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19/03/2026 ore 17.04
Cultura

Addio a Francesca Marchese: il mondo della cultura calabrese piange la sua stella danzante

Artista, regista, drammaturga e anima instancabile della cultura, Francesca Marchese lascia un’eredità viva fatta di visioni, relazioni e bellezza condivisa

di Alessia Principe

Francesca Marchese, artista, creativa, attivista, donna straordinaria, ha lasciato questa vita, il suo mondo, gli affetti, ma del suo passaggio resteranno tracce profonde, non solo una scia di luce peregrina.

Il dolore per la sua scomparsa prematura è illuminato da centinaia di ricordi raccolti dalla grande comunità culturale che piange la sua morte nel giorno più difficile da affrontare, velato dal gelo di un inverno che pare infinito.

Francesca, incontenibile, coraggiosa, colorata, uragano naturale. Stella danzante partorita dal caos. Le parlavi di quel film francese, lei lo conosceva; di quella vecchia pellicola giapponese, lei citava anche i passi del romanzo che l’aveva ispirato e magari tirava fuori la copertina da un vecchio scaffale per prestartelo. Le parlavi di quella poesia, «straordinaria» diceva, e aggiungeva un racconto su un angolo di mondo in cui aveva ascoltato qualcuno declamarla. Intanto, alla sua scrivania metteva in piedi cast, spettacoli, una piccola pièce, un’idea di documentario, una mostra fotografica, un’improvvisata musicale, una visione d’essai, un viaggio.

Nella sua libreria, quel luogo che delle persone dice tutto, c’era Kubrick, c’era Godard, c’era Pasolini, c’era Hemingway, la storia del teatro, Čechov, storie d’Oriente, storie d’attori, storie di musicisti, racconti, saggi, appunti, mappe, taccuini, le panoramiche dell’Argentina, un ricordo del Giappone.

Arte. L’arte la raccontava, la pervadeva, la dipingeva; l’arte la riempiva come farebbe una forma di vita prediletta con un ospite perfetto. Non c’era giorno o stagione che non fosse incorniciata in un progetto nuovo, in una dirompente tempesta di idee e rapporti che Francesca cuciva con l’attenzione con cui si ricama una seta preziosa. Il suo mondo oggi appare un arazzo, con un ordito ricco di persone e vite che si sono trovate intrecciate in modo sorprendente e inaspettato.

Francesca Marchese, attrice, regista, drammaturga, casting director di film arrivati nei grandi festival internazionali. In Calabria aveva costruito una professione che, dopo 30 anni di sacrifici e muri di cemento armato, era riuscita a sbocciarle in mano. Non aveva mai imboccato scorciatoie, non era mai scesa a compromessi e, stringendo i denti, aveva deciso che era qui, in questo scorcio di mondo, che voleva stare bene, voleva lavorare, anche se spesso questa scelta le era costata tanto.

Dell’artista e della donna resterà ogni cosa: il tempo, che ha il vizio di seppellire i ricordi con una pietosa mano di sabbia per coprire anche il dolore, non potrà cancellare i semi che Francesca ha sparpagliato in vita. Parlava sempre dei suoi ragazzi, che educava alla recitazione, alla vita, con animo indomito, rigoroso e affettuoso insieme; parlava della sua terra, che amava perché radice da cui non si può prescindere; parlava della vita, che amava anche quando poteva ferire.

La sua bravura nel saper parlare a chiunque senza cambiare volto, voce, era uno dei suoi molteplici talenti, come quell’essere ribelle, ma senza mai scordare la strada di casa. Poi c’erano i suoi progetti audaci, i suoi set, i registi che l’amavano, il cinema che l’ha tenuta viva fino all’ultimo.

L’amore ha scandito i suoi giorni. La sua famiglia, la sua casa ad Aprigliano che dà sulla vallata, sempre aperta, quasi un laboratorio di creazione e affetti, sono pezzi di un sentimento che oggi trabocca e sembra sopraffare chi le ha voluto bene.

Francesca, spirito indomabile, un vento caldo che spira da sud e trascina gli odori delle spezie dolci e un po’ piccanti. In lei si abbracciano la forza e la delicatezza, la fragilità, lo spirito di sacrificio, la tenacia, la convinzione che non esiste ostacolo che non possa essere superato.

Oggi la sua assenza è insopportabile, allergica a qualsiasi logica. Dimenticarla sarà impossibile per tutto quello che ha lasciato e che resta da fare. Perché Francesca non ha mai smesso di pensare al domani. Mai.

Scriveva Shakespeare nel sonetto numero 18, un verso che sembra accarezzare il suo nome, sebbene con un brivido di dolore.

«Ma la tua eterna estate non dovrà svanire,

né perderà la bellezza che possiedi,

né dovrà la morte farsi vanto che tu vaghi nella sua ombra.

Quando in eterni versi nel tempo tu crescerai:

finché uomini respireranno o occhi potranno vedere,

queste parole vivranno, e daranno vita a te».