Operazione Piana, la Cassazione annulla la condanna dell’imprenditore Francesco Cianflone
Accolto il ricorso dell’imprenditore condannato a 5 anni e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici: si celebrerà un nuovo processo d’appello a 13 anni dal blitz contro la cosca Giampà. Contestate dalla difesa le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia
La Quinta Sezione della Corte di Cassazione ha annullato con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Catanzaro la condanna a cinque anni di reclusione inflitta all’imprenditore lametino Francesco Cianflone per associazione mafiosa, disponendo un nuovo giudizio di secondo grado.
Cianflone, assistito dagli avvocati Massimiliano Carnovale ed Enrico Grosso, era stato inoltre condannato all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. La sentenza di condanna era stata confermata dalla Corte d’Appello di Catanzaro con decisione depositata il 23 gennaio 2026.
L’inchiesta “Piana” e le accuse della Dda di Catanzaro
L’imprenditore era rimasto coinvolto nell’ambito dell’operazione “Piana”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che nella primavera del 2013 portò all’arresto di tre imprenditori lametini ritenuti legati alla cosca Giampà, considerata egemone nel comprensorio di Lamezia Terme.
Secondo l’impianto accusatorio, Francesco Cianflone sarebbe stato, attraverso le società a lui riconducibili, l’imprenditore di riferimento del clan Giampà. Un’ipotesi investigativa fondata, tra l’altro, sulle dichiarazioni rese da diversi collaboratori di giustizia nell’ambito del procedimento denominato “Perseo”.
Tra questi anche l’ex reggente della cosca, Giuseppe Giampà, secondo il quale il rapporto tra Cianflone e il clan sarebbe nato tra il 2007 e il 2008. In quel periodo, stando alle dichiarazioni dei pentiti, l’imprenditore, vittima di pressioni e intimidazioni attribuite alla cosca rivale dei Torcasio, si sarebbe rivolto a Vincenzo Bonaddio scegliendo di collocarsi sotto la protezione del gruppo Giampà.
Secondo la ricostruzione accusatoria, da quel momento Cianflone non avrebbe soltanto ottenuto tutela, ma avrebbe assunto il ruolo di imprenditore di riferimento dell’organizzazione criminale, subentrando alla precedente impresa collegata al sodalizio mafioso.
Il sequestro delle aziende e la doppia condanna
Nel corso dell’inchiesta, l’imprenditore aveva subito il sequestro delle proprie società e dei relativi compendi aziendali, provvedimenti successivamente revocati.
Sul piano penale, invece, il Tribunale di Lamezia Terme lo aveva condannato a cinque anni di reclusione per partecipazione ad associazione mafiosa, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Una decisione poi integralmente confermata dalla Corte d’Appello di Catanzaro.
Il ricorso in Cassazione
Contro la sentenza di secondo grado i difensori Massimiliano Carnovale ed Enrico Grosso hanno presentato ricorso alla Suprema Corte, depositando successivamente anche motivi aggiunti.
La linea difensiva si è concentrata principalmente sulla contestazione della qualificazione giuridica attribuita a Cianflone, sostenendo l’impossibilità di ricondurre la sua figura a quella dell’“imprenditore mafioso” partecipe dell’associazione criminale.
I legali hanno inoltre censurato la motivazione della sentenza d’appello, ritenendo non adeguatamente dimostrata la trasformazione dell’attività imprenditoriale svolta da Cianflone in una forma di partecipazione stabile al sodalizio mafioso.
Le diverse figure dell’imprenditore nei rapporti con la mafia
Nel ricorso, la difesa ha richiamato i più recenti orientamenti della giurisprudenza di legittimità, evidenziando la necessità di distinguere tra le diverse figure che possono emergere nei rapporti tra impresa e criminalità organizzata.
In particolare, sono state richiamate le categorie dell’imprenditore associato all’organizzazione mafiosa, dell’imprenditore concorrente esterno e dell’imprenditore che, pur subendo le pressioni della criminalità, si limita a soggiacere alle vessazioni mafiose esclusivamente per poter continuare a esercitare la propria attività economica.
Secondo la difesa, la posizione di Cianflone non sarebbe stata adeguatamente collocata all’interno di queste distinzioni concettuali e giuridiche.
Contestate anche le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia
Ulteriore profilo di censura ha riguardato l’attendibilità e il valore probatorio delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.
I difensori hanno sostenuto che molte delle affermazioni utilizzate per fondare la responsabilità dell’imputato fossero di natura “doppiamente de relato”, evidenziando inoltre l’assenza di adeguati riscontri individualizzanti idonei a confermare le accuse mosse nei confronti dell’imprenditore.
La decisione della Suprema Corte
Al termine dell’udienza pubblica celebrata il 16 giugno 2026 davanti alla Quinta Sezione penale della Corte di Cassazione, i giudici hanno accolto il ricorso, annullando la sentenza di condanna e disponendo il rinvio del procedimento ad altra sezione della Corte d’Appello di Catanzaro.
Sarà dunque il nuovo giudizio di secondo grado a riesaminare la posizione di Francesco Cianflone alla luce dei rilievi formulati dalla Suprema Corte.