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01/10/2026 ore 13.07
Cronaca

Un secolo di ’ndrangheta nella Piana di Gioia Tauro: «Nessuno ha denunciato le estorsioni» – NOMI

Il nuovo monito del procuratore Borrelli sulla riforma della giustizia: «O si rafforzano gli organici o sarà la paralisi». Le indagini che hanno portato a 12 arresti dei carabinieri su impulso della Dda di Reggio Calabria sono partite nel 2022. Sequestrati una cava e un terreno

di An. Fo.

Dodici misure cautelari sono state eseguite questa mattina nella provincia di Reggio Calabria dai Carabinieri del Gruppo di Gioia Tauro nell’ambito di un’inchiesta sulla presunta organizzazione criminale operante a Melicucco. Sette persone sono state condotte in carcere, mentre per altre cinque è stata disposta la misura degli arresti domiciliari.

Le accuse, a vario titolo, comprendono associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione aggravata, violenza privata aggravata, detenzione illegale di armi e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.

L’inchiesta sulla locale di Melicucco

L’indagine è stata avviata nel maggio 2022 dal Nucleo Investigativo del Gruppo Carabinieri di Gioia Tauro. Gli investigatori hanno sviluppato anche elementi emersi nell’ambito dei procedimenti denominati “Crimine” e “’Ndrangheta Stragista”, ricostruendo, secondo l’impostazione accusatoria, le dinamiche interne della locale di ‘ndrangheta di Melicucco.

Gli approfondimenti avrebbero consentito di ricostruire la storia del sodalizio, la cui origine viene collocata dagli investigatori circa un secolo fa, seguendone le principali trasformazioni e l’avvicendamento dei vertici fino all’assetto che sarebbe emerso dalle indagini.

Le estorsioni e le intimidazioni

Uno degli aspetti centrali dell’inchiesta riguarda una serie di episodi estorsivi e di violenza privata aggravata. Alcuni di questi, secondo quanto contestato, avrebbero riguardato anche amministratori locali.

Gli episodi ricostruiti dagli investigatori sarebbero indicativi della capacità intimidatoria attribuita al sodalizio e del controllo esercitato sul territorio. Le contestazioni dovranno ora essere valutate nelle successive fasi del procedimento.

Armi e droga

Nel corso delle investigazioni sarebbero stati raccolti anche elementi relativi alla disponibilità di armi da parte dell’organizzazione e dei suoi appartenenti.

Un ulteriore filone ha riguardato il traffico di stupefacenti. Secondo gli investigatori, la droga non avrebbe rappresentato l’attività principale della locale di Melicucco, ma i componenti del sodalizio non avrebbero escluso di occuparsene quando necessario.

In particolare, alcune trattative per attività legate agli stupefacenti sarebbero state avviate senza però arrivare alla conclusione. A interromperle, secondo quanto ricostruito nell’inchiesta, sarebbero intervenute circostanze fortuite.

Sequestrati una cava e un terreno

Contestualmente alle misure cautelari, i Carabinieri hanno eseguito anche un decreto di sequestro preventivo emesso dallo stesso Ufficio giudiziario. Il provvedimento riguarda un’impresa individuale destinata alla gestione di una cava di inerti e un terreno.

L’operazione rappresenta il risultato di oltre quattro anni di attività investigativa condotta dai Carabinieri di Gioia Tauro per ricostruire struttura, attività e presunta capacità di controllo della locale di Melicucco.

Il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari. Le persone coinvolte sono da considerarsi non colpevoli fino a eventuale sentenza definitiva.

Borrelli: «Senza un consistente rafforzamento degli organici si rischia la paralisi»

«Sono molto soddisfatto di questa operazione perché costituisce, in qualche maniera, un esempio di ciò che la Procura vuole ripromettersi nel corso dei prossimi anni e, in particolare, sotto la mia direzione: dimostrare l’attualità e la permanenza dei fenomeni criminali mafiosi sul territorio calabrese, con particolare riferimento sia alle nuove dimensioni dell’agire mafioso sia alle dinamiche tradizionali del controllo del territorio, fondate sull’assoggettamento, sulla violenza e sull’intimidazione».

Così il procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli, intervenuto poi sulla nuova normativa e sull'esigenza di avere un numero più alto di magistrati.

«Gli attuali organici – ha dichiarato – di fronte alla complessità delle dinamiche investigative, non consentono di fornire risposte immediate e compatibili con i tempi delle indagini oggi imposti dalla legge. Ci troviamo davanti a una riforma epocale, destinata a entrare in vigore nei prossimi mesi: quella del giudice collegiale che, da un punto di vista meramente aritmetico, è destinata a triplicare i tempi di adozione dei provvedimenti cautelari. Credo che una riforma di questo genere, per evitare effetti e un impatto paralizzante sull’attività giudiziaria, debba essere accompagnata da un rafforzamento consistente degli organici. La paralisi dell’attività giudiziaria in un territorio di mafia andrebbe essenzialmente a discapito dei cittadini.

Se ciò che fino a oggi ha fatto un giudice dovrà essere svolto da tre giudici, questo implica che, dove prima ce n’era uno, dovranno essercene tre. In altri termini, presso l’Ufficio Gip di Reggio Calabria, a fronte degli attuali dieci giudici, dovranno essercene trenta. Allo stato non vedo traccia di tutto ciò, ma non posso prevedere cosa avverrà nei prossimi mesi ed esprimo l’auspicio che questo rafforzamento si realizzi».

Mungiello: «Nessuna denuncia, i fatti ricostruiti grazie alle indagini»

Il tenente colonnello Carmine Mungiello, comandante del Gruppo Carabinieri di Gioia Tauro, ha dichiarato: «Non abbiamo registrato denunce per tutti i fatti contestati. I fatti sono stati ricostruiti attraverso l’attività tecnica e intercettiva, i pedinamenti e le osservazioni svolte dal Nucleo Investigativo del Gruppo Carabinieri di Gioia Tauro. Questo è un dato che, effettivamente, ci porta a riflettere. Speriamo, però, che anche questo tipo di attività possa accrescere la fiducia della popolazione nelle istituzioni, nella Procura della Repubblica, nell’Arma dei Carabinieri e in tutte le forze di polizia, affinché in futuro possa esserci una maggiore collaborazione su questi fatti.

La forza intimidatrice è evidente, perché si tratta di cosche di ’ndrangheta strutturate sul territorio e riconosciute. La prima forma di intimidazione nasce proprio dal riconoscimento: in piccoli centri come questi tutti sanno chi la esercita.

La vicenda richiamata è una questione collaterale che riguarda i contatti normalmente esistenti tra le consorterie di ’ndrangheta che operano nella provincia reggina. I collegamenti e i rapporti sono costanti, dunque non la evidenzierei come una novità: nelle dinamiche criminali è abbastanza normale che le cosche si relazionino tra loro. Il riconoscimento deriva anche dalla loro storia familiare e giudiziaria. L’uso della violenza e la capacità di intimidire vengono esercitati in maniera costante: questa è, sostanzialmente, l’arma che utilizzano».

’Ndrangheta, blitz a Gioia Tauro: i nomi degli arrestati

In carcere:
Carmelo Costa;
Pasquale Costa;
Rosario Costa detto Angelo;
Salvatore Costa;
Salvatore Mangiaruga;
Dario Varamo;

Salvatore Ammazzagatti (viene esclusa l’associazione mafiosa).

Ai domiciliari:
Domenico Antonio Napoli;
Gabriele Bruzzese;
Domenico Giuseppe Galatà;
Giuseppe Politanò;
Giorgio Varone.