Telefonini in carcere a Crotone, il poliziotto infiltrato e i dialoghi con Giaquinta: «Il cellulare dentro ce l’hanno tutti»
Gli incontri tra l’agente sotto copertura e l’assistente capo della polizia penitenziaria che promette di poter introdurre nella casa circondariale sigari, denaro o altro: «Con i soldi si può fare tutto»
«Si può fare! Con i soldi si può fare tutto!». Parole di Giuseppe Giaquinta, 52 anni, assistente capo della polizia penitenziaria in servizio a Crotone, tratto in arresto lo scorso 18 dicembre con l’accusa di corruzione aggravata, rivelazione di segreti d’ufficio, falso, accesso indebito a dispositivi di comunicazione da parte di soggetti detenuti.
Secondo le indagini condotte dalla Polizia e coordinate dalla Procura diretta da Domenico Guarascio, Gianquinta avrebbe introdotto nella casa circondariale in cui lavorava telefoni cellulari e dispositivi telematici – ma anche informazioni coperte da segreto d’ufficio – in cambio di denaro.
Le indagini sono andate avanti per due anni e, oltre alle intercettazioni, si sono avvalse anche del contributo di un agente del Servizio centrale operativo sotto copertura.
L’undercover
L’agente sotto copertura ha agganciato per la prima volta Giaquinta all’esterno del carcere chiedendo genericamente se potesse avere informazioni. Giaquinta per la prima volta si fa richiamare in ufficio, poi incontra l’infiltrato in un bar il quale gli racconta di essere un imprenditore romano, un broker della nautica, che ha bisogno di informazioni per uno straniero detenuto. In un primo momento Giaquinta dice di non poter dare informazioni ma, subito dopo, va a lasciare il cellulare in auto in modo da poter parlare liberamente: «Adesso che sono senza telefono, dimmi».
Poi spiega al suo interlocutore che «all’interno me la comando io» e che «a me della divisa non me ne frega un ca*** lo faccio solo per i soldi». Le cose vengono subito messe in chiaro: tu dimmi cosa vuoi che io ti dico cosa voglio in cambio.
Fare entrare sigari? Contanti? Cellulari? «Con i soldi si può fare tutto».
Il telefono in carcere «ce l’hanno tutti»
A questo punto l’infiltrato mette in atto il piano e dice di voler far entrare in carcere un foto con un messaggio in lingua turca e dei sigari. Giaquinta sfodera il prezziario: 100 euro per introdurre la foto e 1.200 per un telefono cellulare, specificando che l'acquisto del telefonino doveva essere effettuato dall’imprenditore. Il prezzo sarebbe poi salito a 1.500 euro se il falso imprenditore avesse voluto che la sim del cellulare fosse intestata a qualcuno disposto ad accollarsi l’intestazione.
La consegna della foto avviene con successo (tra l’altro nei confronti di un detenuto del tutto ignaro di quello che stava accadendo).
Dopo questa prima “missione” Giaquinta sollecita il finto imprenditore ad incontrarsi per eseguire l’introduzione del telefonino in carcere e dice che per lui non è una pratica nuova.
Inoltre, è scritto nei brogliacci dell’inchiesta, nel momento in cui l’infiltrato si mostra indeciso sul da farsi, Giaquinta avrebbe provato a convincerlo sulla necessità di inviare al detenuto almeno del denaro per tenerlo buono, inventando che fosse sul punto di collaborare e di creare grane all’imprenditore.
«Ti sto dicendo che è una cosa già collaudata... Dentro ce l'hanno tutti», dice l’indagato per tranquillizzare il proprio interlocutore.
L’incontro termina con la consegna di 300 euro da parte dell’undercover all’agente penitenziario con la promessa di consegnare la somma al detenuto.
Salutato il finto imprenditore e trovatosi da solo Giuseppe Giaquinta va ripetendo a se stesso: «Che traggiro».