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22/06/2026 ore 22.16
Cultura

A Bisignano la presentazione del libro del sindaco Fucile su don De Cardona: «Il suo un patrimonio di idee che merita di essere riscoperto»

Il primo cittadino illustra il suo volume al santuario del Santo Umile, in occasione dei 120 anni della Bcc Mediocrati. Lo abbiamo intervistato

di Ernesto Mastroianni

Mercoledì sera, a Bisignano, al santuario del Santo Umile, presentazione del libro di Francesco Fucile su Don Carlo De Cardona. In occasione dei 120 anni della Bcc Mediocrati.

Fucile è l’attuale sindaco della città. Lo abbiamo intervistato.

Perché ha scelto di dedicare un intero volume a don Carlo De Cardona e quale attualità vede oggi nel suo pensiero e nella sua azione sociale?
«Ho scelto di dedicare un intero volume a Don Carlo perché la sua figura, tuttavia, non appartiene soltanto alla storia del movimento sociale cattolico calabrese, ma rappresenta un patrimonio di idee e di esperienze che merita di essere riscoperto e valorizzato anche in ambito nazionale. In un tempo segnato dalla precarietà del lavoro, dalle difficoltà dei giovani a costruire un futuro stabile e dagli ostacoli che molte famiglie e piccole attività incontrano nell’accesso al credito, il messaggio di De Cardona conserva una sorprendente attualità. La sua attenzione ai bisogni concreti delle persone, unita alla convinzione che il lavoro sia strumento di promozione umana e di partecipazione sociale, offre ancora oggi spunti preziosi per affrontare le sfide del presente e per costruire un’economia più inclusiva, solidale e attenta alla dignità di ogni persona».

Nel libro emerge la figura di De Cardona come protagonista di un originale riformismo cattolico. In che cosa si distingueva sia dal conservatorismo dell’epoca sia dalle correnti socialiste emergenti?
«Don Carlo De Cardona è una figura davvero originale, perché ha saputo incarnare un riformismo cattolico che, pur criticando il conservatorismo statico, non si piegava alle promesse materialiste del socialismo emergente. In lui, fede e impegno sociale si fondono in una via di mezzo, che invita a una giustizia autentica, radicata nella morale cristiana, ma proiettata verso il futuro, proprio come auspicava l’enciclica Rerum Novarum, che non voleva abbattere il sistema, ma correggerlo, trovando una via che si distanziava sia dal socialismo, sia dal liberalismo economico».

Lei sostiene che le casse rurali e le cooperative non fossero soltanto strumenti economici, ma vere “infrastrutture sociali”. Quanto può insegnare questa esperienza all’Italia di oggi, segnata da nuove povertà e crescenti disuguaglianze?
«Le casse rurali e le cooperative, nella visione di De Cardona, erano molto più che strumenti economici: erano reti di fiducia, di supporto e di partecipazione comunitaria. Oggi, l’Italia, segnata da nuove povertà e disuguaglianze crescenti, può imparare da questa esperienza perché queste realtà, fondate sulla solidarietà e sulla collaborazione, possono diventare oggi motore di coesione, di inclusione e di sviluppo locale, ridando senso e rete alle comunità».

Nel volume affronta anche le radici storiche della questione meridionale. Quanto dei problemi denunciati da De Cardona oltre un secolo fa è ancora presente nel Mezzogiorno contemporaneo?
«È un aspetto davvero significativo. Nel volume, infatti, si analizzano le radici storiche della questione meridionale, e molti dei problemi denunciati da De Cardona oltre un secolo fa sono ancora presenti. Le carenze infrastrutturali, la difficoltà di accesso al credito, la mancanza di opportunità sono ancora nodi centrali. Tuttavia, il suo richiamo resta un faro, perché ci invita a non arrenderci e a cercare soluzioni innovative per il futuro del Mezzogiorno. È importante sottolineare, però, che il problema non è pensare di rallentare lo sviluppo delle regioni più industrializzate, ma creare opportunità affinché il Mezzogiorno abbia lo stesso passo e gli stessi strumenti delle regioni più industrializzate. In questo contesto, l’economia civile e l’economia sociale possono essere un ottimo punto di incontro per far dialogare le realtà in un determinato territorio. Inoltre, vanno ottimizzate al massimo le opportunità che l’Europa offre, perché ormai parliamo di un’Europa unita, e il Sud del mondo, più che il Sud d’Italia, deve essere inserito in questo nuovo contesto globale».

De Cardona attribuiva grande importanza all’educazione e alla formazione delle classi popolari. Oggi, di fronte alla crisi educativa e allo spopolamento delle aree interne, quale lezione possiamo trarre dalla sua esperienza?
«Possiamo dire che la lezione più importante che ci arriva dall’esperienza di De Cardona è il valore trasformativo dell’educazione, intesa come un processo integrale. Per lui, educare le masse significava non solo trasmettere conoscenze, ma promuovere la consapevolezza dei diritti, l’autonomia economica e la partecipazione attiva nella società. La sua azione formativa si fondava su una formazione etica e sociale, ispirata ai principi della solidarietà e dell’associazionismo, sull’educazione al mutualismo, che dava agli strati più deboli gli strumenti per difendersi dallo sfruttamento, e sulla formazione sindacale, attraverso le Leghe del lavoro. Inoltre, De Cardona costruì una rete di istituzioni che promuovevano sviluppo e autonomia: le casse rurali, che offrivano microcredito ai contadini, il giornalismo formativo, con il settimanale La Voce Cattolica, e le cooperative, che offrivano lavoro e tutela del potere d’acquisto. In questo modo, riuscì a trasformare gli strati più poveri, spesso analfabeti, in cittadini attivi e consapevoli».

Se don Carlo De Cardona potesse osservare la Calabria e il Sud del 2026, quali sfide individuerebbe come prioritarie e quali strumenti proporrebbe per affrontarle?
«Se Don Carlo De Cardona osservasse la Calabria di oggi, individuerebbe come prioritarie le più urgenti problematiche sociali, come la disoccupazione giovanile, la precarietà e le diseguaglianze economiche. Pur riconoscendo le buone università calabresi, proporrebbe di rafforzare il dialogo tra queste istituzioni e il tessuto produttivo, promuovendo una formazione più consapevole, produttiva e orientata allo sviluppo. In questo quadro, un servizio bancario più accessibile, con un credito facilitato per le imprese, andrebbe affiancato a una maggiore consapevolezza e organizzazione, affinché le risorse restino sul territorio. Inoltre, individuerebbe la necessità di una formazione politica ispirata al magistero della Chiesa, ma anche una formazione laica, per dare agli individui una maggiore consapevolezza civica. E, soprattutto, sottolineerebbe la necessità di organizzare i partiti come veri luoghi di formazione, palestre di crescita politica e di impegno, in modo che queste competenze e risorse possano davvero essere messe al servizio della crescita della nostra terra».