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08/02/2026 ore 15.07
Cultura

Fai un bel respiro e ascolta, Donata Biase racconta il silenzio: «A volte può essere più dannoso della verità»

Un dialogo sull’ombra che attraversa le famiglie, sul diritto di sapere e sul peso dei non detti. Il romanzo esplora dolore, memoria e legami, chiedendo al lettore attenzione e coraggio

di Ernesto Mastroianni

Nel panorama della narrativa contemporanea italiana, "Fai un bel respiro e ascolta" di Donata Biase, si impone come un’opera di rara intensità etica ed emotiva, capace di sondare con lucidità e rigore le zone più opache dell’esperienza umana: quelle in cui il trauma si stratifica nel tempo, si trasmette per via silenziosa, si insinua nei legami familiari come una presenza invisibile e tuttavia determinante. Notaio di professione e scrittrice per vocazione, Donata Biase unisce alla precisione analitica del pensiero giuridico, una sensibilità narrativa profondamente attenta alle fratture interiori, alle omissioni, ai non detti che modellano le esistenze molto più di quanto non facciano le parole pronunciate.

Il romanzo prende le mosse da un interrogativo radicale, tutt’altro che pacificato: fino a che punto il silenzio può essere considerato una forma di protezione, e quando, invece, si trasforma in una colpa morale, in un atto che altera irrimediabilmente il destino di chi ne è oggetto? Attorno a questa domanda si articola una narrazione che rifiuta tanto l’enfasi quanto la consolazione, scegliendo una lingua apparentemente semplice, limpida, quasi dimessa, che tuttavia non rinuncia alla complessità dei nodi concettuali e psicologici affrontati. È una scrittura che non semplifica il reale, ma lo rende attraversabile.

L’intervista che segue consente di entrare nel laboratorio poetico e morale dell’autrice, illuminando le ragioni profonde delle sue scelte tematiche e stilistiche: dal ruolo della verità taciuta alla costruzione di una protagonista segnata dal trauma ma non riducibile ad esso; dal ritmo narrativo sobrio e scandito alla decisione di affidare il racconto a una voce che non chiede indulgenza, ma ascolto. Ne emerge il ritratto di una scrittrice che concepisce la letteratura non come spazio di edificazione o di messaggio, bensì come luogo di interrogazione, di esposizione al rischio della verità, di lenta e faticosa conquista del senso.

Il tema della verità taciuta è centrale nel romanzo: cosa l’ha spinta a raccontare una storia in cui il silenzio familiare pesa più della rivelazione stessa?
«Il tema della verità taciuta mi affascina perché è uno dei nodi più complessi, spesso irrisolti, delle relazioni familiari. Il silenzio nasce molte volte con l’intento di proteggere, ma può essere più dannoso della verità stessa. In Fai un bel respiro e ascolta mi sono chiesta se sia giusto negare la verità a una bambina che ha assistito all’uccisione della madre per mano del padre e ne ha rimosso il ricordo. Il romanzo nasce da un interrogativo: fino a che punto il silenzio è una forma di amore, e quando invece diventa una colpa? E poi: chi ha il diritto di decidere cosa è meglio per un altro? La verità può essere molto dolorosa, ma il non detto può alterare l’intera vita di chi, forse, ha il diritto di sapere. E’ difficile dare risposte certe, definitive».

Il titolo "Fai un bel respiro e ascolta" suggerisce un invito alla meditazione interiore e all’ascolto paziente. Come si riflette questo principio nel percorso interiore di Emma e nella struttura narrativa complessiva?
«Il titolo Fai un bel respiro e ascolta nasce dall’immagine di un invito pronunciato prima di una rivelazione difficile: respira, perché ciò che stai per ascoltare potrebbe essere doloroso, e solo così potrai tollerarlo. Non è un richiamo alla meditazione, ma alla necessità di prepararsi alla verità. Nel percorso di Emma, però, questo ascolto paziente non avviene subito. C’è rabbia, isolamento, una vita interamente condizionata da una verità prima rimossa, poi taciuta, e infine rivelata. Per sopravvivere emotivamente Emma si aggrappa, di volta in volta, alla nonna, a un’amica, all’amore, alla pittura, poi al figlio: sono appigli più che scelte, strategie istintive di resistenza. La vera accettazione arriva solo alla fine, nel dialogo con il figlio Luca. È lui, a venticinque anni, a indicarle la strada della salvezza definitiva, rovesciando il ruolo genitore-figlio. Anche la struttura narrativa segue questo movimento: non conduce subito alla comprensione, ma accompagna il lettore attraverso il tempo della non trasparenza, del non detto, fino al momento in cui ascoltare diventa finalmente possibile. In fondo, il titolo contiene proprio questo: non l’ascolto come virtù, ma come conquista».

Nel romanzo emergono temi forti come depressione, isolamento post-traumatico e la ripetizione di modelli dolorosi tra le generazioni. Quanto pensi che il lettore debba “fare i conti” con questi aspetti interiori e quanto li hai intenzionalmente resi fruibili attraverso la protagonista?
«Nel mio modo di intendere la scrittura, sollecitare il lettore a confrontarsi con i temi che Lei ha indicato è qualcosa di profondamente appagante, ma anche delicato. Non credo che il lettore debba fare i conti con questi aspetti in modo forzato; credo piuttosto che li incontri, se è disposto a lasciarsi attraversare dalla storia. Mi interessava interrogarmi su come si convive con gli errori, con le colpe, con ciò che si eredita emotivamente senza averlo scelto, con dolori che spesso si tramandano come un lascito silenzioso. Per questo ho scelto di rendere questi temi fruibili attraverso la voce diretta della protagonista: una narrazione in prima persona, senza filtri, senza protezioni, che non nasconde il dolore né le contraddizioni. Allo stesso tempo, però, era fondamentale per me non ridurre Emma alla sua ferita. La sua vita è attraversata anche da emozioni forti e vitali: l’amore, l’amicizia, la pittura, il rapporto con il figlio. Sono questi elementi a impedire che il romanzo diventi un racconto di sola sofferenza. Volevo che il lettore percepisse che, anche dentro una storia segnata dal trauma, esistono spazi di bellezza, di significato, di resistenza».

Il tuo stile è stato descritto come semplice e scorrevole, ma capace di affrontare concetti complessi e profondi. Come bilanci il linguaggio accessibile con l’esplorazione di contenuti così intensi e difficili?
«La semplicità del linguaggio è il mio modo naturale di scrivere. Non nasce dal desiderio di semplificare ciò che racconto, ma dal tentativo di non tradirne il senso. I rapporti umani, il dolore, le fratture familiari sono già complessi di per sé; sento che un linguaggio troppo elaborato rischierebbe di frapporsi tra la storia e il lettore. Raccontare contenuti intensi in modo limpido è, per me, la parte più difficile del lavoro. Significa scegliere, togliere, rinunciare a spiegare tutto. Lasciare spazio a ciò che non viene detto, perché sia chi legge a completarlo. Accompagnare il lettore senza guidarlo, senza alzare barriere o cercare scorciatoie emotive. È un equilibrio fragile, che non sempre si raggiunge, ma è quello a cui tendo ogni volta che scrivo».

Il ritmo narrativo, nel romanzo, a volte procede per “scansioni precise” e lineari, senza indulgere in dilazioni barocche, sebbene tratti argomenti emotivamente complessi. Questa sobrietà stilistica è una scelta consapevole per guidare il lettore attraverso la storia o nasce dal tono che sentivi più autentico per questa vicenda?
«La sobrietà del ritmo nasce soprattutto dal tono che sentivo più autentico per questa storia. Alcuni dolori, quelli legati al trauma e alla memoria, non tollerano l’enfasi: chiedono parole misurate. Le “scansioni precise” rispecchiano il modo in cui la protagonista ricostruisce la propria esperienza, per frammenti e per sequenze, come se mettere ordine nel racconto fosse l’unico modo per non esserne travolta. In questo senso il ritmo non è una strategia stilistica, ma parte integrante della sua voce interiore. Ho sentito che dilatare o insistere avrebbe tradito la verità emotiva della vicenda. La sobrietà è stata una forma di rispetto, verso i personaggi e verso il lettore».

Il romanzo alterna momenti di grande introspezione psicologica con passaggi in cui la trama avanza rapidamente. Quanto questa alternanza è voluta per riflettere lo stato interiore di Emma, e quanto derivava da esigenze strutturali della narrazione?
«L’alternanza tra introspezione e avanzamento rapido della trama è una caratteristica del mio modo di scrivere, ma in questo romanzo riflette soprattutto lo stato interiore della protagonista. La vita emotiva non procede in modo uniforme: ci sono momenti di immersione profonda e altri in cui gli eventi incalzano, quasi senza lasciare il tempo di pensarli. Questa oscillazione rispecchia il modo in cui Emma attraversa la propria storia. I momenti introspettivi costringono a fermarsi, quelli più dinamici alleggeriscono la tensione e restituiscono movimento, mantenendo alta l’intensità narrativa. In Fai un bel respiro e ascolta non si tratta solo di un’esigenza strutturale, ma del modo più autentico che ho trovato per raccontare una donna ferita che, a tratti, si interroga e, a tratti, va avanti».

Guardando alla figura della protagonista e al modo in cui affronta il trauma ereditato e l’amore nelle relazioni, come hai lavorato sulla costruzione psicologica dei personaggi per renderli al tempo stesso riconoscibili e portatori di messaggi universali?
«Nella costruzione dei personaggi non ho cercato di renderli portatori di messaggi, ma persone riconoscibili, con fragilità, contraddizioni e zone d’ombra. Credo che l’universalità nasca proprio da lì: da ciò che è imperfetto, non da ciò che è esemplare. Nel caso di Emma, ho lavorato sulla sua storia emotiva lasciando che il trauma ereditato e l’esperienza dell’amore convivessero, senza spiegazioni forzate. Mi interessava mostrarne gli effetti più che le cause: il modo in cui il dolore condiziona le relazioni, le scelte, ma anche la capacità di cercare legami, bellezza, salvezza. Se i personaggi risultano riconoscibili è perché non rappresentano un’idea, ma un’esperienza umana possibile. E se da quella esperienza emergono significati più ampi, credo sia il lettore a portarli con sé, più che l’autore a imporli».

Dalle parole di Donata Biase affiora con chiarezza una concezione della scrittura come atto di responsabilità, prima ancora che come esercizio formale. "Fai un bel respiro e ascolta" non offre soluzioni, né pretende di ricomporre le fratture che mette in scena; al contrario, si muove consapevolmente nel territorio dell’irrisolto, là dove il dolore non si redime e la verità, una volta emersa, non garantisce alcuna pacificazione immediata. È proprio in questa rinuncia a ogni esito consolatorio che il romanzo trova la sua forza più autentica.

La scelta di uno stile sobrio, misurato, privo di compiacimenti retorici, si rivela allora non un limite, ma una precisa postura etica: quella di chi sa che certi dolori non tollerano l’enfasi e che la parola letteraria, per non tradire la propria funzione, deve farsi strumento di ascolto più che di spiegazione. La semplicità linguistica, lungi dall’appiattire il discorso, diventa il varco attraverso cui il lettore è chiamato a confrontarsi con questioni di estrema complessità: la trasmissione intergenerazionale del trauma, il diritto alla verità, la fragile dialettica tra amore e colpa, tra protezione e violenza simbolica.

Emma, protagonista del romanzo, non è un emblema né un’allegoria, ma una figura profondamente umana, segnata e contraddittoria, che attraversa la propria storia senza mai coincidere del tutto con la propria ferita. Ed è forse proprio questa rinuncia a “dire qualcosa” in senso programmatico che consente al testo di parlare a molti, di risuonare oltre la singolarità della vicenda narrata.

L'opera restituisce l’immagine di una scrittrice che affida alla letteratura il compito più arduo e necessario: non quello di offrire risposte, ma di formulare le domande giuste, di creare uno spazio in cui il lettore sia invitato — come suggerisce il titolo stesso — a fermarsi, a respirare, e infine ad ascoltare. Non per trovare una verità rassicurante, ma per accettare la complessità, talvolta dolorosa, dell’esperienza umana.

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