Sottomesse, ribelli, colluse, le donne e una trappola chiamata ‘ndrangheta. Nicaso: «Vittime di una sessualità distorta»
Stefanelli, Chindamo e le altre: sono innumerevoli i casi di cronaca che raccontano di abusi, violenze e silenzi. Ne abbiamo raccolti alcuni per ricordare che la sacralità della famiglia nella mafia «è una menzogna colossale»
«Il mito dell’intoccabilità di donne e bambini è una menzogna colossale. La presunta sacralità della famiglia mafiosa crolla sotto i colpi di una sessualità distorta e abusiva. E le donne subiscono una doppia condanna: sono vittime della violenza e sono intrappolate nel silenzio radicato nella coscienza di ciascuno di noi». Con queste parole lo storico della mafie, Antonio Nicaso, introduce il saggio “Predatori” di Celeste Costantino, vicepresidente della fondazione Una Nessuna Centomila ed ex parlamentare.
I predatori
I predatori sono padri, zii, nonni, fratelli nelle famiglie mafiose. Sono loro che chiudono il sacco dentro il quale sono costrette a vivere mogli, figlie, nipoti, fidanzate.
Se la ‘ndrangheta ha cercato un’evoluzione negli affari, divenendo una holding proiettata al futuro, allo stesso tempo ha fatto in modo di non smuovere un solo tassello dell’assetto patriarcale. Una strategia funzionale alla sopravvivenza della specie mafiosa. D’altronde i matrimoni di comodo tra clan sono possibili sono le donne sono asservite, sottomesse e, soprattutto, spaventate. Solo così le gerarchie sono salve, i figli (maschi) seguiranno le orme dei padri e non verranno educati ad altro se non a diventare quello che ci si aspetta da loro. Immaginate una donna emancipata, che ha studiato e che si autodetermina quale rivoluzione devastante potrebbe portare all’interno di una cosca. No, le donne servono, e tanto, ma solo a certe condizioni.
«Stai dentro a fare i servizi»
In anni recenti un potente boss calabrese è stato intercettato mentre dissuadeva la nipotina 13enne dal continuare gli studi. Timorosa la ragazzina chiedeva se dopo la terza media avrebbe potuto continuare gli studi. «Lasciate stare queste tarantelle – le risponde il nonno –, che poi se Dio vuole se ne parla di quello che devi fare tu». Lei insiste, speranzosa, e chiede di poter fare almeno una scuola da parrucchiera. «Non mi piace, non mi piace né sciampista né parrucchiera». Il destino della ragazza era segnato. E la cosa triste è che il boss viene spalleggiato anche dalla moglie, la nonna della 13enne: «Stai dentro a fare i servizi».
Maria Stefanelli
Ma questo è niente. Perché all’interno di tante famiglie si consumano incesti spaventosi, stupri, violenze. Altro che sacralità della donna. Maria Stefanelli ha scritto un libro nel 2014: Loro mi cercano ancora. Lei, originaria di Oppido Mamertina, è cresciuta in Liguria a Varazze. È stata la prima testimone di giustizia di un processo celebrato al Nord. Dall’età di 15 anni ha subito gli abusi di uno zio, fratello del padre. Lui andava a prenderla a scuola e, prima di riportarla a casa, la picchiava e la stuprava. Il padre era malato e la madre, che aveva allacciato un rapporto con lo zio, non ha alzato un dito nemmeno quando la figlia finisce in ospedale con un timpano rotto. Nel 1990 Maria Stefanelli ha sposato Francesco Marando, originario di Platì ma al comando di una potente cosca in Piemonte. Nel 1998 è diventata testimone di giustizia.
Se la comunità ti isola
Nelle famiglie di ‘ndrangheta funziona così: ci sono donne che abbracciano la cultura mafiosa e donne che si ribellano. Dentro o fuori, però, il passaggio attraverso la violenza (psicologica e/o fisica) è un rito che spetta a tutte.
In alcuni paesi, quando si ribellano, le donne devono fare i conti anche con la comunità, col paese.
L’operazione Masnada, scattata il 15 novembre 2023, ha svelato che due ragazze di Seminara e Oppido Mamertina subivano violenze di gruppo da uomini legati a contesti familiari e ambientali vicini alla ’ndrangheta.
Quando la vicenda è venuta fuori la comunità le ha isolate. «Mi dicevano sei pazza, ti devi ammazzare. Mi hanno insultata, minacciata, picchiata, frustata. Ma io sono qui. Piuttosto che vivere nella menzogna avrei preferito morire. Tanto quella non era vita. Era la morte in vita», racconta una di loro al Corriere della Sera.
A starle vicino, dice, sono stati l’allora dirigente del commissariato di Palmi, Concetta Gangemi (oggi dirigente a Lamezia Terme), e «il mio poliziotto di fiducia, Francesco Prestopino».
«Senza i loro abbracci non ce l’avrei mai fatta. Sono stati la mia forza», racconta.
Maria Chindamo «una tosta»
Poi ci sono donne che vanno dritte per la loro strada, anche a costo di pagare un prezzo altissimo. È il caso di Maria Chindamo, imprenditrice di Laureana di Borrello, nata in una famiglia per bene, fatta sparire nel nulla il sei maggio 2016. Il processo sul suo omicidio è ancora in corso. Di mezzo ci sono pezzi della cosca Mancuso di Limbadi che avevano messo gli occhi sui suoi terreni. E c’è di mezzo, sostiene l’accusa, anche un suocero che non aveva accettato la separazione di Maria Chindamo dal marito e che le attribuiva il suicidio del figlio. Ma Maria era una donna forte e volitiva. Guardava al futuro, andava avanti. «Lei era una tosta e non cedeva», racconta il collaboratore di giustizia Andrea Mantella. Maria Chindamo oggi è un simbolo di lotta e di resistenza contro i ricatti morali e quelli materiali. Un esempio per tantissime donne. Gli uomini che hanno voluto farla sparire spariranno a loro volta. Il suo esempio resterà per sempre.