Una madre contro l’odio della ‘ndrangheta. La figlia di uno dei netturbini uccisi a Lamezia: «Senza di lei ci saremmo persi»
Stefania Tramonte ricorda sua madre Angela Vallone: «Non ha mai coltivato rancore e non lo ha permesso nemmeno a noi». Le tre figlie piccole da crescere, la patente e un fortunato incidente. La fede e la ricerca della verità: «È ancora possibile venirne a capo ma è riduttivo aspettare un pentito»
Come si fa a sopravvivere alla perdita, al silenzio di un posto vuoto a tavola? Come si fa a sopravvivere se quel posto vuoto a tavola l’ha apparecchiato un uomo armato di kalashnikov? Se da un giorno all’altro vedi tua madre sostituire i vestiti a fiori che indossava sempre con il nero? Come si sopravvive?
«Mia madre non ha mai coltivato l’odio e non ha permesso neanche a noi di farlo».
Stefania Tramonte aveva 11 anni quando la mattina del 24 maggio 1991 un messo comunale bussò alla loro porta. «Hanu ammazzatu u maritu vuastru supa u camion a Sambiase», disse senza troppe cerimonie.
Ancora ricorda il pianto straziante di sua madre e il quartiere di Bella, a Lamezia Terme, che si riversava in casa. Erano stati uccisi due netturbini: Francesco Tramonte, padre di Stefania, e Pasquale Cristiano, all’epoca appena 28enne. Mandanti e sicari non sono mai stati consegnati alla giustizia.
Stefania Tramonte ci riceve nella cucina della casa materna. Qui il quartiere ormai multietnico di Bella si è riversato per la seconda volta a febbraio per dare l’ultimo saluto ad Angela Vallone, madre di Maria, Stefania e Antonella e moglie di Francesco Tramonte. In cucina c’è una lunga tavolata che la signora Vallone era pronta ad apparecchiare in qualsiasi momento, per la famiglia e per chiunque ne avesse bisogno.
Le famiglie resistono contro vento. Angela Vallone ha condotto la propria esistenza seminando generosità e amore su un terreno di sangue e odio. In molti l’hanno amata e il suo esempio di donna e madre val la pena di essere raccontato.
Stefania, nella vostra vita c’è stato uno spartiacque: prima e dopo la morte di vostro padre.
«Eh – sospira Stefania che oggi è la giovane madre di due ragazzi – quella notizia arrivò bruscamente di notte e noi ancora eravamo nei nostri eletti che dormivamo. La mia mamma fu la prima ad accogliere questa bruttissima notizia che le fu data in modo pure terrificante. Non sono venute nemmeno le forze dell'ordine, ma è venuto per primo un dipendente comunale a dare la notizia, a buttarla così: “Signora, hanno ammazzato u marito voastru supa u camion a Sambiase”.
Io ricordo che mia madre si alzava ogni mattina presto, alle 3, per fare colazione insieme a mio padre. Anche quella mattina fu così: un primo risveglio lo aveva già avuto. E il secondo fu così… tragico. Noi la notizia l’abbiamo avuta così».
Come si sono conosciuti i vostri genitori?
«Mia madre viveva in una paese vicino a Lamezia, Fronti, dove usciva con le proprie sorelle. Mio padre ci andava con gli amici, con le moto, e l’ha notata. È nato questo amore fatto di sguardi e si sono sposati giovanissimi, lei avrà avuto 17 anni. La classica fuitina. All’inizio sono andati a vivere in Lombardia perché c'erano altri miei parenti. Poi mio padre è stato richiamato qui perché c’era un bando come netturbino, lavoro che aveva fatto anche mio nonno».
Com’era la vita in famiglia con tuo padre?
«La vita in famiglia col mio papà è stata breve, però bella, intensa, fatta di emozioni semplici. Emozioni che ancora oggi mi tengono ricca di animo perché per me, per esempio, già fare con loro una scampagnate in montagna mi rendeva felice.
Infatti gli alberi, la natura, stare liberi, mi fa stare bene. E io ringrazio mio padre perché ancora oggi io solo magari con piccole cose riesco a stare serena».
E tua madre cosa ti ha trasmesso in questi anni?
«In questa triste storia, se non avessimo avuto lei come mamma ci saremmo persi. Invece lei è stata una donna nata semplice, umile.
Non lo dico solo io, ma lo dice chiunque l'abbia conosciuta che
dalla sua bocca uscivano solo meraviglie e positività e consigli buoni. E poi quando mio padre è morto mia sorella maggiore aveva 14 anni, io quasi 12 e la mia sorellina 4. Lei doveva prendersi cura di noi. Ricordo che amava vestirsi con colori, fiori. Il giorno del funerale era vestita di nero, tutti i miei parenti erano vestiti tutti di nero. Mi ricordo tanto nero…
Però si è data forza, la mia mamma. Ha preso anche la patente perché, giustamente, aveva tre bambine da crescere. Lei si è data forza e noi eravamo sempre con lei, non l’abbiamo lasciata mai sola. Ci facevamo forza l’una con l’altra. Figurati che piangevamo di nascosto. Io mi ricordo che all’inizio facevo di tutto per far ridere la mia mamma, facevo le imitazioni pur di strapparle un sorriso».
Come avete fatto a superare il vuoto dell’assenza di un padre?
«C’è stato un momento in cui quel silenzio, in qualche modo, quell'assenza che sentivamo a tavola, abbiamo cominciato piano piano a sentirla come una presenza. Man mano abbiamo capito che lui, anche se non era fisicamente con noi, ci ha trasmesso la sua presenza in una maniera tangibile. Ci ha seguito per tutti i nostri passi.
Infatti adesso la morte di mia mamma l’abbiamo vissuta in maniera diversa visto veniamo da un’esperienza di lutto forte. Lei ci ha accompagnati nella vita. Quindi oggi siamo preparati, sappiamo che lei c’è, è una presenza che sentiamo proprio addosso, anche se ci manca da morire. Però la sentiamo, la sentiamo dal primo giorno in cui è andata via».
E come avete sentito vostro padre, come avete capito che era con voi?
«Faccio un esempio. Ogni volta in cui avevamo una difficoltà, un amico di mio padre si presentava per chiedere se avevamo bisogno. Ci raccontavano di averlo visto in sogno. E poi è accaduta una cosa sorprendente. Quando mia madre prese la patente, all’inizio aveva difficoltà con la retromarcia, tant’è che noi ogni volta dovevamo scendere dall’auto per aiutarla. Un giorno, nel quartiere di Santa Lucia, facendo una curva è andata a finire su un gradino che si è rotto. Mia madre ha lasciato un messaggio su una porta, col proprio numero e il nome, dicendo di contattarla perché avrebbe aggiustato il gradino. Quella era la porta del papà di Pasquale Cristiano. Noi non lo sapevamo. Abbiamo sentito che mio padre e Pasquale erano con noi. Da quel momento ci siamo uniti così tanto che le domeniche andavamo da loro e sono stati la nostra seconda famiglia da subito. Mia sorella, poi, ha sposato un fratello di Pasquale. Io penso che questo ti fa capire che loro ci sono e quindi vivi diversamente dopo».
Quale è stata la forza più grande di vostra madre?
«In questo dolore così forte a noi figlie ha insegnato a non portare l'odio e il rancore. Se penso a coloro che hanno ucciso, oggi il mio cuore è puro, senza odio. Certo, da piccolina avevo quella sorta di rabbia, tipo “devo trovare chi è stato”. Ma oggi so che anche se abbiamo vissuto una vita diversa dagli altri, io preferisco di più la mia vita. Mio padre è stato un vittima? Io preferisco questo all’essere figlia di un carnefice oppure di un qualche genitore che ha partecipato a quella morte magari col silenzio, pur sapendo qualcosa. E magari queste persone hanno cresciuto i propri figli, i propri nipoti. Stanno vivendo ancora la loro vita. Però vivere la vita così… magari dopo aver partecipato al dolore altrui. Per me è meglio essere la vittima».
La commemorazione del 24 maggio si avvicina. Come viveva questi momenti vostra madre?
«Mia mamma li viveva in una maniera molto particolare perché già nel mese di aprile/maggio, quando si cominciava a organizzare la commemorazione, lei si bloccava fisicamente. È accaduto per 35 anni, questa situazione le bloccava la schiena. Un fattore psicologico. Appena arrivava maggio la mia mamma aveva questi dolori forti di schiena che erano legati proprio psicologicamente all’evento».
Aveva fede vostra madre?
«La cosa più bella che abbiamo saputo? Al suo funerale il prete disse che già a dicembre andava a prenotare la messa per maggio per mio padre. Lei diceva al mio parroco: “A me non interessa quello che fanno quel giorno lì alla Miraglia (la strada in cui è avvenuto l’omicidio, ndr), a me interessa che mio marito abbia la sua messa. Perché lì si parla solo di morte, qui in chiesa si parla di vita”.
La mia mamma mi ha dato anche un altro insegnamento. Lei credeva nella Resurrezione, per questo aveva bisogno di sistemare la messa ogni anno».
Come vivi la possibilità di avere giustizia dopo 36 anni?
«Anni fa parlavo sempre di speranza, perché la speranza io la mantengo quasi tutti i giorni della mia vita. Faccio tesoro della speranza perché non voglio che venga mai meno. Oggi la vedo un pochettino diversa. Perché nella nostra tragedia, come ho sempre detto, ha c’entrato molto la politica, per noi è molto difficile venirne a capo».
Secondo te sarebbe facile venirne a capo?
«Era molto facile sin dall'inizio, anche se io ero una bambina quando è accaduto. Ma bene o male poi negli anni ho capito molto di più. Era facilissimo e non lo dico solo io, ma le persone che incontro in giro che ancora ad oggi hanno questa forza. E rabbia. Loro dicono, “ma la vostra storia era facilissima. Sappiamo tutti com'è andata, è facilissima. Non hanno voluto portare a termine questa verità perché purtroppo c'entra la politica, su questo non non abbiamo dubbi”. Da noi dicono “ah i ci vorrebbe un pentito”. Però aspettare solo il pentito… secondo me non va bene limitarsi solo alla voce di un pentito. Troppo riduttivo».
È ancora possibile, se ci fosse volontà, arrivare alla verità?
«Sì, sì, sì».
A chi dedicheresti la verità?
«A tutte le persone oneste. E a tutti coloro che ancora ad oggi si indignano per mio padre, per Pasquale Cristiano. Perché quando parlano della loro storia io vedo gli occhi delle persone che ad oggi ancora si commuovono, quindi vuol dire che questa tragedia ha ferito non solo noi ma tutta la città onesta».