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05/11/2026 ore 18.36
Cronaca

Scambio elettorale politico-mafioso, revocati i domiciliari a Lucisano. Mingrone resta ai domiciliari per le altre accuse

Il giudice di Catanzaro ha rivalutato gli indizi dopo l'interrogatorio e il ritrovamento di un registro con la stima dei voti. Per Mingrone cade la misura legata all'accusa di scambio elettorale politico-mafioso

di Matteo Lauria

Il quadro accusatorio sul presunto scambio elettorale politico-mafioso si è incrinato. Con un'ordinanza del 5 novembre 2026, il gip del Tribunale di Catanzaro Fabiana Giacchetti ha revocato gli arresti domiciliari a Pietro Lucisano, ordinandone l'immediata liberazione. Ha revocato la misura anche ad Antonio Mingrone, ma solo per l'accusa di scambio elettorale politico-mafioso.

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L'accusa

La Procura contestava ai due, in concorso, lo scambio elettorale politico-mafioso previsto dall'articolo 416 ter del codice penale. Riguardava le elezioni amministrative dell'8 e 9 giugno 2024. Secondo l'accusa, Lucisano avrebbe promesso aiuto a Mingrone nella ricerca di un lavoro. In cambio Mingrone si sarebbe impegnato a procacciare voti.

Il 1° ottobre 2026 era stata depositata l'ordinanza che applicava la misura cautelare a entrambi, ritenuti gravemente indiziati.

Gli interrogatori e la richiesta della difesa

Dopo l'arresto, Lucisano ha risposto alle domande del giudice. Mingrone si è avvalso della facoltà di non rispondere. La difesa di Lucisano ha chiesto la revoca o la sostituzione della misura, ricordando anche le dimissioni rassegnate dall'indagato. La Procura si è opposta.

Che cosa non è cambiato

Il giudice precisa che l'accordo tra i due c'è stato. Per Giacchetti non ci sono dubbi che si sia perfezionato: lo dimostrano le conversazioni intercettate e lo stesso Lucisano non lo ha smentito. Da una parte c'era la promessa di aiutare Mingrone a trovare lavoro, dall'altra la disponibilità di quest'ultimo a cercare voti.

Il punto che ha fatto cadere l'impianto

Per esserci scambio politico-mafioso bisogna dimostrare qualcosa in più. Lucisano doveva sapere di avere di fronte una persona legata alla 'ndrangheta e capace di far valere la forza di intimidazione dell'organizzazione per spostare voti. È su questo che l'accusa si è indebolita.

Nel suo interrogatorio Lucisano ha negato di conoscere la caratura criminale di Mingrone. Secondo il gip non è una semplice affermazione difensiva, perché trova un riscontro oggettivo in un documento sequestrato dalla polizia giudiziaria durante l'esecuzione della misura.

È un registro in cui Lucisano annotava una stima dei voti che avrebbe potuto ottenere. Accanto a diversi nominativi compare anche Mingrone, con il numero 1 sotto tutte e tre le voci "base", "medio" e "max". Il giudice ritiene che quelle colonne indichino una valutazione dei voti che ciascuno poteva portare al candidato, tra un minimo e un massimo.

Perché un solo voto pesa

Dalle intercettazioni emerge che Lucisano puntava a ottenere da Mingrone quanti più voti possibile. Eppure, nel suo registro, gliene attribuiva uno. Secondo il giudice, questo dato mette in dubbio la tesi della Procura: se Lucisano avesse davvero cercato un soggetto vicino agli ambienti 'ndranghetisti, in grado di garantire un consistente pacchetto di voti, difficilmente ne avrebbe stimato uno solo.

Per Giacchetti questi elementi creano un "vulnus" nelle indagini. Pongono un dubbio sull'impostazione accusatoria e minano la gravità indiziaria sullo scambio elettorale politico-mafioso per entrambi, imponendo la revoca per tutti gli indagati.