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26/05/2026 ore 11.30
Cultura

David Cronenberg: «Tornare alla pellicola? Non lo farei mai. La vita contiene sempre orrore e umorismo» – VIDEO

Il regista canadese torna in Calabria per il Festival Internazionale delle Arti di Celico e parla di AI, cinema digitale, morte, Lynch e del suo nuovo film The Shrouds. «Il dolore non si supera, si condivide»

di Alessia Principe

David Cronenberg è tornato in Calabria, a Celico, come presidente onorario della seconda edizione del Festival Internazionale delle Arti, col suo passo leggero, lo sguardo corsaro e quel candore quasi infantile sotto gli occhi artici del maestro del cinema. Del resto è proprio all’infanzia, al gioco, alla curiosità che il regista canadese continua ad associare l’essenza stessa del cinema. «Non dimentichiamoci che quando realizziamo un film dobbiamo pensare come bambini che giocano: l’aspetto ludico è la base della creatività, la tecnologia non è l’essenza del cinema», ha raccontato all’Università della Calabria durante la masterclass tenuta insieme al docente Carlo Fanelli e al direttore artistico Donato Santeramo.

Artisticamente nessuna ossessione ha mai gravato davvero sul suo petto, a dispetto del vociare che lo accompagna da decenni e fa strascico ai suoi film più discussi. Lo racconta in un passaggio del documentario The Flesh and the Soul, girato tra Toronto e la Calabria, in lizza per Venezia annunciato in una delle serate del festival.

A guidare il cinema di Cronenberg, piuttosto, è stata sempre una curiosità feroce, quasi clinica, addirittura autoptica, per un mondo osservato attraverso una lente deformata, in cui uomo e macchina finiscono per biodegradarsi l’uno nell’altro, scintillando di eros e metamorfosi.

Per il regista canadese il corpo resta l’unica certezza, quasi una religione: materia viva, tangibile, rassicurante perfino nella sua fragilità, nella sua amputazione. Possiamo toccarlo, desiderarlo, distruggerlo, ma sappiamo che esiste. E sappiamo soprattutto che finirà. Un pensiero che Cronenberg ha disseminato come un reticolo venoso lungo tutta la sua filmografia: da Crash a Videodrome, da Rabid a La Mosca, fino al recentissimo The Shrouds, forse il suo film più intimo e crepuscolare.

Autore che sfugge alle etichette, mai disposto a farsi comprimere dentro categorie troppo semplici, Cronenberg ha sempre guardato al progresso senza paura, pregiudizi. Non demonizza le piattaforme né l’Ai, considera le serie televisive il corrispettivo contemporaneo del romanzo e guarda con scetticismo il ritorno alla pellicola, oggi celebrato da molti registi come gesto di resistenza artistica di lusso. 

«Non posso parlare per persone come Steven Spielberg o Steven Soderbergh, che girano ancora in pellicola, a volte in IMAX, a volte persino in VistaVision, che è un formato molto antico. – dice . «Non so perché lo facciano, ma io non penso che aggiunga qualcosa in più. Anzi, penso che la pellicola sia un mezzo terribile con cui lavorare. Sono stato molto felice quando il digitale è diventato fruibile. Credo che sia solo un effetto nostalgia. Ho affetto per la pellicola, ma non ho alcun desiderio di tornarci».

Nella sua vita Croneberg ha incontrato anche due produttori particolari che divennero famosi come maestri della commedia: Ivan Reitman e Mel Brooks. Reitman fu uno dei primi a credere davvero nel cinema di Cronenberg. I due si incontrarono nella scena underground canadese degli anni Settanta. Il regista di “Ghostbusters” produsse alcuni dei lavori più estremi e controversi di Cronenberg, come Shivers e Rabid.

Più tardi, negli anni Ottanta, anche Mel Brooks subì il fascino del mondo cronenberghiano. Il leggendario autore di Frankenstein Junior, attraverso la sua casa di produzione Brooksfilms, nata proprio con l’obiettivo di finanziare opere autoriali e “serie”, lontane dall’immagine puramente comica del produttore americano, produsse La Mosca, uno dei film più celebri e tragici di Cronenberg, intuendone immediatamente la potenza emotiva e filosofica oltre l’aspetto horror. 

In qualche modo, nel cinema di Cronenberg, la commedia e il terrore finiscono per abitare nella stessa casa.

«È così perché la vita è fatta così – spiega il regista -. La vita contiene terrore e orrore, ma contiene sempre anche umorismo. Per me non esiste una vera vita senza umorismo. Io stesso ne ho bisogno nella mia vita e ho bisogno di persone che sappiano apprezzarlo».

Dotato di un’ironia raffinata, nel cortometraggio The Death of David Cronenberg il regista e autore arriva finanche ad abbracciare il suo stesso cadavere. «Mi è piaciuto abbracciare e baciare il mio corpo morto. Quel film parla dell’accettazione della mortalità. Io sono ateo, non credo nell’aldilà. Penso che il corpo sia l’unica realtà».

Cronenberg ha sempre portato avanti questa fede assoluta nel corpo che ha mutato, deformato, spezzato, ma sempre con un fondo di tenerezza. E in The Shrouds, il dolore diventa qualcosa da raccontare, da condividere con il suo pubblico.

«Era naturale per me, dopo la morte di mia moglie, con cui ho condiviso 43 anni di vita, realizzare un film che parla del dolore che tuttavia non sparisce né mi dà strumenti per affrontarlo. È solo il mio modo di dire: “Questa è un’esperienza che ho vissuto, e vi invito a viverla con me”, a vedere che effetto vi fa. Tutto qui».

Un pensiero va anche a David Lynch, il maestro del surreale, del sogno, scomparso un anno fa, con cui Cronenberg ha condiviso un pezzo di vita passata.

«Conoscevo abbastanza bene David Lynch negli anni Ottanta, quando lui stava facendo Dune, quello originale, e io “La zona morta”. Lavoravamo entrambi per il produttore Dino De Laurentiis, che piaceva molto a tutti e due. Ci incontravamo spesso da Bob’s Big Boy, dove David amava mangiare, e parlavamo delle nostre esperienze nel fare film per Dino. L’ho sempre trovato una persona adorabile, davvero. Quindi sono stato molto triste quando ho saputo della sua morte. Naturalmente è morto perché fumava: sono state le sigarette, che lui amava molto, a ucciderlo. Amavo il suo cinema, ma non ha avuto un’influenza su di me, perché le mie influenze erano già formate all’epoca. Ho sempre pensato che un giorno ci saremmo rivisti e avremmo parlato ancora. E invece ora non succederà più. Ed è molto triste».

Il maestro è già al lavoro per il suo prossimo film. «Ho scritto una sceneggiatura basata sul mio unico romanzo, Consumed, in italiano Divorati. Vedremo se riusciremo a realizzarlo. Oggi è molto difficile produrre un film indipendente. Ma io e il mio produttore Robert Lantos abbiamo già lavorato insieme molte volte e proveremo a farlo. Vedremo cosa succederà».