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02/01/2026 ore 21.12
Cronaca

Tragedia di Capodanno a Crans Montana, il padre eroe di Reggio Calabria: «Ho rotto una porta e tirato fuori i ragazzi»

Il racconto dell’italiano residente in Svizzera Paolo Campolo a Il Messaggero: la figlia salvata da un ritardo, il fumo senza ossigeno e i corpi trascinati fuori a mani nude

di Redazione Cronaca

Era a casa, a cinquanta metri dal locale, quando la notte di festa si è trasformata in tragedia. Paolo Campolo, 55 anni, è un analista finanziario, italiano con cittadinanza svizzera originario di Reggio Calabria. L’uomo stava brindando con la compagna e alcuni amici quando, poco dopo l’1.20, ha visto le fiamme incandescenti uscire dalle finestre del bar “Le Constellation” di Crans Montana. Pochi secondi dopo è arrivata la telefonata della figlia Paolina: «Papà c’è stata una strage, c’è fuoco, e ci sono tanti feriti».

Il suo racconto, affidato a un’intervista rilasciata a Il Messaggero, è la cronaca diretta di una corsa contro il tempo che lo ha portato dentro l’inferno, senza protezioni, armato solo di un estintore e dell’istinto di un padre.

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Paolina quella sera voleva entrare nel locale. Era appena rientrata da Ginevra e prima di uscire era passata da casa per salutare i genitori, brindare insieme, aprire il panettone. Un gesto normale, familiare, che si è trasformato in una salvezza inattesa. «Per colpa nostra ha fatto tardi: in quel locale sarebbe dovuta arrivare già a mezzanotte. Oggi posso dirlo senza esagerare, quel ritardo le ha salvato la vita», racconta Paolo. Quando è uscita per raggiungere il fidanzato, lui era già dentro con alcuni amici, ad aspettarla dietro la porta.

Dopo la telefonata della figlia, Paolo è sceso immediatamente in strada con un estintore. «Le fiamme non erano più così alte, ma c’era tanto fumo nero, denso, che usciva ovunque. La combustione è stata rapidissima, violenta, durata pochi minuti. Poi si è fermata. Ma dentro non c’era più ossigeno. Ed è quello che ha provocato la strage».

All’esterno ha visto Paolina, immobile, sotto choc, mentre aspettava il fidanzato. «Era dietro la porta. È riuscito a uscire davanti ai suoi occhi. Si è salvato per pochi secondi, ma ora è ricoverato in condizioni gravissime a Basilea con ustioni pesanti».

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Capito che l’estintore non sarebbe servito, Paolo ha chiamato i soccorsi e ha cercato una via alternativa per entrare. I pompieri non erano ancora riusciti ad agire. «Ho cercato di non perdere la testa», spiega. È così che ha raggiunto una porta sul retro. «Non so se fosse l’uscita di emergenza o di servizio. Si apriva verso l’esterno, ma era bloccata o chiusa dall’interno. Attraverso il vetro vedevo piedi e mani. Corpi a terra. La struttura non aveva ceduto, ma dentro era una trappola».

Ad aiutarlo è arrivato uno sconosciuto, accorso dopo aver sentito il boato. «Abbiamo appoggiato un piede alla vetrina accanto e tirato con tutta la forza. Non so nemmeno io come abbiamo fatto, ma ci siamo riusciti». Da quel varco improvvisato sono usciti i primi ragazzi. «Ci sono caduti addosso diversi corpi. Ragazzi vivi ma ustionati, alcuni coscienti, altri no. Chiedevano aiuto in varie lingue, anche in italiano. Erano molto piccoli». Il locale, racconta, era un punto di ritrovo frequentato soprattutto da minorenni. «Ho visto tante ragazze vestite con minigonne e top chic che hanno sofferto il fuoco sulla loro pelle».

Dietro non c’erano altre vie di fuga. «Ho cercato ovunque. Non c’era nulla. Chi era lì dentro non aveva scampo».

In mezzo all’orrore, però, Paolo ricorda anche la solidarietà. «È stata straordinaria. I bar vicini si sono reinventati come hub sanitari. In particolare il “1900”: hanno accolto i feriti fin dentro la cucina, li facevano sedere, li aiutavano a respirare, a non svenire. In mezzo a tutto questo, quella umanità non la dimenticherò mai».