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02/08/2026 ore 18.53
Cultura

«Cadere non è un fallimento»: il carabiniere Amedeo Di Tillo racconta nel suo libro la forza di vivere sempre “A Testa Alta”

L'autore ripercorre il proprio percorso umano e professionale, segnato da sofferenze e rinascita, trasformando un'esperienza personale in una testimonianza di speranza: «Le ferite non devono diventare la definizione di una vita»

di Battista Bruno

“A Testa Alta” è il libro-testimonianza di Amedeo Di Tillo, che racconta con sincerità il proprio percorso umano e professionale, segnato da dolore, ingiustizie, cadute e dalla forza di ricominciare. Un racconto intenso che affronta temi universali come la dignità, il coraggio, la giustizia e il valore delle istituzioni, con un messaggio rivolto soprattutto ai giovani: le difficoltà non definiscono una persona, ma possono diventare l’occasione per rialzarsi e guardare al futuro con speranza. In questa intervista a LaC, Di Tillo ripercorre il significato più profondo del suo libro e della scelta di continuare a vivere, sempre, a testa alta.

«Non abbassare mai lo sguardo»

1. “A Testa Alta” è un titolo molto evocativo. Cosa significa, oggi, vivere davvero “a testa alta” dopo le esperienze che racconta nel libro?

Per me significa una cosa molto semplice: non abbassare mai lo sguardo, nemmeno nei momenti in cui la vita te lo chiederebbe come scorciatoia. Ho attraversato periodi in cui sarebbe stato più comodo nascondermi, giustificarmi, lasciare che gli eventi mi travolgessero. “A testa alta” è la scelta opposta: guardare in faccia le proprie ferite, riconoscerle e continuare a camminare con la schiena dritta. Non è un atteggiamento di sfida verso gli altri, ma una forma di rispetto verso me stesso e verso chi mi è stato vicino anche nei momenti difficili.

Il coraggio di raccontare le proprie ferite

2. Nel volume lei affronta senza reticenze il dolore, le ingiustizie e le cadute. Quanto è stato difficile trasformare vicende così personali in una testimonianza pubblica?

Moltissimo, e non lo nascondo. Scrivere di sé è già un esercizio scomodo, ma raccontare le proprie ferite più profonde, sapendo che poi altri le leggeranno, è un atto quasi di spoliazione. Ci sono pagine che ho riscritto più volte perché la prima versione era ancora protetta da un pudore che non serviva a nessuno, tantomeno al lettore. Alla fine ho capito che la verità, anche quando fa male, è l’unica cosa che può davvero essere utile a chi la legge. Se avessi addolcito certi passaggi, avrei tradito lo scopo stesso del libro.

«Rialzarsi è la somma di tanti piccoli passi»

3. Dalla sua esperienza emerge un messaggio forte: cadere può capitare a chiunque, ma rialzarsi è una scelta e una responsabilità personale. Qual è stata la forza che le ha permesso di ricominciare ogni volta?

Credo che la forza non sia mai un dato acquisito una volta per tutte: va ritrovata ogni volta, spesso nei posti più impensati. Nel mio caso è stata una combinazione di cose: gli affetti più stretti, il senso del dovere che porto con me da quando indossavo la divisa e la testardaggine di non voler lasciare che un momento difficile diventasse la definizione di tutta la mia vita. Rialzarsi non è mai stato un gesto eroico, ma la somma di tanti piccoli passi ostinati, spesso invisibili agli altri.

Giustizia e istituzioni

4. Un carabiniere è a servizio dello Stato, lei ha vissuto momenti di grande sofferenza professionale e umana. Cosa ha imparato, in quegli anni, sul significato della giustizia e delle istituzioni?

Ho imparato che la giustizia, quella vera, è fatta di persone, con tutti i limiti e le contraddizioni che questo comporta. Le istituzioni sono forti quando riescono a essere coerenti con i principi che dichiarano di rappresentare e sono fragili quando la forma prevale sulla sostanza. Ho vissuto entrambe le facce di questa medaglia: momenti in cui ho sentito l’orgoglio di rappresentare lo Stato e momenti in cui ho sofferto proprio a causa di meccanismi che, invece, avrebbero dovuto tutelarmi. Da questa doppia esperienza è nata una convinzione che porto avanti ancora oggi: le istituzioni vanno difese, ma anche continuamente richiamate alle proprie responsabilità.

Il messaggio ai giovani

5. Il libro è dedicato soprattutto ai giovani. Quale messaggio vorrebbe lasciare a chi oggi affronta un futuro incerto, tra paure, precarietà e perdita di punti di riferimento?

Ai giovani vorrei dire che l’incertezza non è un’anomalia della loro generazione, ma una condizione che, in forme diverse, ha attraversato ogni epoca. Quello che fa la differenza non è l’assenza di difficoltà, ma la capacità di non lasciarsi definire da esse. Vorrei che capissero che cadere non è un fallimento; è semplicemente parte del percorso. L’importante è non restare a terra convinti che quello sia l’unico posto che ci spetta. E vorrei anche ricordare loro che nessuno ce la fa davvero da solo: cercare punti di riferimento autentici, persone e valori solidi, è già metà del cammino.

Un nuovo inizio

6. Dopo aver scritto “A Testa Alta”, sente di aver chiuso un capitolo della sua vita o, al contrario, pensa che questo libro rappresenti un nuovo inizio?

Sento entrambe le cose, e forse è proprio questo il senso del libro. C’è una parte di me che, mettendo per iscritto certe esperienze, ha finalmente potuto lasciarle andare, come un peso deposto. Ma, allo stesso tempo, condividere questa storia con gli altri, soprattutto con chi sta vivendo oggi esperienze simili, mi ha dato una responsabilità nuova, quasi un mandato: continuare a testimoniare, a esserci, a mettere la mia esperienza al servizio di chi ne ha bisogno. Più che un punto di arrivo, dunque, “A Testa Alta” rappresenta la porta d’ingresso di un nuovo impegno che intendo portare avanti.