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29/05/2026 ore 12.28
Cronaca

«Senza assistenza chiedo il suicidio assistito»: la Pec shock di Ivan scuote l'Asp di Vibo

Il dramma di un giovane con distrofia avanzata denuncia lo stop alle cure per l’effetto delle pastoie burocratiche. Il testo integrale della diffida inviata ai vertici della sanità: «Bloccando i fondi si mette a rischio la mia vita»

di Raffaele Florio

Se il genio perverso di Franz Kafka avesse dovuto immaginare l’evoluzione terminale della burocrazia sanitaria meridionale, non avrebbe saputo partorire nulla di più perfetto, e insieme di più mostruoso, di quanto sta andando in scena nel Distretto sanitario dell’Asp di Vibo Valentia. Un microcosmo dove le regole del diritto, dell’efficienza e del semplice buon senso sembrano essere state sospese per decreto dirigenziale, sostituite da un metodico, gelido e implacabile muro di gomma eretto sulla pelle dei cittadini.

Fino a ieri, il catalogo delle meraviglie di questa gestione — saldamente nelle mani della direttrice, la dottoressa Maria Dolores Passante — si muoveva tra il grottesco e l’avanspettacolo: un’ala intera del Poliambulatorio di Moderata Durant sbarrata e sottratta al pubblico, faldoni di cartelle cliniche abbandonati nel caos organizzativo, negozianti di alimenti per celiaci ridotti alla canna del gas con i rimborsi bloccati da gennaio e, come ciliegina sulla torta di un’igiene da terzo mondo, un frigorifero per medicinali salvavita incastrato con geometrica precisione tra il water e il bidet di un bagno. Un quadro desolante davanti al quale i vertici del Distretto, invece di impugnare il telefono per chiedere scusa e ordinare un trasloco immediato, hanno preferito la nobile arte dello scaricabarile finanche tentando la carta di scaricare le colpe igieniche del frigo-bagno sull’ultimo anello della catena, il medico d’ambulatorio.

Ma quando il perimetro del potere burocratico si allarga fino a sfiorare la sopravvivenza biologica delle persone, la farsa si tramuta istantaneamente in tragedia. E il “metodo” gestionale del Distretto vibonese mostra il suo volto più spietato.

La cronologia del cinismo

L’ultimo risvolto di questa gestione non è un’indiscrezione di corridoio, ma una sequenza temporale scolpita nei registri ufficiali delle comunicazioni istituzionali, culminata in una PEC spedita nella notte che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque sieda su una poltrona pubblica.

L’appello inascoltato: per mesi, i familiari dei malati gravi e i soggetti vulnerabili dipendenti dall’Assistenza Domiciliare hanno tentato di scalare le pendenze di un Distretto sordo, dove le scartoffie contano più dei corpi e i ritardi amministrativi vengono spacciati per rigore normativo.

La resa della dignità: nelle stesse ore in cui gli uffici vibonesi si trinceravano dietro i silenzi d’ordinanza evadendo le domande, a Parma un giovane professionista originario di Vibo, il dottor Ivan Tavella, prendeva atto che per la burocrazia della sua terra d’origine la sua vita valeva meno di un timbro. Affetto da distrofia muscolare di Duchenne in fase avanzata, Ivan dipende h24 da macchinari elettromedicali e assistenza continua. Fondi sospesi, rinnovo congelato.

È a questo punto che il corto circuito della sanità calabrese produce il suo mostro più grande. Ivan scrive una PEC ufficiale. Non chiede un favore, non implora una proroga: notifica lo Stato della sua intenzione di morire.

Il testo che accusa la dirigenza

Il testo inviato da Ivan Tavella alla dottoressa Passante e alle più alte cariche istituzionali e della sanità regionale non è una lettera di protesta. È una pietra tombale sulla pretesa legittimità etica di chi gestisce quel Distretto.

«Con la presente segnalo una situazione di estrema gravità che riguarda la mia sopravvivenza. Sono affetto da distrofia muscolare di Duchenne in fase avanzata e dipendo totalmente da assistenza personale continuativa e da apparecchiature elettromedicali salvavita h24.

Il mancato rinnovo e la sospensione della mia assistenza domiciliare stanno mettendo concretamente a rischio la mia vita, oltre a compromettere la mia dignità e i miei diritti fondamentali. Non si tratta di una prestazione opzionale o discrezionale: senza assistenza io non posso vivere.

Nella lettera allegata contesto formalmente quanto sta accadendo, diffido l’ASP dal proseguire in condotte che possano mettere in pericolo la mia sopravvivenza e chiedo un immediato riscontro scritto. In caso di persistente diniego o interruzione dell’assistenza vitale, formulo inoltre istanza formale e immediata per l’attivazione della procedura di suicidio medicalmente assistito ai sensi della sentenza della Corte Costituzionale n. 242/2019».

Il verdetto della realtà

Siamo all’assurdo logico e giuridico: un cittadino italiano non chiede il suicidio assistito perché sopraffatto dal dolore della propria patologia, ma perché sopraffatto dal dolore della burocrazia. Ivan non capitola davanti alla distrofia; capitola davanti al blocco dei fondi perpetrato dal Distretto Sanitario di Vibo Valentia.

Il tentativo di far passare l’inefficienza per rigorosa applicazione dei regolamenti cade miseramente di fronte a questo documento. Nella gerarchia dei doveri di un dirigente pubblico, la tutela della vita e della salute — art. 32 della Costituzione, per chi lo avesse dimenticato tra un’indennità di risultato e l’altra — si colloca diversi gradini sopra le beghe d’ufficio e i capricci di firma. Un management degno di questo nome ha il dovere di trovare le soluzioni, non di collezionare problemi; ha l’obbligo di sbloccare le risorse vitali, non di seppellirle sotto una coltre di “no” preventivi utili solo a blindare la propria scrivania da eventuali ispezioni.

I vertici di un’azienda sanitaria ridotta a un fortino sordo davanti ai bisogni del territorio si trovano ora davanti al fatto compiuto. C’è un uomo con una disabilità gravissima che ha trasformato la sua cartella clinica in un atto d’accusa politico e morale. Se da oggi in poi l’iter per il suicidio medicalmente assistito di Ivan Tavella dovesse procedere anche solo di un millimetro, nessuno all’interno del Distretto Sanitario potrà più invocare la scusa del “non sapevo” o del “mancavano i presupposti formali”.

I presupposti formali sono tutti scritti in quella Pec. Chi detiene il potere di firma ha ora il dovere legale di sbloccare immediatamente quell’assistenza vitale, dimostrando che le istituzioni sanitarie servono a curare i vivi e non a produrre scartoffie per i morti. Troppo comodo gestire la sanità sventolando il codice dei cavilli quando c’è da difendere la propria posizione, per poi trincerarsi dietro un silenzio glaciale quando la realtà bussa alla porta chiedendo conto del cinismo dei propri uffici. Il tempo delle giustificazioni da burocrati è scaduto: o si firmano gli atti per far vivere Ivan, o si accetta il peso di un fallimento gestionale che nessuna delibera riparatoria potrà mai più cancellare.