Voti, telefonini e "buoni spesa", così la 'ndrangheta ha inquinato la democrazia nella Presila catanzarese
Le motivazioni della sentenza del Tribunale di Catanzaro ricostruiscono il controllo dei clan Carpino e Bubbo sulla vita pubblica: pressioni sugli elettori, intimidazioni e gestione dei sussidi Covid
Non solo estorsioni, armi e violenza. Nella Presila catanzarese, il potere della ’ndrangheta si misurava con la capacità di farsi Stato, entrando nelle cabine elettorali e negli uffici tecnici dei Comuni. Le motivazioni della sentenza Karpanthos, depositate dal Tribunale di Catanzaro, descrivono un sistema capace di svuotare le istituzioni dall’interno, trasformando i diritti dei cittadini in favori concessi dai boss.
La filosofia del clan: «Malavita e forza politica»
Il cuore dell'indagine non riguarda solo i singoli reati, ma una precisa strategia di potere. Per i clan Carpino e Bubbo, l’«ingerenza nella vita politica locale» era un passaggio obbligato. Nelle intercettazioni, la voce dei protagonisti è chiara: non basta essere criminali, bisogna essere politici. «Si deve usare la forza politica... allora, dentro la malavita' c'è la forza politica, c'è come legge o no? E si deve». È questa la convinzione di Vincenzo Antonio Iervasi (condannato in abbreviato a 6 anni, 9 mesi e 23 giorni), esponente del gruppo di Cerva, nel corso di una conversazione con tale Ivan ribadisce il fatto che anche loro dovevano «mangiare» al Comune di Cerva: a tale scopo gli associati avevano predisposto un “piano” con l’intenzione di minacciare le persone a cominciare dagli operai che lavoravano per lervasi imponendo la certificazione del voto tramite le riprese con i telefonini.
In questo scacchiere politico-mafioso, la magistratura ha individuato responsabilità precise. Massimo Rizzuti, residente a Cerva, è stato condannato a 2 e 4 mesi anni di reclusione per il suo ruolo nel condizionamento della vita pubblica locale. La sentenza conferma che lo scopo del gruppo era «ostacolare il libero esercizio del voto» per convogliare le preferenze su candidati che avrebbero poi garantito utilità alla cosca.
’Ndrangheta nel Catanzarese, 42 condanne: riconosciuto lo scambio elettorale politico-mafioso per due imputati - NOMIPetronà: il welfare dei boss durante il Covid
A Petronà, il volto del potere mafioso era quello di Mario Gigliotti, alias "Capozza". Condannato a 15 anni, 7 mesi e 10 giorni, Gigliotti è descritto come un uomo capace di spostare pacchetti di voti in occasione delle elezioni regionali. Ma la sua influenza arrivava anche ai bisogni più elementari dei cittadini. Durante l'emergenza pandemica, il clan avrebbe cercato di mettere le mani sui «buoni spesa» distribuiti dal Comune.
Attraverso pressioni sugli uffici e minacce ai dipendenti, basate sulla «forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo», il clan monitorava l'assegnazione dei sussidi. L'obiettivo era duplice: arricchire i propri protetti e accreditarsi come "protettore" della comunità, sostituendosi di fatto alle istituzioni legittime.
Il braccio violento e i legami con il Nord
Laddove la diplomazia mafiosa non arrivava, subentrava il fuoco. La sentenza ricorda atti intimidatori legati alla campagna elettorale del 2012, quando vennero incendiati la sede di un partito e l'auto di un soggetto la cui figlia era candidata e «andava cercando i voti».
A garantire la stabilità di questo sistema era anche la caratura criminale di figure come Tommaso Scalzi, detto "Masino". Scalzi, condannato a 11 anni, un mese e 14 giorni, fungeva da ambasciatore e mediatore di alto livello, forte dei suoi legami con le cosche della Lombardia. Era lui a partecipare ai summit per risolvere i conflitti interni e garantire che il "sistema" potesse continuare a operare senza intoppi.
Le motivazioni della sentenza Karpanthos consegnano così la cronaca dell’ingerenza delle cosche nella vita politica, dove la partecipazione politica era stata trasformata in un ingranaggio della macchina criminale, finalizzato al solo «perseguimento dei comuni fini criminosi».