Denata Ndreca incanta Vaccarizzo Albanese: «La poesia è memoria, libertà e resistenza
La poetessa albanese, protagonista di una serata intensa e partecipata, ha raccontato attraverso i suoi versi il rapporto con le radici, la migrazione e il valore della parola come strumento di testimonianza
Una piazza gremita, una serata di grandi emozioni e forti suggestioni. A Vaccarizzo Albanese la poesia diventa una trama capace di intrecciare popoli, generazioni e identità.
C’è un luogo in cui la memoria non è soltanto un ricordo, ma una terra viva. È la terra che conserva le parole della madre, i profumi dell’infanzia, il sapore del pane, il rosso del melograno, il lago di Scutari e, insieme, il desiderio di partire, di cercare un altrove senza mai dimenticare le proprie radici.
È questa trama invisibile e profondissima che Denata Ndreca ha saputo ricomporre durante l’intensa serata vissuta a Vaccarizzo Albanese, in Piazza Scura, davanti a una piazza gremita e partecipe.
Una trama che intreccia l’Albania da cui proviene e questa terra arbëreshe che, secoli fa, i suoi avi scelsero come nuovo mondo. Una trama fatta di parole, memoria, identità e cultura, ma anche di libertà, responsabilità civile e speranza.
A guidare e organizzare l’incontro è stata l’editor Erminia Madeo, che ha accompagnato il pubblico dentro il mondo poetico e umano di Ndreca. Dopo i saluti istituzionali del presidente del Consiglio comunale Francesco Godino, la serata ha assunto il tono intimo e coinvolgente di un viaggio nella memoria.
Particolarmente intensa la testimonianza della scrittrice Maria Francesca Solano, che ha restituito al pubblico le suggestioni vissute insieme a Denata in alcuni luoghi simbolo della comunità, dalla Madonna del Buon Consiglio al teatrino del Collegio di Sant’Adriano. Un racconto capace di evocare luoghi, incontri e immagini, fino a coinvolgere emotivamente l’intera piazza.
A impreziosire l’appuntamento, la poetessa Griselda Doka, che ha scelto e letto alcuni testi di Ndreca, accompagnandoli con una riflessione sulla posizione della poetessa davanti al mondo e sul suo richiamo al pensiero di Antonio Gramsci. Una voce poetica che non si limita a raccontare il proprio vissuto, ma sceglie di interrogare il presente e di assumersi la responsabilità di una parola che non può restare indifferente.
Una vita tra Albania e Italia
La storia letteraria di Denata Ndreca comincia nel 1988, quando pubblica i suoi primi testi sulle riviste albanesi Pionieri e Primi passi. Successivamente collabora con Radio Shkodra.
Nel 1999 lascia l’Albania e, nel 2000, si trasferisce definitivamente a Firenze, la città nella quale ancora oggi vive, lavora e scrive.
Poetessa, scrittrice, giornalista, traduttrice e pedagogista, Ndreca è laureata in Scienze della Formazione – Pedagogia. Nel corso degli anni ha pubblicato numerose raccolte poetiche, tra cui Intorno a me (2003), Senza paura (2017), Un faro nella nebbia (2018), Tempo negato (2019), La ragazza del Ponte Vecchio (2020), A nord delle mie costole (2023), Fiori dei Balcani (2024) e In quale lingua devo morire (2025).
Accanto alla produzione poetica, ha scritto anche libri per ragazzi, tra cui La carrozzina magica, Sono io e I giorni della pace.
La sua poesia ha oltrepassato i confini italiani e albanesi, venendo tradotta in diverse lingue, tra cui inglese, francese, spagnolo, thailandese, albanese e rumeno. Alcuni suoi testi dedicati ai ragazzi sono stati inoltre inseriti nei programmi scolastici in Thailandia.
“In quale lingua devo morire”: la poesia come resistenza
È soprattutto attorno a In quale lingua devo morire che si è sviluppato il cuore dell’incontro.
Il libro racchiude un desiderio profondo di pace e trasforma il vissuto personale della poetessa in una riflessione universale. Una domanda che attraversa i versi e che riguarda tutti: in quale lingua raccontiamo la nostra appartenenza, la nostra perdita, la nostra memoria? E in quale lingua possiamo ancora riconoscerci come esseri umani?
Nel libro il passato torna attraverso immagini concrete e potenti: la madre, il pane, il raki, il melograno, il lago di Scutari, i luoghi dell’infanzia. Oggetti e paesaggi apparentemente semplici diventano frammenti di una memoria che resiste all’oblio.
La poesia di Ndreca nasce dalla ferita, ma non rimane prigioniera del dolore. Cerca nella parola una possibilità di resistenza, cura e rinascita.
E la parola diventa, così, una casa.
Una casa capace di tenere insieme la lingua della madre e quella della terra d’approdo, il passato e il presente, la perdita e la speranza. Due lingue, due terre, due appartenenze che non si escludono, ma si incontrano.
Tra le parole chiave della raccolta c’è la libertà: libertà individuale, libertà delle donne, libertà di pensiero, ma anche libertà dai muri fisici e mentali che continuano a dividere gli esseri umani.
La voce della poetessa si leva contro la guerra, la violenza, l’ipocrisia politica, l’indifferenza, i confini che diventano barriere e, soprattutto, contro la condizione dei bambini costretti a subire conflitti che non hanno scelto.
È una poesia profondamente legata anche all’esperienza femminile. La donna è madre, figlia, migrante; è una persona che cerca libertà, dignità e possibilità di autodeterminazione. La madre diventa contemporaneamente memoria, radice, perdita e appartenenza. Il corpo, invece, è luogo di dolore, ma anche di resistenza.
E la scrittura diventa una forma di sopravvivenza.
“Scrivo per non dimenticare” è una dichiarazione che attraversa idealmente l’intera opera: scrivere significa testimoniare, custodire la memoria e trovare la forza per continuare a vivere.
Nei testi finali emerge infatti il desiderio di andare oltre la semplice sopravvivenza, verso un’esistenza pienamente vissuta: “Che questa vita sia degna di essere vissuta”.
Una poesia che sceglie da che parte stare
È qui che l’identità albanese e quella italiana di Denata Ndreca si incontrano con la sua idea di cultura e di responsabilità civile.
La sua è una poesia politica non perché appartenga a una parte, ma perché sceglie di stare dalla parte dell’essere umano.
Dalla memoria personale dell’Albania alla migrazione, dallo sradicamento al rapporto con la madre, dalla ricerca della propria identità alla necessità di comprendere il mondo, la sua poesia compie un viaggio che dal particolare arriva all’universale.
E così diventano materia poetica le guerre, i confini, i bambini privati dell’infanzia, le discriminazioni, le solitudini, le disuguaglianze e l’indifferenza.
La poesia non offre soluzioni semplici. Ma pone domande. E, soprattutto, impedisce che il dolore degli altri diventi invisibile.
La musica arbëreshe e la magia della piazza
A rendere ancora più suggestiva la serata è stata la musica in arbëreshë dei Këngëtaret e motit, formazione composta da Angelo Falbo, Francesco Mario Frega, Vincenzo Guaglianone e Francesco Rio alla fisarmonica.
Le note hanno accompagnato le parole, creando un dialogo naturale tra poesia, musica e memoria. Un intreccio particolarmente significativo in una comunità come Vaccarizzo Albanese, dove la lingua e la cultura arbëreshe continuano a rappresentare un patrimonio vivo.
E forse è proprio questa la cifra più bella della serata: non una semplice presentazione di un libro, ma un incontro tra storie.
La storia di una donna che ha lasciato l’Albania senza mai smettere di portarla dentro di sé. La storia di una comunità arbëreshe che da secoli custodisce una lingua e una memoria. La storia di chi migra e di chi accoglie. La storia universale di chi cerca un luogo nel mondo senza perdere se stesso.
In Piazza Scura, per una sera, Scutari e Vaccarizzo Albanese sono sembrate più vicine.
E forse è proprio questo il senso più profondo della cultura: non cancellare le differenze, ma permettere alle storie di incontrarsi e alle identità di riconoscersi l’una nell’altra.
Grazie a Denata Ndreca per aver portato qui la sua voce, la sua storia e la sua poesia.
Perché le parole, quando sono autentiche, sanno attraversare i confini.
E quando quelle parole parlano di memoria, libertà e pace, possono diventare una trama capace di intrecciare luoghi, generazioni e popoli.