Pressioni per far ritrattare il pentito Emanuele Mancuso, il pg chiede 4 anni per l'ex compagna e 6 anni per Pugliese
Nel processo d'appello bis, dopo l'annullamento con rinvio disposto dalla Cassazione, formulate nuove richieste di condanna per Nensy Vera Chimirri e Francesco Paolo Pugliese. Già avanzate le richieste anche nei confronti dei familiari del collaboratore di giustizia
Quattro anni di reclusione per Nensy Vera Chimirri e sei anni, oltre a 12mila euro di multa, per Francesco Paolo Pugliese. Sono le richieste formulate dal sostituto procuratore generale della Corte d'Appello di Catanzaro nel processo d'appello bis scaturito dall'annullamento con rinvio disposto dalla Cassazione nell'inchiesta sulle presunte pressioni esercitate nei confronti del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso affinché interrompesse il percorso di collaborazione con la magistratura.
Per Chimirri, ex compagna del collaboratore, il pg ha chiesto la condanna per induzione a non rendere dichiarazioni e violenza privata, entrambe aggravate dal metodo mafioso. Per Pugliese, invece, l'accusa ha sollecitato la condanna a sei anni di reclusione e 12mila euro di multa per favoreggiamento personale, procurata inosservanza della pena e concorso nella detenzione di armi, chiedendo inoltre il riconoscimento dell'aggravante mafiosa anche per quest'ultimo reato.
Nel procedimento sono coinvolti anche Pantaleone Mancuso, detto "l'Ingegnere", la moglie Giovanna Del Vecchio e il figlio Giuseppe Salvatore Mancuso, che hanno scelto il rito ordinario. Per loro il procuratore generale ha già chiesto due anni di reclusione ciascuno per i coniugi Mancuso, accusati di violenza privata aggravata dal metodo mafioso, e cinque anni e due mesi per Giuseppe Salvatore Mancuso, imputato per detenzione di armi aggravata.
Appello bis sulle pressioni a Emanuele Mancuso per non farlo collaborare, la Procura generale chiede tre condanne per i familiariLe presunte pressioni sul collaboratore
L'inchiesta trae origine dagli avvenimenti del 21 maggio 2019, quando Emanuele Mancuso non si presentò all'interrogatorio fissato con i magistrati e ritrattò le dichiarazioni rese in precedenza. Secondo la Dda di Catanzaro, quel ripensamento sarebbe stato determinato dalle pressioni esercitate dai familiari, che avrebbero cercato di convincerlo ad abbandonare la collaborazione facendo leva sul rapporto con la figlia appena nata e prospettando anche offerte di denaro. A tali condotte sono stati ricondotti i reati di induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all'autorità giudiziaria e violenza privata. In questo contesto, secondo l'accusa, avrebbe avuto un ruolo anche Nensy Vera Chimirri, allora compagna del collaboratore.
Il caso Chimirri
Giudicata con rito abbreviato, Chimirri era stata condannata in primo grado a sei anni di reclusione per induzione a non rendere dichiarazioni, violenza privata e favoreggiamento, tutti aggravati dal metodo mafioso. Parte civile nel procedimento è lo stesso Emanuele Mancuso. In appello, però, il quadro accusatorio era stato profondamente ridimensionato: erano cadute le contestazioni di favoreggiamento e di induzione a non rendere dichiarazioni, mentre la violenza privata era stata riqualificata in tentativo. La pena era così scesa da sei anni a dieci mesi di reclusione.
La Procura generale ha impugnato la decisione e la Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, annullando la sentenza limitatamente all'esclusione del reato di induzione a non rendere dichiarazioni e alla riqualificazione della violenza privata. Da qui il nuovo giudizio d'appello, nel quale il pg ha chiesto una condanna a quattro anni.
La posizione di Pugliese
Anche Francesco Paolo Pugliese aveva scelto il rito abbreviato. È imputato per detenzione di armi clandestine, favoreggiamento personale e procurata inosservanza della pena. In appello la Corte aveva escluso l'aggravante mafiosa per la detenzione di armi, rideterminando la pena da sei a due anni di reclusione. Anche in questo caso la Procura generale ha proposto ricorso e la Cassazione ha disposto un nuovo giudizio, ritenendo che la motivazione della Corte d'Appello fosse carente sull'esclusione dell'aggravante mafiosa. Secondo la Suprema Corte, infatti, la detenzione delle armi avrebbe potuto essere finalizzata al mantenimento della capacità operativa della cosca Mancuso, anche alla luce delle tensioni seguite al tentato omicidio di Dominic Signoretta, soggetto ritenuto vicino alla famiglia mafiosa.
Nel processo d'appello bis il procuratore generale ha quindi chiesto di ripristinare la condanna di primo grado, pari a sei anni di reclusione e 12mila euro di multa, con il riconoscimento dell'aggravante mafiosa anche per il reato di detenzione di armi. I due imputati sono difesi dagli avvocati Daniela Garisto e Diego Brancia.