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16/08/2026 ore 11.28
Cultura

Felicia Caputo, la poetessa dimenticata di Tropea: 700 sonetti perduti e una vita spezzata a 27 anni

Nobile e autodidatta, trovò nella scrittura una libertà che il matrimonio e la società del tempo finirono per soffocare. Oggi un ritratto conserva la sua memoria

di Nuccia Benvenuto

La donna della quale voglio raccontarvi, della nobile famiglia Caputo di Tropea, vissuta nella prima metà dell’Ottocento, ebbe due fratelli, Luigi e Pasquale: ambedue studiarono a Napoli, ma fu solo lei, a conquistarsi il titolo di poetessa. Sto parlando di Felicia Caputo (1831-1858) che riuscì a coltivare, senza nessun maestro (se non il modello del Metastasio), lo studio della letteratura, della storia e della filosofia, del francese e dei poeti classici latini. E proprio sulle sue orme i due fratelli si cimentarono, anch’essi, nella scrittura e nella poesia.

Nel 1844 perse la madre, Maria Antonia Carratelli di Amantea, dalla quale Felicia aveva ereditato bellezza e ingegno: in sua memoria, la fanciulla, già da allora (aveva appena tredici anni), compose numerosi sonetti, genere del quale, come sottolineò il fratello Luigi, con esercizio meraviglioso divenne maestra.

Ora, facendo due conti, dei fratelli Caputo ci resta qualche testimonianza: sette sonetti di Luigi, due opuscoli più un poema religioso di Pasquale.

E, di Felicia Caputo, cosa rimane? Nulla, se non il nome… un vago ricordo.

A Luigi, il fratello amato, la sorella, in punto di morte, aveva chiesto di custodire i propri scritti – conservati in un baule – magari di riordinarli e di pubblicarli; Luigi, però, morì dopo due anni; l’altro fratello, Pasquale, visse fino al 1885 (e di tempo ne aveva avuto!) ma non ne fece nulla… Fatto sta che il prezioso tesoro è andato disperso.

Dove sono finiti i settecento sonetti, le canzonette, i versi sciolti, le ottave, le odi, che Felicia, dotata di facile vena, aveva composto nei suoi ventisette anni di vita?

Si narra che la poetessa arrivasse a dettare anche venti sonetti in un solo giorno! E spesso si lasciava andare all’improvvisazione di versi leggiadri su temi diversi: dai ricordi più belli della fanciullezza alle gioie degli anni trascorsi nella casa paterna; dalle illusioni svanite alle speranze mai sopite. Capace di passare dai canti di ispirazione religiosa, in cui l’anima affranta cercava consolazione e il cuore afflitto trovava sfogo di sincera pietà, a quelli celebrativi in cui, con accenti teneri e affettuosi, commemorava onomastici, genetliaci, anniversari funebri, di amici e congiunti.

Come ci ricorda il fratello Luigi, Felicia fu molto ispirata durante il suo soggiorno a Paola, nel gennaio del 1851, in visita al Santuario di San Francesco, e ad Amantea, la città natale della cara mamma: tre intensi giorni di poesia. Nel 1854, però, la morte del padre, il nobile Francesco Caputo, cambiò il destino della figlia che, l’anno successivo sposò Gaetano Granelli: un breve e infelice matrimonio. Come poteva una donna dedita alle lettere, libera nelle sue ispirazioni, come Felicia, adattarsi, in quel piccolo centro e in quell’epoca ostile alle donne, diventare quello che le si chiedeva, cioè, essere solo una moglie? Non ebbe nemmeno la gioia di un figlio e questo rese ancora più difficile la convivenza col marito. La sua vita, prima gioiosa e piena di poesia, divenne vuota e triste: le incombenze domestiche non le lasciavano il tempo necessario per dedicarsi alla poesia: solo rari momenti rubati, nei quali cercava conforto contro la monotonia del quotidiano.

Nel febbraio del 1858 tornò, malata, nella casa paterna e nei dodici giorni che vi trascorse, presa dalla foga di tirare fuori tutto ciò che nell’animo suo era stato represso, ritrovò l’antica ispirazione. Sentiva, forse, Felicia, che le restava poco da vivere e sebbene i medici le avessero ordinato riposo assoluto, riprese a scrivere senza sosta.

Poco prima di morire, riuscì a recitare il sonetto petrarchesco dedicato alla morte di Laura. La memoria era ancora forte nonostante il male che l’aveva colpita si fosse accanito sul corpo, ormai debole e smagrito senza più speranza di ripresa, tanto che quando le chiesero di improvvisare un sonetto anche sulla sua malattia, lei a malincuore, rifiutò, per il timore di far inorridire chi avrebbe ascoltato.

Un piccolo ritratto a matita della sua amica Teresina Basile, custodito dalla famiglia Caputo, è l’unica traccia che ci riporta alla poetessa.

E allora, se andiamo a Tropea, ricordiamoci di non godere soltanto della bellezza delle sue spiagge e della dolcezza delle sue cipolle: potremmo, guardando l’imponente palazzo nobiliare che la vide risplendere in gioventù, immaginare Felicia, quando, ancora felice nelle sue stanze, componeva sonetti, ispirata dal suo genio e dall’amore per la poesia.