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04/09/2026 ore 15.21
Cronaca

Tre Croci, la Dda chiede 12 condanne (per 153 anni) per il traffico milionario di cocaina a Gioia Tauro – NOMI

La requisitoria nel processo scaturito dall’inchiesta del 2022: invocati anche multe per 542mila euro. Il nodo dei controlli ai container nell’operazione: chiesta la confisca di una società

di Redazione Cronaca
ANSA

Dodici richieste di condanna per un totale di 153 anni e 6 mesi di carcere. È la somma delle pene richieste dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria al termine della requisitoria nel processo Tre Croci, uno dei procedimenti scaturiti dalle indagini sul presunto sistema di narcotraffico che avrebbe utilizzato il porto di Gioia Tauro come snodo per l'ingresso e il successivo recupero di ingenti quantitativi di cocaina.

La Procura ha chiesto anche complessivi 542mila euro di multe

L'inchiesta sul porto di Gioia Tauro

Il procedimento affonda le proprie radici nell'indagine avviata dalla Dda di Reggio Calabria e culminata nell'ottobre del 2022 con l'esecuzione di misure cautelari nei confronti di 36 persone.

Secondo la ricostruzione investigativa, l'organizzazione avrebbe predisposto un sistema strutturato per individuare i container contenenti la droga e consentirne il recupero una volta arrivati nello scalo calabrese. Nel corso delle indagini furono sequestrate oltre quattro tonnellate di cocaina, il cui valore al dettaglio era stato stimato in circa 800 milioni di euro.

Nelle carte investigative sono descritti diversi passaggi del presunto meccanismo: informazioni preventive sull'arrivo delle navi, individuazione dei container, squadre incaricate di intervenire all'interno dello scalo, conoscenza dei turni del personale e utilizzo di telefoni criptati per le comunicazioni.

È proprio sulla presunta disponibilità di informazioni dall'interno del porto che si concentra uno dei passaggi più delicati dell'inchiesta.

Tre croci, le richieste di condanna 

Queste le richieste di condanna avanzate dalla Dda:

Il filone sui controlli

Mario Giuseppe Italo Solano, l’imputato per il quale è stata chiesta la condanna più pesante, e Antonio Pititto sono coinvolti nel segmento investigativo relativo ai presunti rapporti tra l'organizzazione e alcuni dipendenti che, per le loro mansioni, conoscevano i sistemi di controllo dei container.

Le nuove misure cautelari erano state eseguite nel febbraio 2024 dalla Guardia di finanza. Pititto lavorava come addetto al controllo scanner, mentre Solano era in servizio nell'ufficio antifrode e in precedenza aveva operato proprio nel settore degli scanner.

Secondo l'impostazione accusatoria, le competenze maturate all'interno dello scalo avrebbero potuto essere utilizzate per favorire le operazioni legate al recupero della cocaina. La posizione di Solano, in particolare, è stata ritenuta dalla Procura particolarmente rilevante.

Le intercettazioni e il presunto sistema di esfiltrazione

Nella ricostruzione dell'accusa assumono rilievo anche alcune conversazioni intercettate. In particolare, gli investigatori hanno ricostruito presunti contatti tra Solano e Domenico Cutrì, nei quali si sarebbe parlato della sistemazione della droga nei container e dei possibili rischi legati ai controlli effettuati attraverso gli scanner.

Secondo la prospettazione investigativa, Cutrì avrebbe svolto un ruolo di collegamento tra gli uomini incaricati di recuperare la droga e alcuni dipendenti dello scalo, facendo arrivare le informazioni a Giuseppe Papalia e, attraverso quest'ultimo, ai referenti dei traffici provenienti dal Sud America.

Anche questi elementi dovranno essere sottoposti al vaglio del giudice nel corso del procedimento, insieme alle contestazioni mosse dalle difese.

Chiesta anche la confisca della società

Sul fronte patrimoniale, la Procura ha infine chiesto la confisca della PG Multiservizi riconducibile a Giuseppe Papalia e degli altri beni ancora sottoposti a sequestro.

Il processo arriva così a un passaggio decisivo dopo anni di indagini sul presunto sistema costruito attorno al porto di Gioia Tauro. Al centro ci sono i quantitativi di droga sequestrati, i container, le comunicazioni criptate e soprattutto l'ipotesi che informazioni provenienti dall'interno dello scalo potessero essere utilizzate per aggirare i controlli.

Ora spetterà al giudice stabilire, nel contraddittorio tra accusa e difese, quale consistenza abbiano gli elementi raccolti e quali responsabilità possano essere effettivamente attribuite agli imputati.