Alvaro, uomo mediterraneo ed europeo
Dopo decenni di oblio, lo scrittore calabrese torna al centro della scena culturale grazie all’Edizione Nazionale delle sue opere. Un progetto che restituisce voce a uno dei più grandi intellettuali europei del Novecento
Su Corrado Alvaro (San Luca 15 aprile 1895 - Roma 11 giugno 1956), protagonista della letteratura italiana ed europea del Novecento, sebbene il “Corriere della Sera” celebrando i 150 anni dell’uscita del suo primo numero abbia dimenticato di ricordarlo tra le sue firme più autorevoli, si riaccende finalmente la luce dell’attenzione grazie alla appena istituita “Edizione Nazionale di Corrado Alvaro”, che prevede la pubblicazione totale delle sue opere.
Sarà - com’è ormai noto - un illustre italianista, Aldo Maria Morace, reggino, già preside della facoltà di Lettere dell’Università di Sassari e attuale presidente delle Edizioni Nazionali Pirandello, Capuana, De Roberto e Deledda a guidare il ritorno sulla scena letteraria di Alvaro: scrittore meridionale e mediterraneo di dimensione internazionale, tra i più grandi della sua generazione. Notevole, anzi determinante, per il raggiungimento di questo ambito traguardo, che consente la ripubblicazione dei testi alvariani, è stato l’impegno del presidente della Giunta regionale, Roberto Occhiuto, e dell’europarlamentare Giusi Princi, già vicepresidente della Regione Calabria, un uragano di concretezza e pragmatismo, raro in politica e nelle amministrazioni pubbliche alle nostre latitudini.
L’attenzione per la cultura, come elemento programmatico, è una risorsa considerevole per lo sviluppo civile e sociale e per la qualità della vita in una società costantemente in evoluzione. In Calabria la cultura rafforza il valore e il potenziale regionale. Riscoprire Alvaro, non soltanto come scrittore calabrese (sarebbe riduttivo) ma come uomo di vasta cultura, con una visione internazionale del futuro europeo e mediterraneo, è dunque importante. Della “civiltà mediterranea” al suo tempo Alvaro sottolineava “universalità e cosmopolitismo”, avvertendo l’urgenza (profetica) di una riconciliazione tra Europa e mondo mediterraneo: “L’Europa è inevitabilmente il prodotto delle varie civiltà che la compongono e non la media di una civiltà”, scriveva.
Pochi altri scrittori, italiani ed europei, sono stati capaci ― come Alvaro ― di mettere a frutto nelle pagine di romanzi, saggi, articoli e reportage giornalistici, i tasselli lucenti di un’esperienza intellettuale totale, osservava Libero Bigiaretti, critico letterario e suo amico: “Si fidava più della scrittura che della parola. Anche in una lettera poteva abbandonarsi a confidenze più aperte che non in una conversazione”.
Il cammino di Alvaro, come giornalista, scrittore e intellettuale, è stato difficile e tutto in salita, come dimostra, ancora oggi, il lungo ingiustificabile oblio, che speriamo sia finito con la decisione di ripubblicare le sue opere. Dal Sud a Roma prima, il viaggio di Alvaro è proseguito poi con le esperienze professionali in numerosi paesi stranieri. In lui, come uomo e scrittore, rimarranno sempre ‘due facce’: la regionale e l’europea: un dualismo, che non è solo di natura culturale, legato alle sue radici meridionali e mediterranee, ma anche letteraria, spiegava Emilio Cecchi ― una delle figure di maggior rilievo del giornalismo culturale italiano della prima metà del Novecento ― che parlava di ‘sterzate’ di Alvaro tra il lirismo di d’Annunzio e l’animus verghiano; e ciò stava a significare, secondo Cecchi, che le sterzate lo sbandavano ora verso le sue origini calabresi, cariche di mito e solitudine, ora verso il cosmopolitismo delle successive esperienze di vita e di lavoro in molte nazioni: Germania, Francia, Russia, Turchia e altri paesi.
Alvaro, intellettuale che ha vissuto le due guerre mondiali, si trovò ― come altri colleghi della sua generazione ― diviso tra il richiamo costante della letteratura e gli appelli della Storia, che intimano alle coscienze, in determinate epoche, di fare una scelta, partecipare, difendersi; malgrado il tempo in cui visse, Alvaro riuscì, nonostante tutto, a restare uomo libero, democratico. Erano in quattro i grandi della sua epoca ― diceva Walter Pedullà ― ma se ne vedevano solo tre: Pirandello, Bontempelli e Savinio; e il quarto era lui, Corrado Alvaro. Era stato dimenticato, ma ora torna ― annotava Walter Pedulà, eminente critico, conterraneo di Alvaro ― per riprendere il posto che gli spetta nella migliore "compagnia" che abbia girato nella letteratura italiana fra le due guerre mondiali. Era secondo rispetto a Pirandello ― osservava ancora Pedullà - ma all’altezza degli altri due e secondo l'oscillazione del gusto, che per un lungo periodo sollevò Alvaro più in alto di Bontempelli e di Savinio.
C’è, infine, l’Alvaro giornalista da ricordare, a settant’anni della sua scomparsa: un ruolo che meriterebbe un approfondimento particolare. I suoi articoli su «La Stampa», «Il Mondo», «Il Mattino», «Il Messaggero», «Il Popolo di Roma», «Il Resto del Carlino», «Il Risorgimento», «Il Tempo», «Il Corriere della Sera» ― per citare solo alcune delle testate con cui ha collaborato ― testimoniano l’attività intensa e appassionata di uno dei più grandi inviati ed editorialisti del giornalismo italiano del Novecento. È dai giornali che passa molto del pensiero di questo intellettuale che ― partito dalla Calabria, da San Luca ― ha girato il mondo e raccontato aspetti della vita italiana ed europea con una lucidità e una visione moderna che ancora si riscontrano nei suoi libri, che ora finalmente saranno ripubblicati e valorizzati.