Strage di Amendolara, c’è una nuova inchiesta: fermato il fratello di uno degli accusati di omicidio, si punta alle aziende
Ali Hassan avrebbe continuato a fare il caporale dopo il rogo: è stato fermato con le accuse di sfruttamento del lavoro ed estorsione. Gli investigatori cercano di ricostruire la rete del caporalato dopo la morte di quattro braccianti nell’auto incendiata sulla Statale 106
Due settimane dopo la strage di Amendolara avrebbe continuato a vessare i migranti estorcendo loro del denaro. È il nuovo filone investigativo individuato dalla Procura di Castrovillari dopo l’eccidio dei quattro braccianti nell’incendio di un van lungo la Statale 106. La pista punta a fare luce sul possibile sistema di sfruttamento dei lavoratori agricoli nella Sibaritide. Ali Hassan, pachistano di 27 anni e fratello minore di uno dei due uomini detenuti per il quadruplice omicidio, è stato fermato con le accuse di concorso in intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro ed estorsione. La notizia è stata pubblicata dal Corriere della Sera.
Secondo l’ipotesi investigativa, l’uomo avrebbe continuato a pretendere denaro da altri braccianti per i quali avrebbe svolto il ruolo di caporale, anche dopo il rogo che ha provocato la morte dei quattro lavoratori. Gli elementi raccolti sono al vaglio degli inquirenti. Per oggi è prevista l’udienza di convalida davanti al giudice per le indagini preliminari. Hassan è difeso dall’avvocato Giovanni Brandi Cordasco Salmena, lo stesso legale che assiste gli altri due detenuti.
Strage di Amendolara, quattro braccianti morirono nel van incendiato
La nuova attività investigativa si intreccia con l’inchiesta sull’incendio dell’1 giugno, quando un furgone si fermò lungo la Statale Jonica, all’altezza di Amendolara, durante il viaggio di ritorno da una giornata di lavoro nella piana di Sibari.
Secondo la ricostruzione accusatoria, Ali Raza, 32 anni, e il connazionale Safeer Ahmed, coetaneo, sarebbero scesi dal veicolo per poi appiccare il fuoco al suo interno. Nel rogo morirono tre cittadini afghani — Ismat Ullah Qiemi, 19 anni, Amjad Safi, 27, e Fazal Amin Khogyani, 28 — e il pachistano Waseem Khan, 29 anni. Un quinto bracciante riuscì a salvarsi.
Il sopravvissuto, l’afghano Taj Mohammad Alamyar, è stato indicato dagli investigatori come un testimone decisivo per ricostruire quanto accaduto. Ai magistrati ha raccontato le condizioni in cui vivevano e lavoravano i braccianti: «Avevamo un contratto ma comunque lavoravamo in nero, in quanto il salario ci veniva corrisposto in contanti».
«Ci trovavamo in una condizione di schiavitù con il capo. In una casa composta da una sola stanza dormivamo in dieci persone», ha riferito agli inquirenti.
Il nome di Ali Hassan nell’inchiesta e i versamenti dei braccianti
Il giorno successivo alla strage, un altro cittadino pachistano si presentò in caserma e riferì di aver parlato telefonicamente con Ali Raza dopo il rogo. Secondo il suo racconto, Raza gli avrebbe spiegato che le vittime erano state uccise perché, quella stessa mattina, avevano avuto una discussione con il fratello e un amico, arrivando anche a un’aggressione fisica.
«Io gli ho risposto che aveva sbagliato e subito dopo Ali ha chiuso la telefonata», ha raccontato il testimone. Il nome di Ali Hassan sarebbe quindi emerso già nelle prime fasi dell’inchiesta.
Le verifiche successive avrebbero individuato almeno quattro versamenti effettuati da altrettanti braccianti stranieri il 12 giugno e altri due il giorno seguente. Un elemento che gli investigatori stanno approfondendo per chiarire la natura dei pagamenti e l’eventuale collegamento con le presunte attività di intermediazione e sfruttamento del lavoro.
Sequestrati telefoni, schede e documenti: si cerca la rete del caporalato
Durante la perquisizione disposta dalla pm Roberta Bello, la Squadra mobile di Cosenza ha sequestrato materiale ritenuto utile alle indagini. Tra gli oggetti acquisiti ci sono due telefoni cellulari e cinque schede telefoniche, una delle quali greca, che saranno analizzati alla ricerca di messaggi, conversazioni, chat e immagini.
Gli investigatori hanno inoltre trovato mazzi di chiavi riconducibili alla disponibilità di almeno tre automobili e di un furgone, oltre a buste paga e comunicazioni dei datori di lavoro ai Centri per l’impiego. Documenti e dispositivi potranno contribuire a ricostruire i rapporti tra i lavoratori, i presunti intermediari e le aziende agricole.
È questo il nuovo fronte dell’indagine coordinata dalla Procura di Castrovillari, guidata da Alessandro D’Alessio. Accanto agli accertamenti sul quadruplice omicidio, gli inquirenti stanno cercando di verificare l’eventuale esistenza di una rete di caporalato e le possibili responsabilità delle imprese locali.
Il meccanismo delle assunzioni e dei compensi ai caporali
L’attenzione si concentra anche su un sistema che, almeno formalmente, può apparire regolare: braccianti assunti e retribuiti, ma con giornate di lavoro registrate in numero inferiore rispetto a quelle effettivamente svolte. Il compenso, già esiguo, sarebbe poi stato in parte richiesto o sottratto da presunti caporali.
La ricostruzione di questo meccanismo è uno degli obiettivi dell’inchiesta, che punta a chiarire se dietro i rapporti di lavoro agricolo vi fossero forme sistematiche di sfruttamento e quali soggetti ne avrebbero eventualmente beneficiato. Le responsabilità contestate agli indagati dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie.