplesso, Michele continuava ad annuire col capo, senza proferire più alcuna parola. Infine facevo presente al mio interlocutore di riferire ai suoi amici che, fino a che fossi vissuta, la vicenda non poteva ritenersi conclusa e che, l'unico modo per farmi tacere, sarebbe stato quello di uccidere anche me».

La trappola e la «consegna» alla cosca Giglio

Il tassello definitivo che ha spinto i magistrati a riaprire le indagini viene depositato dalla signora Dattoli nel secondo verbale spontaneo dell'11 dicembre 2019. La madre di Gabriele racconta l'incontro avvenuto a settembre dello stesso anno con un imprenditore all'interno del suo negozio di Strongoli, dove si era recata insieme al marito Michele De Tursi. In quella sede, l’uomo rivela spontaneamente una ricostruzione di quanto accaduto il giorno della scomparsa.

Secondo l'imprenditore, l'assassinio di Gabriele sarebbe stata una spedizione punitiva ordinata da Giuseppe Giglio, figlio del boss detenuto Salvatore Giglio, per punire il diciannovenne che si era rifiutato di associarsi alla consorteria mafiosa di Strongoli. All'origine della vendetta ci sarebbe stato anche un violento scontro fisico avvenuto due giorni prima della scomparsa, nel quale Gabriele avrebbe picchiato Pasquale Giglio, fratello del boss. Il 5 giugno 2013 il diciannovenne sarebbe stato massacrato di botte fino alla morte da Giglio e da altri complici.

La conferma nel racconto del padre di Gabriele

A confermare questo drammatico racconto è stato lo stesso Michele De Tursi, padre della vittima, escusso a sommarie informazioni l'11 dicembre 2019, poche ore dopo la moglie. L'uomo ha ricordato che l’imprenditore, dopo averli salutati, si era rivolto alla moglie e spontaneamente disse che ad ammazzare loro figlio era stato Giuseppe Giglio, spiegando che il giovane era stato convocato innanzi a lui e picchiato unitamente ad altre persone sino a morire. De Tursi ha descritto il proprio profondo turbamento di fronte a quelle parole, spiegando di essere rimasto «turbato» da quanto stava sentendo. Tuttavia, ha confermato in modo netto un dettaglio chiave: l’imprenditore, durante il colloquio, fece esplicito riferimento a Michele Mercadante (che non risulta essere indagato), indicandolo espressamente come uno «scunnizzo dei suoi», vale a dire un uomo al servizio dei Giglio.

Nonostante la gravità di tali dettagli e il tentativo dei coniugi De Tursi di ottenere una formale dichiarazione scritta per via legale, l'imprenditore si è successivamente rifiutato di firmare l'atto per il profondo timore di ritorsioni da parte della criminalità organizzata locale, pur offrendo la disponibilità a incontrare il Procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri. Tuttavia, queste deposizioni incrociate hanno fornito alla Dda di Catanzaro gli elementi necessari per riavviare formalmente le indagini.