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20/02/2026 ore 17.03
Cultura

A Saracena “Santu Liune” e i fuochi della memoria: Cronaca di una catarsi collettiva ai piedi del Pollino

Tra falò e processione il borgo calabrese rinnova il rito. Quando la fede ha l’odore della resina e il sapore del moscato

di Gianfranco Donadio*

L’odore ti artiglia la gola prima ancora che i tuoi occhi riescano a decifrare il perimetro delle case. È un fumo denso, antico, che sa di resina di pino loricato e di grasso di maiale colato sulle braci. Se il ciclone Pedro in arrivo lo consente, a Saracena, nel cuore di un Pollino che pare non concedere sconti alla modernità, la notte di San Leone non si celebra ma si consuma. È un incendio controllato della memoria. Un sabba autorizzato dalla Chiesa. Quando le fiamme dei “fuculari” squarciano il buio di febbraio, capisci che qui il tempo non è una linea retta che corre verso il progresso, ma un cerchio di cenere che si chiude ogni anno, identico a se stesso, da secoli.

Non cercate la compostezza delle processioni post-conciliari. Dimenticate la devozione sussurrata nei banchi di legno lucido. Qui il sacro, la notte del 19 febbraio, ha il volto sudato di chi alimenta il fuoco e la voce roca di chi ha cantato troppo. San Leone, il vescovo taumaturgo che a Catania sfidò il mago Eliodoro nel rogo, a Saracena diventa il pretesto per una catarsi collettiva che somiglia paurosamente a un rito dionisiaco. È la teologia della scintilla. Il Santo passa tra la folla e la folla gli risponde con un boato che non è preghiera, ma rivendicazione di esistenza. Siamo qui, dicono i saraceni. Siamo vivi. E bruciamo.

L’antropologia da tavolino direbbe che il fuoco serve a purificare. Forse. Ma a Saracena il fuoco serve a ricordare al gelo delle montagne vicine del Pollino chi è il padrone di casa. La struttura urbanistica del paese, un groviglio di kasbah ereditato da un passato saraceno mai del tutto rinnegato, diventa un labirinto di falò. Ogni rione solleva la sua sfida al cielo. Le fiamme salgono alte, leccano i balconi, anneriscono le pietre magre delle facciate. Non c’è paura. C’è una confidenza quasi carnale con il pericolo. I bambini corrono rasente alle braci, i vecchi sorvegliano il ceppo centrale con l'autorità di antichi «sacerdoti» del focolare.

Poi arriva il vino. Ma non un vino qualunque. Il Moscato di Saracena non è una bevanda, è un'alchimia. È un nettare scuro, ottenuto da uve appassite al sole e poi bollite, un procedimento che sa di cucina medievale e di segreti tramandati tra i fumi delle cucine. Quando il bicchiere gira tra la gente, il confine tra l'individuo e la massa sfuma. La tarantella esplode. Non quella plastica per turisti, ma quella vera, ossessiva, che ti batte nelle tempie e ti costringe a muovere i piedi anche se non vorresti. È un ritmo che non invita al ballo, ma lo impone. È il battito del sangue che accelera sotto l'effetto dell'alcol e del calore radiante.

In questo scenario, la figura di San Leone taumaturgo assume connotati quasi sciamanici. Il popolo lo venera perché è un santo che sa stare col fuoco. È un intercessore che non disdegna l'odore del fumo. La processione è un corpo unico, un serpente umano che si snoda tra i vicoli stretti, dove il peso della statua sulle spalle dei portatori diventa la metafora di un destino condiviso. Si suda insieme, si fatica insieme. L’identità del paese, spesso frammentata dalle beghe quotidiane o dallo spopolamento che morde le gambe a tutto il Meridione, si ricompatta attorno a quel simulacro. È l’unico momento dell’anno in cui Saracena smette di essere un comune dell’entroterra calabrese per tornare a essere una fortezza inespugnabile di appartenenza.

C’è qualcosa di ferocemente onesto in questa celebrazione. Mentre altrove le tradizioni si annacquano nel folklore da esportazione, riducendosi a recite per macchine fotografiche, qui la festa morde ancora. È rumorosa. È eccessiva. È un urlo contro l’oblio. I giovani, quelli che d'estate sognano il Nord o l'Europa, in questa notte di febbraio si riscoprono custodi di una fiamma che non sanno spiegare a parole. Non è folklore, è biologia. È il richiamo della foresta che batte sotto la pelle del decoro borghese.

Eppure, dietro l’euforia, si avverte un’ombra di malinconia. È la consapevolezza che ogni «fuculare» che si spegne è un pezzo di inverno che se ne va, ma è anche un anno in più che grava sulle spalle di un borgo che lotta per non diventare un museo a cielo aperto. La festa è una tregua. Un armistizio col vuoto. Per una notte, il fuoco nasconde le crepe dei muri e le saracinesche abbassate. La luce accecante delle cataste di «combustibile» crea un’illusione di pienezza, una vertigine che fa dimenticare, per qualche ora, il silenzio che regnerà sovrano dal giorno dopo.

Quando l'alba inizia a schiarire il profilo del Pollino, quello che resta è un paesaggio lunare. Cenere ovunque. Il bianco della polvere bruciata ricopre le strade come una neve sporca. L'odore del fumo è ormai entrato nei vestiti, nei capelli, nei pori della pelle. La gente si ritira con gli occhi arrossati, stordita dal rumore e dal moscato, ma con una strana pace addosso. Il rito è compiuto. San Leone ha attraversato di nuovo il fuoco e con lui tutta la comunità. Si torna alla vita di sempre, al lavoro nei campi, alle case silenziose. Ma resta quel sapore di fumo in bocca, quel retrogusto di uva passa e fatica che è il marchio di fabbrica di chi è nato tra queste pietre.

Alla fine, la festa di Saracena non è un evento da vedere, ma un'esperienza da subire. Non ne esci indenne. Ne esci con la certezza che, finché ci sarà qualcuno pronto a spaccare legna per alimentare un fuoco di quartiere, questo pezzo di mondo non sarà del tutto perduto. San Leone continuerà a camminare tra le fiamme, e noi con lui, sospesi tra il desiderio di volare via e la necessità ancestrale di restare a scaldarci le mani attorno all'unico incendio che non fa paura.

Dopotutto, cosa resta di noi se non quello che siamo disposti a bruciare per sentirci, almeno per una notte, meno soli davanti al buio della montagna?

*Documentarista Unical

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