Calabria invisibile, miti e fantasmi: il libro di Sabrina Marotta scava nella memoria del Cosentino antico
Da ’A sutterrata al servo murato vivo, dai briganti alle truvature: Echi di antichi racconti recupera storie, paure e rituali della Presila, restituendo voce a una memoria orale che rischia di scomparire oggi
C’è una botola di pietra sotto il pavimento di una chiesa a Celico che non fa più alcun rumore. Per giorni, da quel buio, qualcuno ha graffiato la calce nel tentativo disperato di farsi sentire dai vivi. Chi passava di lì ha preferito tirare dritto, attribuendo quel crepitio sotterraneo a un’illusione o a qualche anima in pena che era meglio non disturbare. È la storia de “’A sutterrata”, una delle tante riemerse dalle pagine di “Echi di antichi racconti. Miti, riti e memorie di una Calabria invisibile”, il nuovo volume di Sabrina Marotta per i tipi di Teomedia. Un libro che, a dispetto dell'apparente veste di raccolta demo-etno-antropologica, si comporta piuttosto come un taccuino di campo, un’incursione ostinata nei coni d'ombra della memoria orale presilana, dove ho abitato.
I muri parlano, se sai come ascoltarli. Non è una metafora poetica, ma è una questione di stratigrafia materiale. La pietra, nei paesi dell’interno, accumula umidità, fumo di braciere e rancori mai risolti. Quando si fa antropologia visiva, si impara presto che la superficie dei luoghi non è mai neutra. La Calabria interna non fa eccezione. La Calabria interna è un luogo plurale, ossessionato dalla presenza fisica dei suoi morti e da una geografia sacra dove il confine tra il visibile e l'invisibile - ci ha insegnato Luigi Lombardi Satriani - è sottile come una lamina di zinco.
In questo lavoro di profondo recupero, Marotta adotta un passo d'indagine preciso. Raccoglie i frammenti di un’oralità sfilacciata, ascolta gli anziani, sfoglia vecchi periodici locali, scava nei ricordi d'infanzia. Laddove la trama del racconto si spezza per l'usura del tempo, l'autrice non usa il gesso dell'erudito per riempire il vuoto, ma sceglie la via della ricomposizione narrativa, restituendo carne e sangue a figure che rischiavano di evaporare definitivamente nel dimenticatoio. È un'operazione metodologica non priva di rischi, ma necessaria. L’alternativa sarebbe stata il catalogo polveroso, il museo delle cere folclorico ad uso e consumo di un turismo nostalgico che leviga ogni asperità.
Questo l’autrice non lo ha fatto. Qui di levigato c’è ben poco. Il quadro che emerge dai quattro capitoli del libro è scabro, a tratti violentissimo. Prendiamo, per esempio, la vicenda del servo Cesare, murato vivo a Palazzo Grisolia insieme al tesoro del suo padrone, divorato dalla paranoia del furto. O la figura di Pasquale, “’U ’nchiovatu”, trafitto da chiodi di ferro e incatenato nel buio di un “suppùortu” per una colpa mai commessa. Queste non sono favole per addormentare i bambini la sera, ma sono dispositivi sociali d’emergenza. Servivano a codificare il terrore dell’arbitrio feudale, la violenza delle faide, l'angoscia della fame e la sproporzione cronica tra il potere e i miserabili. La “truvatura”, ovvero il tesoro nascosto sorvegliato da scrofe magiche, serpenti o galline dalle uova d'oro, non rappresenta l'illusione di una ricchezza facile. È la rappresentazione plastica di una spinta interiore, di un’ossessione collettiva per il riscatto d’esistenza in una società agricola strozzata dall'inedia.
L’elemento naturale, in questa mappatura dell'invisibile, partecipa alla stessa drammaturgia. Le rocce antropomorfe, le fonti sulfuree dall'odore acre di zolfo come l'acqua “Fietita”, i boschi di castagno dove aleggia lo spirito di chi è caduto da un ramo, non sono quinte teatrali. Sono attori sociali. L'uomo del paese non domina il paesaggio, ma ci tratta, ci negozia, ci lascia offerte di pane o tabacco per ingraziarsi il custode della selva prima di raccogliere i frutti. Un'attitudine che la modernità industriale ha archiviato come superstizione, ma che nascondeva un’etica di rispetto profondo, quasi spaventato, per l'ambiente circostante.
C'è poi una sezione in cui la leggenda devia brusca nella storia formale, quella scritta con il sangue dei tribunali e delle fucilazioni. Il brigantaggio post-unitario, le cospirazioni, le figure tragiche come la brigantessa Ciccilla o Maria Oliverio, ricadono nello stesso calderone mitico. La memoria popolare non distingue la datazione notarile dalla suggestione simbolica, ma fonde tutto. Il brigante diventa al contempo carnefice ed eroe tragico, la campana rifiuta di farsi spostare dal luogo predestinato, e la “Ruga dei Morti” continua a conservare l'impronta degli impiccati.
Il mio amico Francesco Caravetta, che nel saggio che chiude il volume, riporta giustamente l'attenzione sulla struttura fisica del racconto orale: la “vrascera”, il braciere attorno al quale la comunità si riuniva per masticare e sputare le proprie storie. Spentasi quella fonte di calore, disperse le comunità per spopolamento o emigrazione, l'eco rischia di estinguersi per sempre.
Resta da chiedersi cosa ce ne facciamo oggi di questi spettri. Guardare a queste pagine con la condiscendenza di chi si sente al sicuro nell'era degli schermi al litio sarebbe un errore grossolano. Sono convinto che i miti e i riti raccontati da Sabrina Marotta non parlano del passato, ma parlano della nostra incapacità di stare al buio. Hanno la stessa grana ruvida di certo cinema documentario che non cerca la bella inquadratura, ma si piazza davanti alle cose e aspetta che la pietra riveli il suo crepaccio. Se si ascolta con attenzione, sotto il brusio costante dei nostri dispositivi, si sente ancora qualcuno che picchia da dentro la tomba per ricordarci chi eravamo.
*Documentarista