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04/06/2026 ore 17.33
Cronaca

Strage di Amendolara, fantasmi dietro il rogo: le pistole contro i braccianti, il terzo caporale e la “mafia pachistana”

Il rogo è spento, ma nelle campagne tra Calabria e Basilicata tutto continua come prima. Tra contratti opachi, paghe trattenute e minacce armate, l’inchiesta apre interrogativi sul sistema di sfruttamento che abbassa i prezzi e annulla i diritti

di Pablo Petrasso

Il rogo si è spento da giorni: nell'area di servizio di Amendolara restano l'odore pungente della plastica fusa e qualche mazzo di fiori ai piedi della colonnina bruciata dall’incendio in cui hanno perso la vita quattro braccianti. Intorno, la vita ha già ripreso il suo corso: la processione di furgoni bianchi attraversa la Statale 106 diretta nel Metapontino: a bordo, piccoli gruppi di lavoratori appena raccolti ai soliti crocevia. Nei campi tutto prosegue come se nulla fosse accaduto.

Ma non è tuttapposto. È dentro questa normalità che sono morti Waseem e i tre giovani afghani Amin, Ullah e Safi, tra i diciannove e i ventinove anni. Sono stati rinchiusi in un'auto e dati alle fiamme per aver osato, secondo le prime ricostruzioni, chiedere il pagamento del proprio lavoro.

Una vicenda che, nelle campagne tra la Sibaritide e il Metapontino, nessuno considera un fatto isolato.

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Il lavoratore sopravvissuto, considerato un testimone chiave dell'inchiesta, è stato trasferito in una struttura sicura assieme a un altro bracciante. Sono protetti dalla rete dei sindacati: il timore è che il pericolo non sia finito.

Perché questa è anche una storia di fantasmi minacciosi. Dai racconti dei due emergerebbe infatti l'esistenza di un terzo uomo, oltre ai due pakistani arrestati, che avrebbe coordinato una delle squadre di braccianti impiegate nelle raccolte stagionali.

Le squadre, secondo quanto riferito dai testimoni, si spostavano continuamente tra aziende agricole di Calabria e Basilicata. Un'organizzazione strutturata, capace di reclutare, trasportare e controllare decine di lavoratori stranieri.

Ma è un altro particolare a inquietare chi da anni osserva il fenomeno del caporalato. Il giorno precedente alla strage, alcuni dei lavoratori sarebbero stati minacciati con una pistola. Lo spiega Giovanni Minnini, segretario generale della Flai Cgil al Corriere della Sera: «Dei caporali pachistani non vanno in giro armati se alle spalle non c’è un’organizzazione mafiosa».

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L’ombra della ‘ndrangheta dietro la strage è un altro fantasma inquietante: non ci sono conferme (le indagini non sono state trasferite alla Dda) ma speculazioni, in alcuni casi molto autorevoli. Quello delle minacce con la pistola è un dettaglio che, se confermato, aprirebbe un altro interrogativo pesante: chi garantiva realmente il potere di questi intermediari?

Nelle campagne calabresi molti rifiutano l'espressione "mafia pakistana". Non perché neghino l'esistenza di gruppi criminali interni alle comunità migranti, ma perché appare difficile immaginare un sistema autonomo in territori storicamente controllati dalle cosche.

Le sentenze degli ultimi anni hanno già documentato come le organizzazioni di 'ndrangheta abbiano investito nell'economia agricola, nella logistica e nel controllo del trasporto delle merci e della manodopera. Secondo chi segue da vicino il fenomeno, è plausibile che quel controllo non sia mai realmente venuto meno. Ma i clan non hanno interesse ad attirare l’attenzione: certo non con un eccidio causato da un incendio in pieno giorno sulla statale 106.

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Analisi complessa: ancor di più in un’area, la Sibaritide, in cui il controllo mafioso è frazionato tra più clan. L'ipotesi investigativa è che i cosiddetti i caporali – intermediari che reclutano e gestiscono i lavoratori – possano rappresentare soltanto l'ultimo anello di una catena molto più lunga.

Questi intermediari sono trafficanti di uomini che si muovono tra i decreti flussi, gli affitti in nero e la disperazione di chi, scaduto il contratto, perde anche il diritto a esistere giuridicamente.

Le quattro vittime abitavano in una casa condivisa con altri lavoratori migranti. In queste zone, fuori dalla stagione balneare, appartamenti e vecchie masserie possono arrivare a ospitare dieci persone per volta, con canoni che sfiorano i 500 euro mensili.

Di giorno raccoglievano fragole tra Scanzano Jonico e Metaponto. La sera tornavano in stanze sovraffollate, aspettando una paga che, secondo le prime ricostruzioni, non arrivava mai per intero.

È proprio sul denaro che si concentra uno dei punti più oscuri dell'inchiesta. I lavoratori sembravano avere un contratto regolare, ma resta da capire chi materialmente li pagasse. Non si esclude che gli stessi caporali ricoprissero formalmente il ruolo di capisquadra, incassando dalle aziende l'importo complessivo per poi trattenere quote consistenti con la giustificazione delle spese di trasporto, vitto e alloggio.

Un meccanismo che trasformerebbe contratti apparentemente regolari in strumenti di sfruttamento.

Nella piana di Sibari il sistema è noto. Ogni anno migliaia di braccianti stagionali vengono impiegati nella raccolta di agrumi, pesche, olive e fragole.

L'unità di misura del lavoro non è quasi mai il tempo ma la frutta che si misura in quintali ed è oggetto di trattativa tra chi produce e chi raccoglie con le proprie squadre. Il pagamento, in molti casi, avviene in contanti. Un passaggio che divide gli imprenditori corretti, che chiedono documenti e coordinate bancarie, da chi non si fa troppi problemi e finisce per alimentare un sistema che si nutre di sfruttamento.

È un altro snodo centrale del contesto: difficile sostenere che il mondo delle aziende sia completamente ignaro di ciò che accade. Caporali, terreni da coltivare e raccolti da portare a termine sono visibili: chi fa finta di nulla o scende a compromessi decide di chiudere entrambi gli occhi.

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Anche perché il fenomeno non nasce dall'assenza di norme. La legge 199 sul caporalato prevede già sanzioni severe e responsabilità dirette per le imprese che utilizzano intermediazione illecita. Il problema, lo denunciano magistrati, forze dell’ordine e sindacati, è che i controlli sono insufficienti e gli ispettori del lavoro sono troppo pochi per presidiare territori enormi.

Nel frattempo, le campagne continuano a popolarsi. Di irregolare ma anche di uomini arrivati in Italia attraverso il decreto flussi. Persone che entrano legalmente, ma spesso, una volta terminato il contratto, precipitano in una zona grigia dove si ritrovano esposti a un ricatto tanto odioso quanto semplice: accettare qualsiasi condizione oppure perdere il permesso di soggiorno.

È in questa crepa del sistema che prosperano i criminali.

Ad Amendolara quattro ragazzi sono stati uccisi e il rogo che li ha arsi vivi rischia di illuminare qualcosa che nelle campagne del Sud esiste da anni: una filiera dove il prezzo più basso non lo pagano i supermercati o i consumatori, ma chi raccoglie la frutta con le proprie mani. Dove i successi dell’export non si traducono in diritti per chi lavora.

E mentre il rogo non brucia più, sulla Statale 106 i furgoni continuano a passare prima dell'alba.