Strage Amendolara, il monito di mons. Savino: «Le nostre coscienze bruciate in quell’auto, nessuno può autoassolversi»
Ieri mobilitazione della Calabria contro il caporalato, in memoria dei quattro braccianti vittime dell'incendio: «Dobbiamo restituire dignità a questi lavoratori»
C’è un punto preciso sulla Strada Statale 106, all’altezza della stazione di servizio IP che insiste nel territorio del comune di Amendolara, dove l’asfalto sembra ancora bruciare. Non per il sole calabrese, ma per il peso di una tragedia che il 1° giugno scorso ha strappato alla vita quattro persone, quattro braccianti, quattro storie sospese. Ieri mattina quel vuoto è stato riempito, seppur per poche ore, da una presenza densa, silenziosa e carica di significato. La giornata di mobilitazione voluta dalla Conferenza Episcopale Calabra è iniziata proprio lì, nel luogo esatto del dramma. Una corona di fiori è stata posata a terra.
Non un semplice rituale istituzionale, ma un tentativo di ancorare la memoria alla terra, di trasformare il dolore in una responsabilità collettiva. I nomi di Amin Fazal Khojani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad e Waseem Khan sono risuonati nel silenzio protettivo della preghiera, sottraendoli all'anonimato delle cronache nere per restituire loro lo status di esseri umani che meritavano dignità. Per come riportato da Mons. Francesco Savino, Vescovo della Diocesi di Cassano All’ionio e Vicepresidente della CEI: «Una corona di fiori rappresenta un simbolo per recuperare speranza e fiducia proprio nel luogo in cui quattro braccianti sono stati arsi vivi, un gesto per il quale non bastano aggettivi a qualificarne la gravità».
Abbiamo intercettato mons. Savino poco prima dell’evento che si è spostato nella Parrocchia Madonna della Salute ad Amendolara Marina, che ha voluto scuotere le coscienze con parole dure, viscerali, che non lasciano spazio a comodi alibi culturali: «Le nostre coscienze sono bruciate in quella macchina lì. Allora non potevamo non compiere questo gesto forte. Prima un gesto simbolico, lì sul posto dove sono stati bruciati e poi adesso un momento di riflessione seria sul lavoro degno, sul lavoro pulito, sul lavoro solidale e per questo diciamo un no senza se e senza ma a ogni forma di caporalato che è una struttura di potere di dominio che schiavizza i lavoratori, che nega i diritti fondamentali dei lavoratori. Da questo fatto deve partire una rivolta delle coscienze, deve partire soprattutto la rivolta dei cittadini e delle cittadine perché dobbiamo attivare i processi per la liberazione da una forma di schiavitù. Mai più ciò che è accaduto su quello spazio della benzina, mai più e tutti dobbiamo concorrere a fare in modo che questi fatti non accadano più, perché rispetto a quel gesto criminale nessuno può autoassolversi: né come Chiesa, né come politica, né come sindacato, né come società civile. Dobbiamo tutti renderci conto che una riflessione seria e articolata deve veramente svegliare le coscienze per attivare finalmente un processo di un lavoro più libero e più dignitoso».
A fargli eco, portando la voce ferma dell'amministrazione e della comunità locale, è stata la sindaca di Amendolara, Maria Rita Acciardi. Il suo intervento ha voluto tracciare una linea di demarcazione netta tra la fatalità geografica e la responsabilità morale di una comunità che ha rifiutato l'indifferenza: «È un'ulteriore occasione per ribadire che bisogna andare verso una consapevolezza maggiore dei diritti e quindi anche di un lavoro sicuro, onesto e libero, cose che ancora sono conquiste lontane. Come ho ribadito anche alla commissione parlamentare d'inchiesta la scorsa settimana, la strage non è di Amendolara. È avvenuta ad Amendolara, ma la città non si è voltata dall'altra parte: ha avviato un percorso di consapevolezza. Ci siamo costituiti parte civile, abbiamo chiesto all'IP di poter dedicare a queste quattro vittime il piazzale, abbiamo istituito una giornata in memoria di questo avvenimento e costruito una forte coesione con gli altri sindaci del territorio per individuare strategie corrette e screening validi. Dobbiamo restituire dignità a questi lavoratori che vengono in Italia e ci aiutano: senza di loro una parte della nostra industria agricola non potrebbe andare avanti. Questo ci spinge ad essere, con loro, diversi da come siamo stati fino ad oggi».
Una presenza che ha visto convergere sullo stesso asfalto il Prefetto di Cosenza, Rosa Maria Padovano, la, insieme a vescovi come mons. Fortunato Morrone, mons. Stefano Maniago, mons. Francesco Aloise e i rappresentanti di ben 22 Comuni del comprensorio. Il fronte comune condiviso pone forte il dubbio dove il ricordo rischia di restare sterile se non si traduce in cambiamento. Il dibattito ha così messo a confronto visioni diverse ma drammaticamente convergenti sull'urgenza dell'azione. Attorno al tavolo si sono alternati le riflessioni del Prefetto Padovano, gli interventi lucidi di mons. Giovanni Checchinato (arcivescovo di Cosenza-Bisignano) e lo sguardo concreto di Klaus Algieri, presidente della Camera di Commercio di Cosenza. A dare ulteriore spessore al confronto è stata la voce storica di don Giacomo Panizza, da decenni in prima linea sul fronte della legalità e dell'inclusione in Calabria.
La storia testimoniata da Moses Waldja è la voce di chi resta. Ha 33 anni ma lo sguardo già carico della responsabilità di chi deve proteggere una famiglia. Moses viene dal Togo, vive ad Amendolara da ottobre ed è padre di due bambini. Quando ha preso la parola, la sua testimonianza diretta ha squarciato il velo delle analisi teoriche. Le sue parole, fatte di fatiche quotidiane e speranze ostinate, hanno dato un volto concreto alla condizione di migliaia di lavoratori migranti che popolano le nostre campagne, trasformando i dati sullo sfruttamento in una vibrante richiesta di normalità e diritti.Ciò che resta di questa giornata non è solo l'eco dei discorsi, ma la percezione nitida di un territorio che non vuole più voltarsi dall'altra parte. La massiccia partecipazione delle comunità locali dimostra che la sicurezza e la dignità del lavoro non sono temi settoriali, ma il pilastro fondamentale su cui rifondare la coscienza civile di un'intera regione.