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18/08/2026 ore 06.30
Cultura

«Ad agosto non sono mai stato altrove», Caccuri simbolo di restanza: il paese diventa memoria, identità e futuro

Il racconto di Olimpio Talarico diventa una riflessione sul ritorno, sulle assenze e sul bisogno di ritrovare le proprie radici. Dal rito di San Rocco al Premio, la comunità trasforma la memoria in prospettiva

di Gianfranco Donadio

Ho letto e ho riflettuto su un post di Olimpio Talarico che rivela un’articolata trama simbolica, esistenziale e socio-culturale. Il frammento di uno degli autorevoli organizzatori del Premio letterario Caccuri, narra il vissuto del "ritorno ad agosto", una dinamica identitaria e rituale diffusa nel Mezzogiorno, interpretabile attraverso le categorie teoriche dell'antropologo Ernesto de Martino e gli sviluppi contemporanei sulla "restanza".

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Ne “La fine del mondo”, Ernesto de Martino racconta di un anziano contadino calabrese che, allontanato per la prima volta dal proprio territorio, entra in ansia e perde l'orientamento non appena smette di vedere il campanile di Marcellinara, il suo paese. Per l’uomo, quel punto di riferimento rappresentava l'”axis mundi”, il confine spaziale ed esistenziale entro cui la sua vita manteneva senso e ordine.

Nel breve testo di Talarico, Caccuri assume la medesima funzione: "Più che un luogo, in fondo Caccuri è parte del corpo, dell'esistenza nostra."
“Ad agosto, io non sono mai stato in nessun’altra parte del mondo.”
Il paese trascende la dimensione di semplice coordinata geografica e diventa una struttura somatica ed emotiva. L'impossibilità di trovarsi altrove ad agosto risponde alla necessità primaria di ricomporre la propria "presenza" all'interno dell'unico orizzonte rassicurante.

De Martino definisce “crisi della presenza” il rischio che il dolore, le perdite o l'alienazione della quotidianità (gli "inverni", la vita faticosa spesa altrove) possano sgretolare l'identità dell'individuo.
Quindi, il ritorno estivo e la festa di San Rocco operano come un dispositivo mitico-rituale di de-storificazione.


Esiste una sospensione dell'affanno: Caccuri è "fatica di ritrovarsi [...] di rimuovere per un attimo gli affanni della vita". Il tempo profano e le sue ansie vengono messi in pausa per accedere al tempo ciclico della festa patronale e della processione. Poi c’è una gestualità rassicurante. "Le mani passano sul corpo a disegnare una croce" richiama la necessità corporale di proteggere l'essere nel mondo, affidandosi a simboli tradizionali condivisi che mettono ordine nel caos.

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In “Morte e pianto rituale”, de Martino evidenzia come il lutto non elaborato rischi di sottrarre il vivo alla vita stessa. Nel testo, la memoria di chi non c'è più è carica di una tensione dolorosa: “La violenza delle assenze, di chi non c’è più... rimane un dolore che almeno oggi resta intimo, trattenuto in una cavità fra il cuore e il polmone”.

Lo spazio comunitario del paese, insieme alla dimensione domestica funzionano da contenitore culturale. All'interno di questo perimetro, la "violenza" dell'assenza viene arginata, trattenuta nel corpo ed elaborata assieme agli altri attraverso "gli abbracci arrivati per caso" e "le voci mai.

L'esperienza biografica e culturale di Olimpio Talarico, co-fondatore con Adolfo Barone e Cataldo Calabretta dell'Accademia dei Caccuriani e del Premio Letterario Caccuri, aggiunge all'analisi una svolta politica e civile. Il sentimento di appartenenza non degrada in nostalgia passiva, ma si traduce in un'azione di rigenerazione e “restanza”, come direbbe Vito Teti.

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Poi c’è una eresia geografica, che consiste nel portare la saggistica, la geopolitica e il grande giornalismo ai piedi del castello di Caccuri che capovolge il cliché del margine rinunciatario. Il paese, Caccuri, cessa di essere periferia isolata e si afferma come un'agora dove si può misurare il battito civile della nazione.

L'episodio del turista che fotografa la frase sulla piastrella dialoga con la creazione della Giuria popolare del Premio. La lettura e la discussione dei testi trasformano il patrimonio di memoria individuale in una pratica comunitaria, restituendo agli abitanti e agli emigrati la dignità del giudizio.
L'affermazione di Olimpio Talarico "Ad agosto, io non sono mai stato in nessun’altra parte del mondo", unisce così la necessità intima di curare le ferite dell'anima al dovere etico e politico di mantenere vivo il paese, affinché Caccuri continui a essere punto di riferimento esistenziale e presidio culturale.

*Documentarista

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