Omicidio De Tursi, nelle intercettazioni il mistero sulle ultime ore di Gabriele: «Aveva litigato con quello delle palazzine»
Gli “amici” del 19enne scomparso a Strongoli e la rabbia contro la madre della vittima: «Il figlio non era un santo». La replica di Anna Dattoli: «Se ha sbagliato doveva pagare con la legge, non con la vita». Le carte dell’inchiesta che non vede persone indagate
Ci sono madri forti come rocce in Calabria. Madri che si sciolgono in pianto ogni giorno eppure non smettono di rialzarsi, lottare, gridare, sfidare un intero paese senza abbassare mai lo sguardo.
Anna Dattoli è una di queste madri. Il cinque giugno 2013 il suo figlio più piccolo, Gabriele De Tursi, all’epoca 19enne, è uscito di casa, a Strongoli, dopo pranzo per non fare più ritorno. Neanche il suo corpo è mai stato ritrovato. Le indagini sulla scomparsa del ragazzo sono state chiuse e poi riaperte nel 2021 proprio grazie alla testardaggine di Anna Dattoli che ha consegnato ai carabinieri ogni informazione in suo possesso.
Il fascicolo a Crotone
Oggi parte delle inchieste del 2013 e del 2021 è confluita nel fascicolo di un processo che vede quattro giovani indagati, a vario titolo, per droga e armi. Un fascicolo che la Dda di Catanzaro, in particolare il titolare dell’inchiesta, Paolo Sirleo, oggi in Dna, ha inviato, per competenza, alla procura di Crotone. Indagando sulla morte di Gabriele De Tursi sono venuti fuori, a vario titolo, reati di spaccio e detenzione di armi. Di recente la Procura di Crotone ha chiesto la condanna di Leonardo Masucci a 3 anni (armi), Donato Giardino, 2 anni e 6 mesi (armi), Michele Mercadante (droga), 6 anni, Antonio Pettinato (droga), 6 anni. Il prossimo 11 settembre toccherà alle arringhe difensive degli avvocati Domenico Sirianni e Giovanni Mauro.
Due di questi imputati, Giardino e Mercadante, vengono indicati nelle relazioni dei carabinieri come «amici della vittima». Quando la Dda, nel 2021, ha riaperto le indagini sulla morte di Gabriele De Tursi 19 persone, tra amici, conoscenti e familiari, sono state poste sotto intercettazione. Non solo. Quelle stesse persone sono state risentite dai carabinieri in qualità di persone informate sui fatti. Ora, al di là delle carte inviate a Crotone per episodi del tutto slegati dalla lupara bianca di Gabriele De Tursi, nessuno dei soggetti attenzionati nel 2021 risulta indagato.
Omicidio De Tursi a Strongoli, dopo 13 anni la madre scopre il luogo dove fecero ritrovare la moto: «E se anche mio figlio fosse là?»Francesco Giglio: «Aveva litigato con quello delle palazzine»
Il fascicolo, però, è utile a narrare l’ambiente che ruota intorno a questa drammatica scomparsa. Sia dal punto di vista della madre di Gabriele che di coloro che lo conoscevano e lo frequentavano. Tra questi c’è Francesco Giglio, figlio di Otello Giglio, ucciso in un agguato di stampo mafioso nel 1999, e nipote del boss Salvatore Giglio.
Nel corso di un’intercettazione, Francesco Giglio, parlando con la fidanzata, ricorda di aver incontrato Gabriele il giorno in cui è scomparso. I due si trovavano dopo pranzo in un bar del centro di Strongoli e «abbiamo parlato me lo ricordo ... che lui era seduto sullo sgabellicchio ed io ero al bancone ...abbiamo parlato normale».
Francesco Giglio era stato da poco sentito dai carabinieri ma alla fidanzata racconta qualcosa che ai militari non ha rivelato: Gabriele aveva litigato «con quello delle palazzine …» e ne aveva avuto la meglio. In seguito Giglio afferma che dopo quella lite lui ha protetto Gabriele per evitare ritorsioni: «non l'ho fatto nemmeno toccare perché poi ha camminato con me... nel senso lui si è avvicinato a me perché dice “se cammino con lui non mi toccano” hai capito? Ste c***o cose di cose la mamma non le sa?». La fidanzata gli dice che la madre queste cose dovrebbe saperle. Ma Francesco Giglio non è affatto d’accordo. Ritiene che la donna, com’era solita fare, si sarebbe rivolta ai carabinieri tirandolo in mezzo a questa vicenda: «... che quella subito prende e ti dice ... ti mette nel mezzo in una cosa di queste ... e poi davvero ci vai a finire nel mezzo ... senza c'entrare né dalla porta e né dalla finestra!».
Gli amici e la madre di Gabriele
Anna Dattoli non è amata dagli ex “amici” di Gabriele. L’accusano di guardarli male quando li incontra, di parlare male di loro. L’accusano di tacere il fatto che Gabriele non fosse un santo.
Per esempio, Donato Giardino viene intercettato mentre conversa coi genitori e si sfoga contro Anna Dattoli: «Questa, la mamma parla come se il figlio non ha fatto mai niente e gli altri gli abbiamo voluto sempre male... quella donna ... si rispetta il dolore che tiene ... però la prima ... la prima che ha sbagliato è stata proprio lei».
Giardino cerca di smarcarsi dalle accuse che la madre di Gabriele non ha mai nascosto, nemmeno pubblicamente: dopo la scomparsa di Gabriele anche gli amici sono scomparsi: «… è andata a dire che noi non siamo andati a casa quando noi la mattina andavamo a girare terre ... terre! E dovevamo andare alla casa o le terre, terre a girare?».
Giglio: «Prendeva da fumare per non pagare»
Ma perché Gabriele non era un santo?
Le informazioni che circolano, sia narrate ai carabinieri che contenute nelle intercettazioni, descrivono Gabriele inserito nel giro dello spaccio di droga gestito dagli amici che frequentava.
In un’intercettazione, in particolare, Francesco Giglio racconta alla madre quello che avrebbe fatto Gabriele: «Andava ... prendeva da fumare e per non “cacciare" (ndr. sborsare denaro di tasca propria) di fumare prendeva e pagava ... si raccoglieva i soldi... questo faceva ... andava a Crotone faceva il viaggio ... non è che spacciava che si metteva di quella maniera che spacciava».
Anche Francesco Giglio punta il dito contro la madre di Gabriele affermando che lei sapesse quello che faceva il figlio e non lo avesse mai denunciato prima: «Non li chiami prima i carabinieri!? Perché non li ha chiamati prima i carabinieri? Eh ... dopo si fanno le cose? Si fanno prima le cose e non dopo ... se tu non volevi…».
Francesco Giglio non lesina una considerazione nemmeno sulla moto che possedeva Gabriele, una Honda Hornet 600: «… e tu scusa ... tuo figlio rientra con una moto a casa di duemila euro».
La madre: «Gabriele non aveva zii criminali pronti a proteggerlo»
Insomma, secondo questi ragionamenti la colpa della perdita del figlio ricade sulla madre mentre chi sapeva e vedeva non ha fatto nulla per fermare quella corsa che ha portato Gabriele verso la morte.
Ma Anna Dattoli non ci sta.
Raggiunta al telefono da LaC News24 mette in riga i fatti.
«Io di Gabriele non ne faccio un santo. Quello che faceva Gabriele lo facevano anche loro. Però Gabriele è stato ammazzato come un cane perché non aveva un padre o degli zii nella criminalità pronti a proteggerlo. Non lo ha difeso nessuno. Se Gabriele ha sbagliato doveva pagare con la legge non con la vita».
Per quanto riguarda la moto, Anna Dattoli spiega che costò 1000 euro e fu lei ad aiutare Gabriele a pagarla.
«Ero io che gli davo sempre soldi: per la moto, per le sigarette, per il caffè. Gli dicevo sempre “chiedi a me se ti servono soldi”. Certamente Gabriele non si è arricchito. Qualcuno ha anche il coraggio di dire che mi sia arricchita io tramite lui. Ma io lavoro 12 ore al giorno, tutti i giorni, per pochi euro. Però al lavoro ci vado a testa alta».
«La mia condanna all’ergastolo»
Anna racconta di aver fatto di tutto per tenere il figlio lontano da certe cattive compagnie: «Lo avevo allontanato da Strongoli. Gli dicevo che se lo avessi visto in compagnia di certa gente avrei fatto un macello e gli avrei fatto fare brutta figura. Se le mura di questa casa potessero parlare racconterebbero di ogni raccomandazione, ogni litigio».
Tra le lacrime Anna spiega di essere anche «arrabbiata con Gabriele perché non mi ha dato ascolto. Perché io con lui parlo ogni giorno. A chi lo ha ucciso possono anche arrestarlo e condannarlo ma la vera condanna all’ergastolo l’ho avuta io che non potrò mai più vedere mio figlio». E sugli amici che non si sono più fatti vedere: «Certo che dovevano venire a casa mia. Dovevano venire e raccontarmi quello che sapevano».
Poi Anna Dattoli si ricompone, ricaccia indietro le lacrime: «Non permetto che infanghino la memoria del mio ragazzo sparito nel nulla a 19 anni. Ha fatto degli sbagli ma non meritava di morire. Fino a che campo, io non mi fermerò mai. E continuerò a parlare».