Operazione “Baia Bianca” nell’alto Tirreno cosentino: c’è anche “Rosy Abate”, figura di vertice femminile
Secondo le investigazioni, durate quasi due anni, vi sarebbe l’esistenza di un “welfare criminale” e la presunta capacità dei vertici del gruppo di continuare a impartire ordini anche dal carcere, attraverso l’introduzione clandestina di smartphone nella casa circondariale di Paola
C’è anche una figura di vertice femminile, ritenuta dagli investigatori particolarmente carismatica e influente, tra le persone della presunta rete criminale smantellata questa mattina nell’ambito dell’operazione “Baia Bianca”, scattata all’alba tra Calabria, Campania, Sicilia ed Emilia Romagna. Secondo quanto emerso dalle indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, la donna sarebbe stata chiamata dagli stessi sodali con il soprannome di “Rosy Abate”, richiamando il celebre personaggio televisivo legato al mondo della criminalità.
Operazioni in corso
L’operazione è stata condotta dai Carabinieri della Compagnia di Scalea, con il supporto dei Comandi territorialmente competenti, dello Squadrone Eliportato Cacciatori di Calabria e dell’8° Nucleo Elicotteri Carabinieri di Vibo Valentia. Il provvedimento cautelare, emesso dal G.I.P. del Tribunale di Catanzaro, ha disposto il carcere per 14 indagati accusati, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione aggravata dal metodo mafioso e accesso illecito a dispositivi di comunicazione da parte di detenuti. Gli indagati, in totale, sono circa una trentina.
Quasi due anni di indagini
L’inchiesta “Baia Bianca” nasce da un’articolata attività investigativa durata circa venti mesi e sviluppata attraverso intercettazioni, servizi tecnici e riscontri sul territorio. Gli investigatori ritengono di aver ricostruito l’esistenza di un’organizzazione criminale attiva tra Scalea e l’alto Tirreno cosentino, specializzata soprattutto nel traffico di cocaina.
Secondo la ricostruzione accusatoria, il gruppo sarebbe stato organizzato secondo una struttura piramidale con due promotori al vertice e un supervisore operativo incaricato di coordinare corrieri e pusher distribuiti sul Tirreno Cosentino e nella Valle del Noce. La droga sarebbe arrivata principalmente dalla Campania, attraverso forniture frazionate studiate per limitare i rischi in caso di sequestri. A Scalea sarebbero state individuate anche due basi logistiche utilizzate dall’organizzazione.
Il welfare criminale
Tra gli elementi emersi nel corso delle indagini, anche la presunta esistenza di una sorta di “welfare criminale”: il sodalizio si sarebbe infatti fatto carico delle spese legali degli affiliati arrestati, così da rafforzare il vincolo interno e garantire l’omertà.
Le attività investigative hanno inoltre documentato numerosi episodi di spaccio culminati nel sequestro di cocaina e hashish. In un caso, un corriere avrebbe tentato di disfarsi di circa 50 grammi di cocaina durante la fuga. Contestate anche diverse ipotesi estorsive, alcune aggravate dal metodo mafioso, finalizzate al recupero dei crediti legati alla droga mediante minacce e intimidazioni.
Dispositivi elettronici in carcere
Di particolare rilievo investigativo, infine, la presunta capacità dei vertici del gruppo di continuare a impartire ordini anche dal carcere, attraverso l’introduzione clandestina di smartphone nella casa circondariale di Paola.
Il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari e, come previsto dalla legge, gli indagati devono considerarsi presunti innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.