Edoardo Petracci porta in Sila il suo album d'esordio: «Un sogno tornare dove questa musica è nata»
Il musicista torna nei luoghi che hanno ispirato “By this window” per un concerto speciale nei pressi della Chiesetta di San Lorenzo: «C’è qualcosa di simbolico in questa coincidenza geografica ed emotiva»
Dopo l’uscita del suo album d’esordio By This Window, pubblicato il 5 giugno, il compositore e performer Edoardo Petracci lo porterà dal vivo, per la prima volta, nel luogo in cui questo progetto ha preso forma. L’appuntamento è per domenica 19 luglio, presso la Chiesetta di San Lorenzo sul Lago Cecita, nella Sila Grande, nell’ambito di Be Alternative Festival 2026, durante la giornata “Suoni in Altopiano”.
Non sarà un concerto come gli altri. By This Window è infatti un disco nato tra i boschi della Sila, durante un periodo di isolamento creativo e di profonda immersione nella natura, e completato successivamente a Berlino, in un ideale dialogo tra il silenzio dell’altopiano calabrese e una delle capitali europee della sperimentazione musicale contemporanea. Un lavoro interamente autoprodotto, che intreccia pianoforte, contrabbasso, harmonium, elettronica e registrazioni ambientali in una scrittura intima e profondamente evocativa.
In questa intervista esclusiva, Edoardo Petracci racconta il legame speciale con la Sila, la nascita di By This Window, la scelta dell’indipendenza artistica e il ruolo che luoghi come il Lago Cecita e festival come Be Alternative possono avere nel trasformare il patrimonio naturale in uno spazio di produzione culturale e di ricerca artistica.
By This Window è nato tra i boschi della Sila ed è stato completato a Berlino. Cosa rappresentano questi due luoghi nella tua ricerca musicale e come dialogano tra loro all’interno dell’album?
La Sila, per me, è da sempre un luogo che sento profondamente come casa. Probabilmente perché parte della mia famiglia è originaria proprio di lì, ma anche perché custodisco ricordi d’infanzia molto forti legati a quei paesaggi. Ritirarmi per un periodo in Sila ha significato, in un certo senso, tornare alle origini: è stato un momento di ricerca, di contemplazione e di ascolto in un luogo che considero meraviglioso, capace di creare naturalmente le condizioni per stare dentro la musica in modo autentico.
Berlino, invece, rappresenta un altro polo della mia ricerca: è la città della sperimentazione, della musica elettronica, delle installazioni artistiche e di una scena contemporanea in continuo fermento. Scegliere di finalizzare l’album proprio lì è stata una decisione artistica precisa. Volevo che una musica nata nel silenzio, nei boschi e in una dimensione così intima potesse aprirsi, senza timore, a un respiro più ampio, dialogando con quelle produzioni internazionali che seguo e ammiro da anni.
In questo senso, By This Window vive proprio del connubio tra questi due mondi: da una parte il raccoglimento, la natura, l’origine; dall’altra la sperimentazione, la visione e la possibilità di spingere quel materiale verso una forma compiuta e contemporanea.
Tornare a suonare proprio in Sila, sul lago, vicino ai luoghi che hanno ispirato questo progetto, che significato ha dal punto di vista umano ed emotivo?
Sicuramente c’è una forte componente emotiva. Tornare a suonare questa musica proprio vicino alla terra in cui è nata mi dà la sensazione di restituire qualcosa a quel luogo. È quasi un gesto di ringraziamento verso la Sila, per tutto ciò che mi ha dato durante quel periodo di ritiro: il silenzio, il tempo, la possibilità di ascoltare e di ascoltarmi.
Il fatto, poi, di suonare davvero dall’altro lato del lago, a poca distanza dal luogo in cui ho concepito questo lavoro, rende tutto ancora più intenso, a tratti quasi magico. Ho sempre immaginato questo concerto così: sul lago, al tramonto, suonando la musica nata proprio in quella terra. In un certo senso, è una sorta di sogno che si realizza.
C’è qualcosa di profondamente simbolico in questa coincidenza geografica ed emotiva: è come se la musica tornasse alla sua sorgente, trasformata però dall’esperienza vissuta e dal percorso che ha compiuto nel frattempo. Per me sarà un momento molto speciale, quasi rituale.
Nelle tue composizioni convivono pianoforte, contrabbasso, harmonium, elettronica e registrazioni ambientali. Come nasce l’equilibrio tra strumenti tradizionali e paesaggio sonoro?
Questa fusione tra strumenti e linguaggi diversi nasce dal mio interesse per la materia sonora in tutte le sue forme e, se vogliamo, per l’organicità della musica. Mi affascinano tutti quei piccoli elementi che, messi insieme, finiscono per comporre un unico mosaico sonoro. Una singola nota può cambiare completamente il colore di un accordo, una pausa può generare una tensione fortissima, un timbro può trasformare la percezione di un intero brano.
La stessa attenzione al dettaglio che riservo alla scrittura cerco di applicarla anche alla scelta degli strumenti. Ogni elemento viene scelto in funzione dell’immagine complessiva che voglio costruire e il lavoro sta proprio nel far sì che tutto possa convivere all’interno di un unico flusso sonoro.
È lì che, almeno per me, smette di esistere una distinzione netta tra acustico ed elettronico, tra classico e contemporaneo, tra strumento tradizionale e paesaggio sonoro: tutto diventa parte di una stessa visione.
Oggi molti artisti scelgono produzioni veloci e orientate al mercato. Tu hai realizzato questo disco in modo completamente indipendente. È stata una scelta di libertà artistica o anche una necessità?
Direi entrambe le cose, ma sicuramente alla base c’è stata soprattutto un’esigenza di libertà artistica. Non ho mai sentito davvero vicino a me l’approccio odierno alla musica, sempre più legato alla velocità, alla produttività costante e a logiche quasi algoritmiche, dove ciò che fai sembra invecchiare nel giro di pochi giorni e sei costretto a restare in un flusso continuo di novità per non sparire. È un meccanismo che non sento in linea con il mio modo di pensare e di vivere la mia ricerca musicale.
Alcune cose hanno bisogno di tempo e, con By This Window, ho voluto prendermi quello necessario per ogni fase: per concepire il disco, per scriverlo, per registrarlo e poi lasciarlo maturare. Ho scelto questa strada per proteggere la libertà del progetto, perché sentivo che questo album dovesse restare il più possibile fedele alla sua natura, al suo suono e alla sua dimensione originaria.
Allo stesso tempo, però, non volevo scendere a compromessi sul piano produttivo o qualitativo. Per questo ho cercato di mantenere alta la qualità in ogni passaggio del lavoro, affidandomi anche a professionisti come Zino Mikorey, che hanno saputo aggiungere il proprio contributo senza mai snaturare l’identità della musica.
La Sila può diventare un luogo capace di attrarre artisti e produzioni culturali, oltre che turisti? Quale ruolo possono avere la musica e i festival come Be Alternative nella valorizzazione di questo straordinario patrimonio naturale?
Per quanto mi riguarda, la risposta è sì, senza esitazioni. Se dovessi scegliere un luogo in cui ritirarmi per scrivere, creare e lavorare alla musica, la Sila sarebbe il primo a cui penserei. È un territorio che offre tempo e isolamento e possiede una forza rara: nel paesaggio e nella sua natura, nelle storie che custodisce, ma anche nell’umanità delle persone che lo abitano.
In questo senso, realtà come Be Alternative Festival hanno un ruolo fondamentale, perché riescono a mettere in relazione la bellezza del territorio con una proposta culturale viva, contemporanea e aperta. È una bellissima realtà e colgo volentieri l’occasione per ringraziarla: ha creduto in questo progetto fin dai primi scambi e lo ha accolto con grande sensibilità.
Credo che festival come questo possano davvero contribuire a valorizzare la Sila non soltanto come meta turistica, ma come luogo di produzione culturale e di incontro. Un territorio con un potenziale così forte, insieme a una community attenta e strutturata come quella che ruota attorno al festival, può rappresentare un terreno estremamente fertile per la crescita di nuove realtà artistiche e culturali.