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03/03/2026 ore 14.43
Cronaca

«Senza consenso è stupro», anche a Catanzaro centri antiviolenza e associazioni in piazza contro il ddl Bongiorno

VIDEO | La lunga scia di proteste è arrivata anche in città. Striscioni e palloncini per opporsi alla riformulazione della legge che «riporta indietro di 50 anni. Cambiare una sola parola può cambiare tutto»

di Luana Costa

«Cambiare una sola parola può cambiare tutto. Riteniamo che sia meglio lasciare le cose così come sono e non aggiungere un concetto differente». Anche a Catanzaro in piazza per protestare contro la riformulazione del ddl Bongiorno. La rivisitazione del testo sta scatenando in Italia una lunga serie di manifestazioni, in prima linea associazioni e centri antiviolenza. 

«Abbiamo aderito alle manifestazioni nazionali che proseguiranno fino al 9 di aprile per bloccare questa legge» spiega Cassandra Castro, ricercatrice e attivista per i diritti delle donne. «Riteniamo fondamentale che venga riconosciuto il diritto delle donne a manifestare il loro consenso libero, attuale e a non essere vittime di stereotipi nei tribunali».

«Il ddl Bongiorno è per noi una grossa presa in giro. Nei casi di violenza – aggiunge - si parte sempre dalla certezza che la persona che denuncia ha manifestato il proprio dissenso, non era quindi disponibile a subire una violenza. Con questa legge si ribalta il concetto: una donna che ha subito violenza deve dimostrare il proprio dissenso. Viene nuovamente colpevolizzata e violentata una seconda volta».

In particolare, nel testo sparisce ogni riferimento al termine “consenso” e si introduce il principio della dimostrazione del dissenso. «Senza consenso è stupro» ribadisce Teresa Talarico, operatrice e socia del centro antiviolenza “Attivamente coinvolte”. «Vi è la necessità di rivedere l'impianto del progetto di legge sul consenso dopo le modifiche apportate al disegno originario. Così si torna indietro di 50 anni, ricordiamo tutti i fatti del Circeo. Si torna alla legge degli anni ‘30 quando si costringeva la donna a resistere, quando solo portando l'evidenza dei segni sul corpo si poteva attestare l'effettiva violenza».