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10/09/2026 ore 06.15
Cronaca

«Sembrava l’esplosione dell’atomica»: Pantaleone Sergi racconta il suo 11 settembre a New York 25 anni dopo

Dal Canada agli Stati Uniti nelle ore dopo gli attentati: il giornalista calabrese, all’epoca inviato speciale per Repubblica, racconta la città sotto shock, il dolore degli italiani e quel mondo cambiato per sempre dall’attentato alle Torri Gemelle. Un ricordo ancora vivo

di F. L.
Photoshot / TopFoto

«Sembrava uno scenario di guerra. Dove c’erano le Torri Gemelle, c’era una spianata di detriti». Venticinque anni dopo, l’immagine che Pantaleone Sergi conserva dell’11 settembre è ancora quella di una New York irriconoscibile, silenziosa, paralizzata dal dolore. Quel giorno il giornalista si trovava a Toronto, in Canada, quasi per caso, al seguito di una delegazione commerciale pugliese. Poi la notizia degli attentati, arrivata come «una bomba», e la decisione di raggiungere New York. Sarebbe diventato il primo dei giornalisti italiani a entrare nella città ferita. Da lì avrebbe raccontato non soltanto la dimensione della tragedia, ma soprattutto le storie di chi cercava un padre, un figlio, un familiare tra le macerie. A distanza di un quarto di secolo, Sergi ripercorre quelle ore, il mondo cambiato dopo l’attacco alle Torri Gemelle e un modo di fare giornalismo che, nell’epoca dei social, resta per lui ancora indispensabile: andare sul posto, parlare con le persone e trovare «un particolare» che agli altri è sfuggito.

Pantaleone Sergi, lei si trovava in America quasi per caso e si è ritrovato dentro uno degli eventi più drammatici della storia contemporanea. Qual è la prima immagine che le torna alla mente quando pensa a quella mattina dell’11 settembre 2001?

«In verità mi trovavo in Canada, a Toronto, perché seguivo una delegazione commerciale pugliese. Uno di quegli incarichi rilassanti, quasi una vacanza. Non immaginavo proprio quel che mi aspettava. La notizia arrivò come una bomba che lasciò tutti imbambolati. Guardavamo increduli la TV nella hall dell'albergo. La dimensione della tragedia era palpabile e sconvolgente, una catastrofe. Ne avevo viste di tragedie ma una cosa così... Inimmaginabile, sconvolgente».

Lei è riuscito a raggiungere New York nelle ore immediatamente successive agli attentati. Che città trovò? Che cosa vide, sentì e respirò entrando in quella Manhattan ferita e paralizzata?

«Il giornale mobilitò una squadra di inviati. Io ero quello più vicino al luogo della catastrofe e così fui il primo dei giornalisti italiani a entrare a New York, sebbene con difficoltà. La città era blindata. La frontiera tra Canada e Stati Uniti era chiusa. Sono arrivato a New York, grazie all'intraprendenza di un tassista di origine siciliana. Trovai la città sotto shock, silenziosa e dai ritmi lenti rispetto a come l'avevo vista convulsa in passato. La prima cosa che feci una volta arrivato avventurosamente in albergo (avevo perso i bagagli che mi furono recuperati l'indomani da un calabrese di Pietrapaola) fu quello di prendere un'auto e farmi portare nell'area delle torri, fin dove si poteva arrivare. Un'immagine terrificante. Anche se vista da lontano, si coglieva la dimensione della catastrofe. Sembrava uno scenario di guerra. L’esplosione dell'atomica. Dove c'erano le torri, c'era una spianata di detriti».

Da giornalista, come si racconta un evento che sembra quasi impossibile da raccontare? In quei momenti prevalse la paura, lo stupore oppure il dovere professionale di capire e raccontare ciò che stava accadendo?

«Di certo, davanti a quello scenario di morte, più che impaurito o stupito rimasi frastornato. Solo la dimensione dell’evento metteva i brividi. Pensare che sotto quelle pietre c’erano donne e uomini che non sarebbero più tornati alle loro case procurava angoscia.

Come avrei fatto a descrivere immagini e sensazioni, le lacrime di tanti, e le esplosioni di gioia quando qualcuno aveva certezza che il proprio familiare era salvo? Mi feci forza, mi imposi di essere freddo e lucido, e trovai le parole per farlo».

Lei incontrò persone che avevano perso familiari, amici, colleghi. Qual è il volto, la storia o l’episodio umano di quei giorni che non ha mai dimenticato?

«Sì, con la squadra degli inviati di “Repubblica” ci dividemmo i compiti. A me toccò seguire la vicenda degli italiani eventuali vittime del crollo e dei familiari. Si sapevano pochi nomi, i numeri erano ballerini. Il nostro Consolato ci aggiornava per come poteva. C'era un via vai di italiani. C'era chi non aveva notizie di suo padre che lavorava nelle torri, chi del figlio. Imploravano notizie che nessuno era ovviamente in grado di dare. Ricordo una ragazza che lasciava il Consolato in lacrime, senza sapere niente del padre. Dopo cinquanta metri perse i sensi e cadde sul selciato. Non so come sia finita la sua vicenda. Spero che abbia potuto abbracciare il suo papà. Ricordo pure la solidarietà etnica, le preghiere nella vecchia cattedrale di San Patrizio nel cuore di quella che era stata Little Italy».

Dopo l’11 settembre il mondo è cambiato profondamente: le guerre in Afghanistan e Iraq, la lotta al terrorismo, i controlli, la sicurezza, i rapporti tra Occidente e mondo islamico. Venticinque anni dopo, quanto di quel mondo è ancora presente e quanto, invece, è definitivamente finito?

«In verità non è che i rapporti tra occidente e mondo islamico, prima andassero bene. L'abbattimento delle torri fu tuttavia un punto storico di cesura tra un prima e un dopo, un punto di non ritorno. L'America ferita, negli anni successivi reagì con le armi, il terrorismo islamico fece il resto. Si aggiunsero elementi di inconciliabilità tra i due mondi. Insomma, da quel giorno la situazione è chiaramente peggiorata ed è prevalsa l'incomunicabilità. Guerre e terrorismo hanno segnato questo quarto di secolo e siamo ancora lì, non sembra essere finita».

E infine il giornalismo: lei raccontò quell’evento senza i social network, senza gli smartphone e senza la velocità informativa di oggi. Se l’11 settembre accadesse oggi, con immagini diffuse in pochi secondi e milioni di persone testimoni diretti sui social, sarebbe più facile o più difficile raccontare la verità?

«Dico che sarebbe più complicato. Non puoi scrivere le cose che già sono state scritte sui social, né limitarti a descrivere la "scena del delitto" che la TV ha fatto vedere cento volte. Forse mi comporterei come mi comportai allora, come ho fatto sempre. Andando sui luoghi, parlando con la gente, puntando sulla qualità della scrittura che i social non possono permettersi e non solo per la velocità in cui operano. E cercando un particolare ad altri sfuggito. C'è sempre un particolare da valorizzare. Era il mio brand: attacco del pezzo "fulminante", come ama definirlo un bravo giornalista come Mimmo Nunnari, e quel particolare che faceva il titolo».